Capitolo 1
Dolore, un dolore atroce!
Un’agonia insopportabile si propagò in tutto il corpo di Steven Rogers.
La vista di Steven si oscurò in un attimo e lui perse conoscenza.
Eppure, l’istante dopo spalancò gli occhi di colpo e si mise a sedere sul divano.
La scena infernale che aveva appena attraversato, quel dolore intollerabile: non avrebbe potuto dimenticarli.
Steven ansimò in cerca d’aria, il corpo già fradicio di sudore.
«Che sta succedendo? Non ero stato ucciso da quei vicini feroci?»
Non era una semplice impressione; era la realtà spietata che aveva vissuto fino a pochi istanti prima.
Solo pochi secondi prima, era stato calpestato senza pietà dagli amici e dai vicini di cui un tempo si fidava e che aveva aiutato. Pugni, piedi e perfino i bastoni che stringevano in mano gli erano piombati addosso come una pioggia battente.
In quell’apocalisse di fame e penuria, non avevano nemmeno lontanamente preso in considerazione l’aiuto che Steven aveva dato loro prima di assalirlo a viso aperto!
Un attimo prima di morire, intravide confusamente la sua dea, Alice Sanders, in fondo alla folla, che urlava in modo lamentoso: «Sono stata io a fargli aprire la porta. Dovete darmi una parte extra delle provviste!»
Era stata proprio quella donna a ingannare Steven, convincendolo ad aprire la porta e conducendolo così alla morte.
Steven la fissò, gli occhi colmi di odio e rimpianto.
Poteva dare la colpa soltanto a se stesso: troppo sciocco, troppo buono, e per questo finito vittima in quell’apocalisse.
Quanto desiderava che tutto potesse ricominciare.
Se avesse avuto un’altra possibilità, non avrebbe avuto pietà di nessuno; avrebbe vissuto soltanto per se stesso!
Che cosa stava succedendo, adesso?
Quando riuscì a riprendersi, Steven cominciò a guardarsi intorno.
La temperatura confortevole nell’aria lo colpì di sorpresa. Quel posto gli era familiare: era casa sua. Accanto a lui c’era un telefono perfettamente funzionante. Steven lo sfiorò d’istinto e lo schermo si accese.
La data mostrata era «12 novembre».
Mancava ancora un mese intero all’apocalisse.
«Sembra che io sia rinato.»
Steven inspirò a fondo e capì in fretta che cosa fosse successo.
Nel dicembre 2050, la Terra era stata influenzata dall’esplosione di una supernova avvenuta a cinquecentomila anni luce di distanza, che aveva dato inizio a una tempesta globale di gelo.
Le temperature erano crollate. A Starlight City, dove viveva Steven, la temperatura quotidiana oscillava attorno ai meno sessanta, meno settanta gradi Fahrenheit. La bufera durò un mese e seppellì l’intera città.
Si diceva che, nel nord di Starlight Kingdom, la temperatura avesse raggiunto il terrificante valore di meno cento gradi Fahrenheit, e che la terra fosse stata completamente inghiottita da ghiaccio e neve.
Molte specie si estinsero su vasta scala e, durante quel disastro, perfino il tasso di mortalità umana superò il novantacinque per cento.
Steven si alzò, prese una bottiglia d’acqua dal frigorifero e ne bevve quasi tutta a lunghi sorsi.
Per quanto fosse gelida, in quel momento aveva un sapore così buono da sfiorare le lacrime.
Nell’apocalisse l’unico modo per procurarsi acqua era uscire, affrontare il freddo estremo di meno sessanta, meno settanta gradi Fahrenheit, e scavare nella neve per poi scioglierla.
Un gesto del genere poteva facilmente finire con un congelamento mortale.
Steven provò una gratitudine immensa per la propria rinascita.
Eppure, al tempo stesso, nei suoi occhi guizzò un bagliore tagliente.
Le esperienze di quel mese non potevano essere state un sogno, soprattutto il dolore di essere fatto a pezzi: era stato fin troppo reale.
Ricordava con chiarezza chi aveva causato la sua morte.
In questa vita era deciso a vivere bene e non avrebbe più mostrato pietà a quella gente.
