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CAPITOLO 4: IL PRINCIPE AZZURRO

LUCA

Certo, la mostra d'arte è stata fantastica, ma la vista in questo locale? Molto, molto meglio.

L'ho notato nell'istante in cui è entrato. In mezzo alla folla di corpi sudati e frementi, lui spicca come un faro nella notte.

Non perché sia chiassoso o appariscente, anzi, è l'esatto contrario. Eppure emana una luce interiore che nessuno degli altri avventori possiede.

Se ne sta vicino al muro, con le spalle rigide e lo sguardo che saetta da una parte all'altra, come se stesse cercando di capire dove si trova.

È alto, con le spalle larghe e lineamenti regali, addolciti da un che di… delicato. Ha i capelli biondo scuro, pettinati alla perfezione, non una singola ciocca fuori posto. È proprio questo a farlo sembrare fuori posto.

Appoggiato al bancone, sorseggio il mio drink mentre lo osservo. Sembra capitato nell'universo sbagliato senza sapere come mimetizzarsi.

È ovvio che non c'entra niente qui. Forse è per questo che non riesco a staccargli gli occhi di dosso.

Il fatto che sia bello da morire non aiuta. Si perdoni il francesismo.

Il telefono mi vibra in tasca. Sospiro e do un'occhiata allo schermo. Gio. Certo.

Faccio scorrere il dito per rispondere, già preparandomi al peggio.

«Dove sei?» Gio non perde tempo in convenevoli. La sua voce è tesa per l'irritazione.

Onestamente, a questo punto mi dispiace per quel pover'uomo. Prendo nota mentalmente di compiere cinque buone azioni per rimediare. Anche se non basterebbero neanche lontanamente.

Faccio roteare il ghiaccio nel bicchiere. «Ciao anche a te».

«Luca» dice, esasperato. «Sei sparito. Di nuovo. Tua madre sta per—»

«Sto bene». I miei occhi tornano a vagare verso il ragazzo vicino al muro. È ancora lì, ora con le braccia conserte e un'espressione un po' in preda al panico. «Sono impegnato».

«Dove. Sei?»

Sorrido. «Ci vediamo presto, amico».

«Luca—»

Riattacco prima che possa iniziare un'altra ramanzina e mi rimetto il telefono in tasca. Il mio sguardo torna su di lui.

Si è spostato un po' più vicino al bancone, e lo prendo come un invito.

«Non è il tuo genere di posto?»

Il suo nome è Chris. Ma con quei capelli biondi e gli occhi azzurri, e nonostante la felpa larga, sembra più il tipo da rispondere al nome di Principe Azzurro.

Se stasera porto un'altra persona nella mia camera d'albergo, Giovanni potrebbe letteralmente esplodere. Così do a Chris un nome falso, perché tanto probabilmente non lo rivedrò mai più.

E grazie a quella che credo sia la forza della sua curiosità, riesco a portarlo al bancone.

Noto il modo in cui lancia un'occhiata alle bottiglie dietro al bancone, come se non avesse mai visto alcolici in vita sua. Ha le labbra serrate, la mascella contratta. È carino. Ancora più carina è la sua reazione alla coppia che ci sta dando dentro qui accanto.

«Sei teso» dico. «Rilassati. Ti divertirai di più».

Si lascia sfuggire una risata così impacciata che persino io inizio a sentirmi in colpa per lui. Che vita ha fatto finora per essere così turbato da quasi ogni cosa?

Penso che se la caverà con una risata, ma sorprendentemente risponde: «Non sono sicuro di saperlo fare».

Sarà il whiskey o il suo accento ridicolmente affascinante, ma quella vulnerabilità mi fa sentire un tuffo allo stomaco. Che diavolo mi prende? Da quando la vulnerabilità è diventata eccitante?

Maschero il mio scompiglio interiore con un sorriso appena accennato. «Resta con me, Chris. Me ne intendo di divertimento».

Lui mi rivolge un piccolo sorriso timido, e lo stomaco mi si ribalta di nuovo.

Non so perché, ma voglio sapere di più su di lui. Cosa l'ha portato qui? Perché sembra così smarrito? E perché cazzo me ne importa?

Non è come le persone che frequento di solito, né quelle con cui vado a letto. Decisamente non come Sonya ed Erikson.

C'è qualcos'altro in lui, qualcosa di intoccabile. O di intatto? Non saprei dire.

E non è che voglia toccarlo. Non in quel senso. Anche se non sarebbe male vedere cosa si nasconde sotto quella felpa…

«Balla con me» dico, prima di potermi fermare.

