Capitolo 2 2
Rimasi in ginocchio e giurai fedeltà all’Alpha. Nel momento stesso in cui le parole mi lasciarono le labbra, la capo cameriera fece un passo avanti e mi ordinò di seguirla. Intanto la gente tornava già alle proprie mansioni, a malapena mi degnava di uno sguardo.
La cameriera si chiamava Alesha, eppure la conoscevo fin troppo bene. Un serpente travestito, fedele a nessuno se non a se stessa. Le andai dietro, e intanto mi disegnavo già la prossima mossa. Denzel avrebbe presto messo in scena la sua piccola recita: lo stesso rifiuto umiliante che aveva orchestrato nella mia vita precedente per compiacere la sua preziosa Luna. Non questa volta. Non avrei permesso a nessuno dei due di strapparmi di nuovo la dignità.
Alesha mi condusse in una stanza modesta, la stessa che avevo occupato un tempo. Un letto stretto e singolo era appoggiato al muro, accanto a una piccola scrivania e a una sedia di legno sistemate sotto l’unica finestra, che dava sul campo d’addestramento e sul giardino oltre. Un armadietto metallico a due ante stava vicino al bagno comunicante, pronto a contenere nient’altro che i miei orrendi abiti da lavoro. Jalisa aveva fatto in modo che fosse così.
Mentre tutte le altre serve indossavano gonne aderenti e camicette che valorizzavano le forme, i miei vestiti erano volutamente troppo grandi, informi, trascinati a terra. Mi voleva nascosta, privata di qualsiasi traccia di bellezza o sicurezza: una punizione avvolta nell’umiliazione.
Chiusi le tende. Non sopportavo l’idea di guardare fuori da quella finestra. Nella mia vita precedente osservavo Denzel addestrare i suoi uomini laggiù, fingendo indifferenza quando mi ignorava. Allora il suo silenzio mi aveva ferita più di qualsiasi lama. Mi chiedevo se avesse mai provato rimorso per avermi respinta in modo così pubblico, così crudele. Ma adesso? Non mi importava. Non poteva importarmi. Mi rifiutavo di essere di nuovo quella ragazza ingenua, con il cuore spezzato.
Mi sedetti accanto alla finestra, espirai lentamente e lasciai che i pensieri si posassero. La mia missione era tutto ciò che contava.
I ricordi delle manipolazioni di Jalisa mi bruciavano dietro gli occhi: le sue menzogne, la sua crudeltà, il modo in cui aveva rivoltato tutti contro di me dopo che l’avevo sorpresa a letto con Beta Tyrell. Quando Denzel si rifiutò di mandarmi via su sua richiesta, lei si vendicò su di me in ogni modo possibile. Una volta l’avevo implorata, le avevo promesso che sarei rimasta in silenzio, che avrei protetto il suo segreto. Quanto ero stata stupida.
Mai più.
Li avrei fatti pagare entrambi per ogni bugia, ogni umiliazione, ogni goccia del mio sangue versato. Una volta smascherati e ripulito il mio nome, sarei sparita per sempre da quel posto maledetto.
«Stai dimenticando qualcosa di importante, Venessa.» La voce di Nyla si mosse dentro di me, bassa e ferma. La mia lupa non perdeva mai occasione di ricordarmi il mio scopo.
«E adesso cosa?» mormorai a denti stretti.
«Abbiamo un anno», disse. «Un anno per sistemare tutto.»
Gemi. «Lo so benissimo, Nyla.»
«Il nostro ritorno non è soltanto per vendetta», continuò, ignorando la mia irritazione. «Abbiamo un dovere. C’è un motivo se ci hanno mandate indietro.»
«Basta!» scattai. La mia pazienza si incrinò sotto il peso della sua calma. «Hai già dimenticato cosa ci hanno fatto? Denzel non ci ha protette. Ci ha respinte. È rimasto a guardare mentre mi umiliavano, e poi mi ha condannata a morire. Ti ricordi la ghigliottina, Nyla? Ti ricordi la camminata verso l’esecuzione? Perché io sì. Ogni dannato passo.
«Ci hanno condannate mentre Jalisa sorrideva della mia sofferenza. E tu vuoi ancora che ci riprovi? No. Li smaschereremo, gliela faremo pagare e poi ce ne andremo. Non mi importa cosa succede a Denzel. È un idiota accecato da quella strega che chiama moglie.»
Nyla ringhiò nella mia mente, profonda. «Sai che non è vero, Venessa. Ha fatto quello che credeva giusto. Puoi odiarlo quanto vuoi, ma il destino non sbaglia. È ancora il nostro compagno.»
Strinsi i pugni. «E cosa stai suggerendo?» sibilai, con la voce che tremava di rabbia e di paura. Perché sotto tutta quella furia c’era il terrore. Terrore di fallire ancora. Di amare ancora. Di perdere tutto, di nuovo.
Il tono di Nyla si addolcì. «Riconquistalo. Riconquistali tutti. Guadagna la loro fiducia. Usa la loro lealtà contro Jalisa e Tyrell. L’ultima volta siamo state troppo buone, troppo fiduciose. Stavolta combattiamo al loro livello. Denzel è nostro per un motivo, e che ti piaccia o no, ha bisogno di noi. Non puoi cambiare il destino.»
Sospirai, pesante. «E poi cosa, Nyla? Abbiamo solo un anno.»
Silenzio. Nemmeno lei aveva una risposta.