Anzi, senza mai mettere a rischio la propria sicurezza, avrebbe dovuto infliggere una vendetta spietata a quegli individui spregevoli!
Ma, per il momento, Steven doveva pensare a come sopravvivere all’apocalisse imminente, distante appena un mese.
La sua situazione abitativa era relativamente buona.
I genitori erano morti presto e lui aveva ereditato una casa di centotrenta metri quadrati a Starlight City.
Aveva anche più di trecentomila dollari da parte, una cifra più che comoda in tempi normali.
Ma con l’arrivo dell’apocalisse il mondo avrebbe dovuto fare i conti con una gravissima carenza di risorse.
Con i soli soldi che aveva in mano non avrebbe resistito a lungo.
Dopotutto, sopravvivere richiedeva una quantità enorme di scorte.
Con la possibilità di prepararsi in anticipo, Steven non voleva soltanto tirare avanti; sperava di mantenere, in futuro, una certa qualità di vita.
Bisognava considerare sia il cibo sia lo svago. Altrimenti, con il passare del tempo, la sua mente avrebbe potuto cedere facilmente.
E poi armi ed equipaggiamento erano indispensabili. Solo con quelli Steven avrebbe potuto garantire la propria sicurezza e portare a termine la vendetta sui vicini.
Proprio in quell’istante, davanti ai suoi occhi comparve un lampo di luce bianca.
Pensò che l’occhio destro fosse un po’ appannato e alzò la mano per strofinarselo.
Ma all’improvviso un flusso d’informazioni insolite gli inondò il cervello.
Sembrava che quella luce bianca fosse parte di lui, e nella sua mente affiorarono informazioni su di essa.
Con un semplice pensiero, la coscienza di Steven entrò all’istante nella luce bianca.
Dentro si ritrovò in un enorme spazio bianco, vastissimo.
L’estensione interna era sconosciuta: solo una grande distesa di vuoto.
«È uno spazio dimensionale?»
«Sembra che, dopo la rinascita, abbia ottenuto delle capacità speciali.»
Steven ne fu colmo di gioia.
A quanto pareva il suo corpo era mutato, concedendogli un potere fuori dal comune.
Con uno spazio così immenso, accumulare scorte per l’apocalisse sarebbe diventato molto più semplice.
Tuttavia Steven si chiese quanta roba potesse contenere quello spazio e se imponesse qualche restrizione sugli oggetti che vi si mettevano.
La sua coscienza tornò all’istante nella stanza e lui cominciò a tentare di infilare nello spazio oggetti di casa.
Partì da tazze da tè e catini: entrarono senza alcuna difficoltà.
Poi Steven provò con elettrodomestici più ingombranti.
Televisore, frigorifero, lavatrice, computer, condizionatore, aspirapolvere.
Lo spazio bianco li accolse tutti, senza la minima esitazione.
Inoltre, gli bastava un pensiero e Steven poteva riprendere gli oggetti dallo spazio.
Però gli oggetti sottoposti a forti forze esterne e che non esistevano in modo indipendente erano difficili da immagazzinare.
Per esempio, quando provò a fare leva per sollevare un’asse del pavimento, lo spazio dimensionale non ebbe alcuna reazione.
«Sembra che questo spazio dimensionale abbia molte regole che devo esplorare con calma.»
«Ma solo avere un posto così enorme dove conservare le cose mi basta per accumulare una quantità folle di risorse!»
Si leccò le labbra, mentre nella mente gli prendeva forma un piano audace.
Steven era il supervisore del Magazzino Sud di Walmart.
In quanto più grande supermercato del mondo, Walmart disponeva di un assortimento vastissimo di prodotti.
Nel Starlight Kingdom vantava tre magazzini giganteschi: il Magazzino Centrale, il Magazzino Sud e il Magazzino Nord.
Erano tutti enormi, ma il Magazzino Sud più di ogni altro.
Costruito nel 2040, era lungo cinquemila piedi e largo duemilatrecento, per una superficie di oltre un milione di piedi quadrati! Era il magazzino più grande del mondo!
Un tempo il presidente del distretto Woodville di Walmart lo aveva perfino celebrato come l’Ottava Meraviglia del Mondo.
