Capitolo 4 La sua gelosia
«Può chiamarmi Mr. Thornton.» Terrence Thornton accennò un sorriso appena, mite.
Quel nome le suonava familiare.
D’un tratto, negli occhi di Eleanor balenò la sorpresa. «È il Mr. Thornton che conosco io?»
Si erano scambiati solo poche parole al telefono e, in fondo, non si conoscevano quasi.
«Sono io.» Lui annuì leggermente.
A quel cenno, Eleanor rimase interdetta.
Che coincidenza.
Non avrebbe mai immaginato che la persona che l’aveva soccorsa dopo che era svenuta in strada e l’aveva portata in ospedale sarebbe diventata il suo nuovo datore di lavoro.
Eleanor lo ringraziò con trasporto: «Mr. Thornton, grazie davvero per avermi salvata.»
Terrence abbassò appena lo sguardo; gli occhi gli indugiarono sul suo viso, e la voce restò gentile, calda. «Non è stato niente, Ms. Mitchell, non c’è bisogno di essere così formale con me.»
Ma per Eleanor non era affatto una cosa da poco.
Era sposata con Harold da anni, eppure, quando Eleanor era finita in ospedale, Harold e Jessica erano fuori con Lavinia, in un ristorante di lusso, a godersi una cena raffinata.
Ogni parola del post di Jessica era come una coltellata.
Anche se Eleanor aveva deciso di lasciar perdere Harold e Jessica, il cuore ferito continuava a farle male.
Notando quel lampo di dolore negli occhi di Eleanor, l’espressione di Terrence si rabbuiò. «Ms. Mitchell, a cosa sta pensando?»
«A niente.» Eleanor si ricompose e scosse il capo. «Grazie, Mr. Thornton. Mi impegnerò al massimo per ripagare la sua gentilezza, appena inizierò ufficialmente.»
Sul volto di Terrence passò un’ombra di rassegnazione. «Ms. Mitchell, non ci pensi troppo. Adesso dovrebbe concentrarsi sul prendersi cura di sé.»
L’avvertimento dell’infermiera gli risuonava ancora nelle orecchie: era così giovane, eppure aveva trascurato la salute fino a quel punto.
«Va bene.» Un filo di calore le scorse nel petto.
Tra loro calò il silenzio.
L’atmosfera si fece un po’ tesa.
Eleanor parlò, impacciata: «Se ha delle cose da sbrigare, vada pure. Me la cavo da sola.»
Non voleva essere un peso.
Terrence disse: «Il mio programma è libero, posso farle compagnia.»
Eleanor avrebbe voluto insistere, ma lui trascinò una sedia fin vicino e si sedette accanto al letto d’ospedale.
A quella vista, non le rimase che tacere.
Per tutto il pomeriggio rimase nella stanza, premuroso con lei. Appena le veniva sete, era già lì a porgerle un bicchiere d’acqua tiepida.
Essere accudita con tanta attenzione per ore mise Eleanor in agitazione.
Intanto, il telefono rimase muto per tutto il pomeriggio.
Dopotutto, nel cuore di Harold e Jessica c’era solo Lavinia: non si sarebbero certo disturbati a preoccuparsi di dove fosse Eleanor o se stesse bene.
Verso sera, sbrigate le pratiche per le dimissioni.
Fuori dall’ospedale.
Eleanor si morse il labbro e disse la frase che aveva provato e riprovato: «Grazie per essersi preso cura di me, Mr. Thornton.»
«Di niente. La accompagno a casa.» disse Terrence, aprendole lo sportello.
Eleanor non rifiutò di nuovo e scivolò sul sedile dell’auto.
Guardandola sistemarsi, negli occhi di Terrence passò un sorriso fugace; poi fece il giro e si mise al posto di guida.
Eleanor si sentiva fuori posto.
Era la prima volta, da quando si era sposata, che si trovava in macchina con un uomo che non fosse suo marito, a parte un tassista.
La sua auto era una Vortex Vehicles nera, un colore discreto, senza ostentazione.
Ma Eleanor la riconobbe: era l’ultimo modello in edizione limitata, dal valore esorbitante.
Solo la punta dell’iceberg della sua ricchezza.
Terrence le lanciò un’occhiata: Eleanor sedeva rigida accanto a lui. Si voltò appena e le chiese, a bassa voce: «Ha bisogno del mio aiuto?»
