Un Affare Sovrano

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CAPITOLO 7: FACCIO SOLO IL MIO LAVORO

ELISE

«Prinsessan av Sverige trovata morta nel suo letto» mormoro alla mia stanza vuota, fissando il soffitto. «Causa del decesso: noia.»

Fuori dalla finestra, la luce soffusa della città fende il crepuscolo, creando delle ombre sulle pareti. Danzano lievi, come a volermi schernire.

Proprio come ho consigliato a mio fratello, è una serata perfetta per uscire di nascosto. Dopo Johan, però, il solo pensiero di farlo mi dà una leggera nausea, soprattutto perché corro il rischio altissimo di incontrarlo.

Mi si stringe il petto quando penso a lui, e lotto per impedire ai ricordi di trascinarmi in un baratro di disperazione. Ma ogni volta che chiudo gli occhi, vedo il suo viso, i suoi caldi occhi castani che brillano di allegria. Sento la musica che metteva ogni sera quando uscivamo insieme.

«Smettila, Elise» borbotto tra me e me. Per quanto sia stato bello, non posso dimenticare quanto sia andata a finire male.

Non gli importava di me, non davvero. Sapevo di meritare di meglio. Le sue espressioni compiaciute, le sue parole crudeli, il modo in cui se n’è andato senza voltarsi indietro.

Era terribile e manipolatore.

Eppure, dopo un mese, il cuore mi fa ancora male. E conosco la patetica verità: sono ancora innamorata di lui.

Mi asciugo gli occhi con il dorso della mano. L’impulso di scrivergli con il mio telefono segreto mi brucia dentro, ma lo soffoco.

«Basta» sussurro, mettendomi a sedere e passandomi una mano tra i capelli arruffati. Devo uscire. Devo respirare aria che non sia quella tra le mura di questo palazzo, ballare con la musica a tutto volume e perdermi nel momento.

Se evito i nostri soliti posti, dovrei essere a posto. Mi serve solo la mia felpa portafortuna per le fughe, quella che ho lasciato nella stanza di Kristian.

Qualche minuto dopo, apro la porta di mio fratello. «Ok, lo so che mi hai detto di andarmene, ma…»

Aggrotto la fronte; la stanza è vuota. Il letto è esattamente come l’ho lasciato prima. Il portatile di Kristian è sulla sua scrivania e la sua giacca è appesa ordinatamente allo schienale della sedia. È come se fosse stato qui tutto il giorno, se non fosse che non c’è.

E la mia felpa per le fughe è sparita.

Poi qualcosa attira la mia attenzione.

Sulla scrivania c’è un foglio di carta piegato, parzialmente nascosto sotto un libro. È bianco, a parte una singola parola scarabocchiata più e più volte con la calligrafia ordinata di Kristian: Södermalm.

La fisso per un istante, con il cuore che perde un battito. Leggo e rileggo la parola come se fosse una specie di enigma.

Il petto mi si stringe. Oh, no.

I montacarichi funzionano ancora. Se ne prendi uno, ti porterà giù nelle vecchie cucine della servitù.

Impossibile. No. Assolutamente. Impossibile.

Non può averlo fatto. Non l’avrebbe mai fatto.

Non ha ancora capito che non bisogna prendermi sul serio?

Un sorriso mi si allarga sul viso mentre un misto di orgoglio ed esasperazione mi ribolle dentro. Faccio un passo indietro, scuotendo la testa. «Che principino furbo» borbotto a bassa voce.

Lasciare un biglietto, però, è stata una stupidaggine, perché avrebbe potuto vederlo chiunque. Anche se, la possibilità che qualcuno entri nella stanza del principe senza invito è davvero minima. Comunque, la cosa migliore sarebbe stata venire in camera mia a dirmi che sarebbe uscito di nascosto.

Avremmo potuto trasformarla in un’avventura tra fratelli.

Beh, questo decide tutto. Raggiungerò mio fratello per le strade di Södermalm.

Mi dirigo verso l’ala ovest, mentre il piano prende forma nella mia mente. Non è la prima volta che esco di soppiatto dal palazzo, ma è passato un po’ di tempo. Il pensiero di sgattaiolare via senza essere notata mi fa accelerare il polso con la solita scarica di adrenalina.

Ma mentre mi avvicino al passaggio segreto, una voce mi blocca sul posto.

«Prinsessan Elise?»

Mi volto di scatto, con il cuore che mi balza in gola.

A pochi passi da me c’è un uomo che non ho mai visto prima. È alto, probabilmente più di un metro e ottanta, con le spalle larghe e un fisico asciutto e atletico. Ha i capelli castani ben curati e una mascella così definita da poter tagliare il vetro. Il suo abito blu navy gli calza a pennello, del tipo che sembra costoso ma non appariscente, e i suoi occhi verdi sono fissi, intenti a scrutarmi in modo calcolatore.

«Non volevo spaventarla» dice. La sua voce è vellutata e calda, come una cioccolata bollente.