Finalmente parlò di nuovo, più piano. «Dobbiamo comunque provarci. Jalisa e Tyrell non sono le uniche minacce. Se ce ne andiamo dopo averli smascherati, Denzel morirà di nuovo. Lo sai. Per riuscirci davvero, lui deve vivere.»
Le sue parole rimasero sospese nell’aria, pesanti. Io non dissi nulla.
Quando il silenzio si protrasse troppo, mi alzai dalla sedia e decisi di farmi una doccia. Poco dopo arrivò una cameriera con i vestiti che mi erano stati assegnati: un altro completo di abiti orribili, troppo grandi. La ringraziai con un sorriso vuoto e le chiusi la porta alle spalle.
L’acqua calda mi lavò via dalla pelle sporco, sangue e sabbia, trascinando con sé l’odore della paura e della prigionia. Quando ebbi finito, mi legai i capelli con cura. Lo specchio mi restituì uno sguardo tormentato ma deciso. Ero bella, che a Jalisa piacesse o no. E stavolta non mi sarei scusata per questo.
Mi vestii e tornai a sedermi accanto alla finestra, ad aspettare. Non c’era motivo di uscire dalla stanza. Sapevo chi sarebbe venuto.
E quando finalmente arrivò il bussare, non ebbi neppure un sussulto.
«È aperto» dissi.
Denzel entrò, e per un istante la sua vista mi rubò il respiro.
Era proprio come lo ricordavo: capelli scuri che catturavano la luce, occhi grigio tempesta incorniciati da ciglia troppo lunghe per un uomo, pelle abbronzata dal sole tesa su zigomi affilati e una mascella forte. Un metro e novantacinque di forza e di quieta autorità. Nella mia vita passata, la sua presenza mi aveva sciolta. Adesso mi ricordava soltanto tutto ciò che avevo perduto.
Si schiarì la gola, l’espressione illeggibile eppure gentile. «Venessa, sai perché sono qui» disse, con tono uniforme.
Io non risposi.
«Per favore, seguimi nel mio ufficio.»
Annuii e lo seguii lungo corridoi che un tempo conoscevo fin troppo bene.
Quando entrammo nel suo ufficio, Luna Jalisa era già lì. L’aria si fece subito più densa. Mi costrinsi a inchinarmi con rispetto, reprimendo il disgusto che mi saliva in gola.
«Io sono la principessa dei licantropi e la legittima erede al trono» disse Jalisa con voce vellutata, intrisa di superiorità. «Ti rivolgerai a me chiamandomi Vostra Altezza, non Luna.»
Mi inchinai ancora di più. «Come desidera, Vostra Altezza.»
«Vaccia piano con lei, Jalisa» disse Denzel sottovoce.
Lei si girò verso di lui fulminandolo. «Piano? Sono già generosa a lasciarti tenere qui la tua predestinata» sibilò, e lo stomaco mi si attorcigliò. Quindi glielo aveva detto. Certo che gliel’aveva detto.
Denzel lasciò sfuggire una breve risata, come per smorzare la tensione, poi riportò lo sguardo su di me. «Dimmi, Venessa: perché i Lycan ti stavano dando la caccia? Cos’è successo là fuori?»
Tenni la voce ferma. «I Lycan ci hanno attaccate mentre io e mia madre stavamo viaggiando. Lei li ha chiamati rogue. Prima di allora vivevamo in una piccola casetta nel bosco di Oak.»
Lui annuì, soddisfatto per il momento. Non avevo alcuna intenzione di dire di più. L’esilio di mia madre, le nostre difficoltà: nessuno di loro aveva bisogno di altre munizioni da usare contro di me. Giudicavano in fretta e ricordavano solo ciò che tornava comodo.
«Bene» disse Denzel. «Finché seguirai le nostre leggi e rispetterai le regole, qui non avrai nulla da temere. Farò in modo che ti vengano assegnati dei compiti e che tu venga pagata per il tuo lavoro. In questo branco non teniamo schiavi. Ti guadagnerai da vivere onestamente. È chiaro?»
«Sì, Alpha» risposi.
Mi osservò per un momento. «C’è qualcos’altro che vuoi dire prima che ti spieghi perché ti ho portata qui sul serio?»
Annuii una volta, sentendo il polso accelerare. Sapevo benissimo perché eravamo lì. Era il punto in cui, la volta precedente, mi aveva respinta in pubblico, freddamente, per compiacere la Luna.
Ma non stavolta.
«Sì, Alpha» dissi piano.
«Avanti» disse lui, facendomi cenno di parlare.
Alzai lo sguardo, incrociando i suoi occhi di tempesta. «Io, Venessa Gordon, respingo te, Alpha Denzel Shaw, come mio compagno predestinato.»
Le parole caddero nell’aria come una lama che recide carne.
Denzel si immobilizzò, lo shock dipinto sul volto. Poi arrivò il dolore: netto, evidente. Si portò una mano al petto mentre il legame tra noi si incrinava, si disfava. Lo sentii anch’io, bruciare nel cuore, incenerirmi da dentro.
Sprofondò sulla sedia, ansimando, gli occhi sbarrati dall’incredulità. Io rimasi dritta, rifiutandomi di vacillare.
Volevo che la rottura fosse totale, stavolta.
L’agonia era vera, cruda, profonda; eppure, sotto, c’era una strana soddisfazione. Per una volta avevo ripreso il controllo.
Mi guardò, la confusione che tremolava dietro al dolore, ma non mi importava. Il cuore mi faceva male, sì, però ero fiera.
Per la prima volta, ero libera.
