CAPITOLO 5: ABBIAMO UN PROBLEMA
KRISTIAN
Mi batte il cuore, così forte e veloce che mi sembra di non riuscire a respirare. Non so se sia per la musica, per il fatto di essere su una pista da ballo con un perfetto sconosciuto, o per il brivido di questa cosa ribelle e pericolosa che sto facendo.
Le mani di Adrian sono calde tra le mie, i suoi movimenti fluidi. Mi ritrovo a cercare di seguire il suo ritmo, sentendomi un po' sopraffatto da lui.
All'inizio è un disastro. Sento i piedi pesanti, come se li trascinassi nel fango. Le luci lampeggiano sulla folla, accecanti e caotiche. Continuo a guardarmi intorno, aspettandomi da un momento all'altro che qualcuno mi indichi e urli: «È lui! È il principe!».
Ma non lo fa nessuno.
Mi costringo a concentrarmi su Adrian. Ride piano, con i ricci scompigliati e il viso arrossato. C'è qualcosa di magnetico in lui. Non è solo come si muove, è il modo in cui fa sembrare tutto così semplice, così spensierato.
Quando si lancia nel suo ballo robotico, sento una risata salirmi dal petto e pervadermi tutto il corpo, inaspettata e leggera.
Non ridevo così da mesi.
Il ritmo cambia e lui si avvicina. Non indietreggio, anche se so che dovrei. Mi prende la mano, un gesto che sembra più intimo di qualsiasi altra cosa abbiamo fatto stasera.
Le pulsazioni accelerano e so che non dovrei lasciargli stringere la mia mano in quel modo, ma non riesco a farmene un problema.
Per la prima volta da un'eternità, mi sento… bene. Libero. Come se fossi solo un uomo in una stanza affollata, non un principe con il peso di una nazione sulle spalle.
Poi la mano di Adrian si stringe attorno alla mia e il suo sorriso disinvolto vacilla.
«Chris…» Si fa ancora più vicino. La sua espressione seria mi blocca e il cuore riprende a battere all'impazzata per una ragione completamente diversa. «Abbiamo un problema.»
Adrian lancia un'occhiata alle mie spalle e io seguo il suo sguardo.
Poi lo vedo: un uomo in fondo al locale. A prima vista, non sembra che ci stia guardando. Ha una postura rilassata; si potrebbe quasi scambiarlo per un cliente qualunque.
Ma ho visto abbastanza paparazzi da riconoscerne uno a distanza.
Guardo meglio e, a conferma dei miei sospetti, la sua macchina fotografica brilla sotto le luci, un teleobiettivo puntato dritto nella nostra direzione.
Mi si stringe il petto. La mente mi si svuota. Mi hanno scoperto.
La paura mi si attorciglia lungo la schiena mentre ricaccio indietro la bile che mi sale in gola.
Anche Adrian sa chi sono? Era tutta una trappola? Fingere di essere gentile, attirarmi sulla pista da ballo e poi cosa, sorprendermi in una posa compromettente davanti all'obiettivo?
«Chris!»
La voce di Adrian mi strappa ai miei pensieri vorticosi.
«Ho detto che abbiamo un problema.»
«Q-qual è il problema?» dico, tirandomi il cappuccio più stretto sul viso. I miei occhi saettano per il locale, in cerca di un'uscita, di un posto dove nascondermi, o della spiegazione che dovrò dare domani, quando la mia piccola scappatella verrà scoperta.
Mi rivolge un sorriso imbarazzato e indica con un cenno del capo l'uomo losco con la macchina fotografica vicino alla porta. «Potrei essere stato bandito da questo locale. O forse no. Credo che quell'uomo ce l'abbia con me».
Aggrotto la fronte. Quello è sicuramente un paparazzo venuto per me… giusto? E se Adrian fosse d'accordo con lui, non dovrebbe…
«Credo sia meglio andarcene».
Annuisco in fretta, sentendomi invadere dal sollievo. Stavo per suggerire la stessa cosa. Ora ho la pelle umidiccia e il locale è diventato di colpo soffocante.
Adrian mi tende la mano, facendo tintinnare piano i suoi braccialetti. Esito un istante e incrocio il suo sguardo.
Sembra… disperato. O forse speranzoso? Non riesco a decifrare l'emozione precisa, ma pare che voglia davvero che gliela prenda.
E io voglio davvero prenderla. Così lo faccio.
La sua stretta è salda e sicura e, mentre mi trascina verso il retro del locale, mi attraversa il pensiero strano e spaventoso che lo seguirei ovunque.
Prendo quell'emozione, la ripiego su se stessa e la chiudo a chiave in un angolo della mente, per ispezionarla in un secondo momento.
Ci facciamo largo tra la folla, io a testa bassa, con le pulsazioni che mi rimbombano nelle orecchie. La musica adesso sembra più alta, assordante, come se si stesse prendendo gioco di me.
Urto il gomito di qualcuno e quasi inciampo, ma Adrian non mi lascia.
«Attento, caro» dice Adrian, tenendomi in equilibrio con una mano ferma sul fianco.
Anche attraverso il tessuto spesso della felpa, sento i brividi corrermi lungo la schiena.
Non ho il tempo di elaborare quella strana reazione che lui si rimette in moto.
Spingiamo una porta con la scritta “Solo Personale” e una folata d'aria gelida mi investe mentre usciamo in un vicolo. C'è odore di cemento umido e di qualcosa di acido. È tutto silenzioso, a parte il ronzio lontano del traffico e i bassi che pulsano dietro la porta chiusa.
Mi fermo e faccio un respiro profondo, lasciando ricadere le spalle. La tensione nel petto si allenta un po', ma non del tutto.
La mano di Adrian è ancora nella mia, la sua pelle calda contro il freddo pungente. Abbasso lo sguardo sulle nostre mani, poi di nuovo su di lui. La luce di un lampione gli illumina il viso e, ah, che bello, che spettacolo.
Adrian è un uomo davvero attraente, devo ammetterlo. Ha una mascella perfetta, la pelle olivastra sembra risplendere e quegli splendidi occhi color nocciola scintillano con la promessa di avventura e malizia.
Questa, ovviamente, è un'osservazione oggettiva.
Restiamo semplicemente lì, mano nella mano, a fissarci.
Penso di dire qualcosa.
Ma ora che siamo fuori, ora che l'uomo sospetto del locale mi ha ricordato quanto le mie azioni siano pericolose, sconsiderate e stupide, è come se l'incantesimo di prima si fosse spezzato.
Faccio un passo indietro, sfilando la mano da quella di Adrian. Adesso mi sento esposto, nudo.
È come se il peso della mia identità – le responsabilità e le aspettative che avevo lasciato al Palazzo – fosse tornato.
E sembra più pesante di prima.