«Lei non fa parte del mio solito staff» osservo, incrociando le braccia e cercando di sembrare naturale.

«No, Prinsessan» risponde. «Sono Oskar Lundgren. La sua nuova guardia del corpo. Mi hanno assegnato a lei per via del summit.»

Ah, Gud.

Come tutti gli altri servitori, si esprime in modo formale, ma un leggero accento mi fa chiedere se venga da una città più piccola. Ha anche un'aria rustica che stona con i corridoi tirati a lucido del palazzo.

Mi raddrizzo e tengo la testa alta. «Hej, Oskar.»

«Cosa ci fa qui? Quest'ala del palazzo è disabitata» dice, inclinando appena la testa.

«Niente» rispondo in fretta, con la voce un po' troppo acuta. «Sto solo... esplorando.»

Il suo sguardo non vacilla. Mi fissa come se sapesse che sto mentendo, ma fosse troppo educato per farmelo notare.

«Beh» dice dopo un istante, «questa zona non è esattamente sicura per... esplorare.» Guarda alle mie spalle e poi aggrotta la fronte, preoccupato. «Chiederò che venga chiusa. Per la sua sicurezza.»

Ma che cazzo?

Mantengo la calma e sorrido. «Grazie, Oskar, ma non è necessario» dico, a denti stretti. Gli passo accanto e mi dirigo verso la mia stanza. Mentre lo faccio, il profumo del suo dopobarba mi arriva alle narici e inspiro a fondo prima di rendermi conto di ciò che sto facendo.

Appena chiudo la porta della mia stanza, ci appoggio la fronte contro e resto in ascolto finché il corridoio non torna silenzioso, contando i secondi prima di socchiudere l'uscio. Il corridoio è debolmente illuminato, con ombre che si addensano negli angoli. Esco con cautela, tenendo le scarpe in mano.

Sinistra. Destra. Via libera.

Cammino in punta di piedi lungo il corridoio, diretta di nuovo verso l'ala ovest, con il cuore che batte all'impazzata. Ma proprio mentre raggiungo il passaggio, una figura emerge dall'ombra.

Oskar, porca puttana, Lundgren.

«Ancora lei?» dico, esasperata, fermandomi di colpo.

Lui incrocia le braccia, con un sopracciglio alzato. «E ancora lei, Prinsessan. Cosa sta facendo, esattamente, stavolta?»

Raddrizzo le spalle, sollevando il mento. «Jag är prinsessan. Posso fare tutto quello che voglio.»

«È vero» dice, con un tono irritantemente calmo. «Finché rientra nelle regole. Al di fuori di esse, il mio compito è fermarla.»

Lo fisso a bocca aperta. «Sta scherzando.»

«Niente affatto.»

I suoi occhi verdi si agganciano ai miei, senza esitazione. Non c'è traccia di un sorrisetto, nessun indizio che si stia divertendo, il che, in qualche modo, rende tutto ancora più snervante.

«Lei è la persona più presuntuosa che abbia mai conosciuto» sbotto.

Un muscolo gli guizza sulla mascella. «Faccio solo il mio lavoro» dice, semplicemente.

La sua calma non fa che farmi arrabbiare di più. Lo fulmino con lo sguardo, ma lui non batte ciglio. L'espressione ferma e imperturbabile nei suoi occhi mi provoca una scossa, qualcosa di pungente e sgradito.

Questa cosa non mi piace per niente. Ho sempre avuto libertà di movimento per il palazzo, da che ho memoria. Io e le mie solite guardie del corpo abbiamo... un accordo non scritto. Non tollererò che Oskar Lundgren mi faccia soffocare tra i confini di questo palazzo opprimente.

Deve andarsene. O almeno essere trasferito a un altro incarico che non lo veda starmi col fiato sul collo.

«Lei è impossibile» dico alla fine, girando sui tacchi e tornando a passo di marcia verso la mia stanza.

Una volta dentro, sbatto la porta e mi butto sul letto. Il petto mi si alza e si abbassa mentre affondo la faccia in un cuscino e sfogo un ringhio di frustrazione.

Il volto calmo e imperturbabile di Oskar mi balena nella mente e stringo il pugno.

«Rövhål» borbotto, mettendomi a sedere mentre mi passo una mano tra i capelli. La sua faccia non vuole andarsene dalla mia testa: quegli zigomi affilati, i suoi occhi fermi, il modo in cui se ne stava lì come se nulla di ciò che dicevo potesse scalfirlo.

E nella quiete della mia stanza, il cuore mi batte all'impazzata al pensiero della sfida che la mia nuova guardia del corpo rappresenta.


Prinsessan av Sverige (svedese) - La Principessa di Svezia

Prinsessan (svedese) - Principessa

Jag är prinsessan (svedese) - Sono la principessa

Ah Gud (svedese) - Oh Dio

Hej (svedese) - Ciao

Rövhål (svedese) - Stronzo

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