Certo, ufficialmente il mondo ne riconosceva solo sette; l’Ottava Meraviglia era un titolo autoattribuito, conteso da migliaia di concorrenti.
Ma la scala del Magazzino Sud e la sua capacità di stoccaggio erano davvero di livello assoluto, a livello globale.
Le scorte bastavano a rifornire per una settimana diverse città con milioni di abitanti.
In altre parole, se Steven fosse riuscito a svuotare un magazzino e trasferire i rifornimenti nel suo spazio,
non solo avrebbe avuto cibo a sufficienza per questa vita: ne avrebbe avuto per dieci.
Il punto chiave era che il controllo qualità di Walmart era estremamente rigido.
Nel magazzino non c’erano prodotti scadenti o di marche sconosciute.
Che si trattasse di cibo, articoli per la casa o beni di lusso, erano tutte marche rinomate.
Se Steven fosse riuscito a svuotare un magazzino Walmart, non avrebbe più dovuto preoccuparsi delle provviste quando sarebbe arrivata l’apocalisse, e avrebbe potuto vivere nel massimo agio.
Da supervisore del magazzino, Steven conosceva ogni scaffale, ogni impianto di sorveglianza e l’orario di ogni dipendente come le sue tasche.
Svuotare il magazzino non era difficile per lui.
«Per vivere comodi nell’apocalisse, il primo problema da risolvere è il cibo, ed è facile» si disse Steven.
«Oltre agli acquisti di tutti i giorni, posso portare via altre cose dal magazzino. Ma non posso fare di testa mia: prima devo esplorare e capire bene.»
«E poi posso spostare la merce solo negli ultimi giorni prima dell’apocalisse, per non attirare attenzioni. Se mi beccano, in prigione non ci resto vivo a lungo.»
Steven annotò “cibo” sul taccuino e ci mise una spunta.
«Poi viene il riscaldamento.»
«Dopo l’apocalisse l’energia sarà terribilmente scarsa, e i condizionatori diventeranno inutili in fretta.»
«Quindi devo scegliere il metodo più semplice. Un camino è la scelta migliore!»
I camini scaldano con sistemi primitivi.
In Europa, dove d’inverno le temperature scendono parecchio, quel metodo viene spesso usato per superare lunghi mesi di freddo.
«In tal caso devo ristrutturare casa, magari aggiungendo un buon isolamento.»
Il pensiero dei lavori gli riportò alla mente la casa svaligiata nella sua vita precedente, e il cuore gli si serrò.
«Devo anche trasformare casa mia in una fortezza inespugnabile.»
«Per prima cosa devo rivestire tutto attorno con spesse piastre d’acciaio o materiali in lega. Come minimo, la casa deve reggere un’esplosione normale.»
Dopo l’apocalisse la gente avrebbe fatto qualunque cosa pur di sopravvivere, e lui doveva essere pronto in ogni dettaglio.
Non poteva permettersi la minima illusione in fatto di sicurezza. Steven aveva già assaggiato la morte una volta e non aveva alcuna intenzione di riprovarci.
Anche il problema del rifugio si poteva risolvere.
A Starlight City c’erano società di sicurezza specializzate nel servire i ricchi, anche nella costruzione di case-fortezza.
Steven ricordò di aver visto, nella vita precedente, una notizia su un miliardario straniero ai vertici della classifica che aveva fatto costruire una superfortezza capace di resistere perfino a un piccolo attacco nucleare.
«Poi ci sono le medicine. Devo evitare di ammalarmi quando non ci sarà cura.»
«Nel magazzino di Walmart ci sono molti farmaci comuni contro raffreddore, febbre e malanni leggeri. Ma non basta neppure lontanamente.»
«La tempesta di ghiaccio durerà almeno diversi decenni, quindi devo prepararmi fino in fondo.»
Per fortuna Steven aveva buone conoscenze a Starlight City.
Da responsabile di magazzino conosceva alcuni addetti ai depositi ospedalieri.
Se avesse messo sul piatto abbastanza denaro, avrebbe potuto procurarsi qualunque medicinale gli servisse.
Risolti questi problemi, Steven batté il taccuino con la penna.
«E adesso resta un’ultima cosa.»
Lo sguardo gli si fece tagliente.
«Le armi!»