«Con… con che cosa, esattamente??» Eleanor lo guardò confusa.
Terrence sospirò piano e si chinò verso di lei.
Il suo volto bello e scolpito le arrivò addosso all’improvviso, enorme davanti agli occhi; la sua inconfondibile fragranza scivolò fino a lei come nebbia di montagna.
Gli occhi di Eleanor si spalancarono, il cuore le fece un balzo.
«Tu—» Rimase senza parole.
«Ci metto un attimo.» mormorò Terrence, rassicurante.
Solo allora Eleanor capì che stava semplicemente aiutandola ad allacciare la cintura di sicurezza, e il suo cuore… finalmente smise di correre.
Ma erano troppo vicini, così vicini che i respiri si mescolavano, creando un’intimità quasi tangibile.
Click.
«Ecco fatto.» Terrence si ritrasse, tornando a sedersi.
Eleanor lasciò uscire con cautela un fiato che non si era nemmeno accorta di trattenere.
«Indirizzo?»
Eleanor gli disse in fretta dove abitava.
L’auto lasciò l’ospedale, avviandosi verso casa sua.
Guidarono in silenzio.
Eppure nella testa di Eleanor tutto correva. Si voltò verso il finestrino, spostando lo sguardo lontano da Terrence.
Mezz’ora dopo si fermarono davanti a casa.
Eleanor slacciò la cintura e lo ringraziò un’ultima volta: «Grazie per avermi riportata a casa, Mr. Thornton!»
Quelle parole tornarono a ronzargli addosso, una volta e ancora, e sulle labbra di Terrence si disegnò un sorriso impotente, mentre nel petto gli si alzava un senso di perdita, indescrivibile.
Non l’aveva riconosciuto: per lei era soltanto il suo nuovo capo.
«Di niente!»
Dopo un saluto veloce, Eleanor rimase dov’era, aspettando che se ne andasse.
Pochi istanti dopo, l’auto ripartì.
E, nello stesso momento, sfiorò la macchina di Harold.
Sui sedili anteriori, sia Harold sia Lavinia li intravidero.
Il volto di Harold si rabbuiò all’istante.
Il profilo di Terrence scivolò via dentro la Vortex Vehicles.
Harold e Lavinia non gli videro il viso con chiarezza — solo un taglio di profilo — ma bastava per capire che era un uomo di bell’aspetto.
Lavinia chiese, con un’aria studiata: «Harold, lo conosci quell’uomo in macchina?»
«No.» Harold serrò la mascella.
«Eleanor come lo conosce? E poi è stato così premuroso da riaccompagnarla a casa, loro…» Lavinia si interruppe a metà, lasciando la frase a penzoloni.
A quel punto l’espressione di Harold era una maschera di furia.
L’auto si fermò di colpo davanti alla porta. Harold spalancò lo sportello e, mentre Eleanor si voltava per entrare, le afferrò il polso con rabbia, stringendo così forte che sembrava volesse spezzarglielo.
Eleanor si girò a guardarlo, le sopracciglia aggrottate. «Lasciami, mi fai male.»
Harold non mollò; anzi, strinse di più.
Eleanor cercò di liberarsi, ma non ci riuscì, e la rabbia le salì di colpo. «Che ti prende?»
«Dammi una spiegazione!» sibilò Harold.
Davanti a quella pretesa senza senso, il volto di Eleanor diventò pallido e duro. «La smetti di fare il pazzo?»
«Chi è lui?» incalzò Harold, furente.
Eleanor ci pensò un istante e capì che parlava di Terrence.
«Hai visto?» Il suo tono era piatto.
Ma non era Harold quello che doveva delle spiegazioni?
Era stato fuori tutto il giorno con Lavinia…
Vedendo l’espressione indifferente di Eleanor, il fatto che non facesse alcuno sforzo per spiegarsi, l’ira di Harold divampò. «Rispondimi,» ringhiò. «Chi è?»
«Perché sei così arrabbiato?» Un mezzo sorriso le sfiorò le labbra.
Era evidente che non la amava, eppure faceva la parte del marito geloso.
Harold la tirò verso di sé.
Eleanor quasi gli rovinò addosso, inciampando appena, poi alzò lo sguardo nei suoi occhi freddi, pieni di rabbia.
«Chi è!» Sembrava deciso a ogni costo a sapere l’identità di quell’uomo.
Eleanor rispose, gelida: «Non ti serve saperlo…»