Chris per poco non sputa il drink e inarca le sopracciglia. «Cosa?»

«Ballare. Sai, quella cosa che la gente fa muovendo il corpo a ritmo di musica?» sogghigno, facendomi più vicino. Profuma di vaniglia e Old Spice: una combinazione stranamente perfetta.

«So cos'è il ballo!» sbotta lui sulla difensiva, e io mi mordo un labbro per non scoppiare a ridere.

È davvero divertente.

«Non voglio ballare» dice dopo un attimo, evitando il mio sguardo.

«Non vuoi o non sai come si fa?»

«Io... io semplicemente non voglio?» balbetta Chris, e stavolta non riesco a trattenere una risata. «Non è così difficile» lo stuzzico. «Devi solo lasciarti trasportare dalla musica. A meno che tu non abbia paura di fare una figuraccia.»

Lui arrossisce, un bel rosa che gli sale sulle guance. Non ho letteralmente mai conosciuto nessuno così adorabile.

«Non ho paura di fare figuracce» dice, raddrizzando le spalle come se si stesse preparando per una battaglia.

«Bene.» Gli sfilo il bicchiere dalla mano, lo poso sul tavolo e gli afferro la mano prima che possa cambiare idea. È incredibilmente morbida, il che conferma la mia teoria che abbia vissuto in una campana di vetro.

Lo porto verso la pista da ballo. La musica pulsa, vibrandomi nel petto. Io mi muovo con disinvoltura a ritmo, osservando Chris che se ne sta lì impalato, rigido e goffo. Gli prendo di nuovo le mani, guidandolo con delicatezza.

«Rilassati» dico a voce bassa. «Nessuno ti sta guardando.»

I suoi occhi saettano per la stanza. «Questo non puoi saperlo.»

«Fidati. Non sei così interessante.» Ghigno, e lui mi lancia un'occhiata a metà tra l'infastidito e il divertito.

Non è vero, ovviamente. Chris potrebbe essere la persona più interessante che abbia mai incontrato, di certo la più diversa. Non riesco a smettere di guardarlo. Sta a malapena facendo qualcosa, eppure sento che potrei osservarlo per sempre.

«Sei negato per queste cose» dico, avvicinandomi per farmi sentire sopra la musica.

«Forse perché qualcuno parla troppo» borbotta lui, con tono secco. Poi si volta a guardarmi.

Non mi aspetto la vampata di calore nel sentire il suo viso così vicino al mio. I nostri sguardi si incrociano e nessuno dei due distoglie gli occhi.

Sembra che il tempo si fermi e acceleri allo stesso tempo. Gli occhi blu elettrico del Principe Azzurro sembrano scrutarmi l'anima.

Non mi rendo nemmeno conto di starmi avvicinando finché lui non si scosta.

Rido, lasciando cadere le mani lungo i fianchi. «Okay, okay. Fai del tuo peggio... ehm, meglio.» Gli faccio l'occhiolino.

All'inizio si muove in modo rigido, i piedi che a malapena tengono il tempo. Ma poi qualcosa cambia. Le spalle si rilassano un po'. Incrocia il mio sguardo e, ancora una volta, dimentico dove siamo.

«Ti faccio vedere la mia mossa speciale» mi vanto, un attimo prima di lanciarmi in un'imbarazzante danza del robot che include un sacco di movimenti goffi con le mani e spinte di bacino.

Gli occhi di Chris si sgranano e scoppia a ridere, rivelando delle fossette accennate su entrambe le guance. Il suono della sua risata, la vista del suo viso stupendo che si illumina di allegria, mi toglie il fiato.

Senza rendermene conto, mi avvicino a lui, desiderando sentire di nuovo il suo calore. Lui non indietreggia.

Faccio un passo in più prendendogli la mano, e lui me lo lascia fare.

«Visto? Facilissimo.»

Per qualche istante, non facciamo altro che fissarci. E probabilmente ho un'espressione ebete stampata in faccia.

Così, mi scervello per trovare qualcosa di arguto o divertente da dire. Sono io quello delle battute. Sono io quello che ha sempre qualcosa da dire.

Cosa sono diventato?

Prima che possa tormentarmi ancora, una figura in fondo al locale attira la mia attenzione. Un uomo con una macchina fotografica, il viso parzialmente nascosto dall'ombra, ma lo riconosco dalla mostra d'arte.

Mi si chiude lo stomaco.

Guardo di nuovo Chris, che è ancora perso nella musica, ignaro dell'obiettivo puntato su di noi.

«Chris» dico a bassa voce, facendomi più vicino. «Potremmo avere un problema.»


Amico

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