CAPITOLO 3: ADRIAN
KRISTIAN
Che sto facendo?
Ma che diavolo sto facendo?
Non solo sono sgattaiolato fuori dal palazzo, ma sto anche per rubare una macchina.
Mio padre mi staccherebbe la testa. Non è così che si comporta un principe; dovrei essere responsabile. Dovrei dare il buon esempio a mia sorella, non unirmi a lei in questa ridicola…
Mi fermo prima di poter continuare a elencare tutti i motivi per cui questa è un’idea terribile. Stasera non si tratta di doveri o aspettative. Stasera si tratta di me.
Mi avvicino con cautela alla lucida macchina nera parcheggiata fuori dall’ingresso di servizio, come se potesse prendere vita all’improvviso e urlarmi contro. Il cuore mi martella nel petto mentre armeggio con la maniglia. Chiusa, ovviamente.
Per un secondo, rimango lì impalato a fissarla. Poi mi viene in mente una cosa che ho visto in un film che una volta Elise mi ha costretto a guardare con lei.
Mi guardo intorno per assicurarmi che nessuno mi stia osservando, poi mi accovaccio e sbircio nel telaio della portiera. Non dovrebbe esserci un modo per…? Strizzo gli occhi, cercando di ricordare.
Un’illuminazione: i fili! Bisogna tirare i fili! O forse quello era per fare un collegamento diretto? Dio, ma cosa sto combinando? Tiro di nuovo la maniglia, come se potesse sbloccarsi per magia. Non succede.
«Okay, pensa», borbotto tra me e me, guardandomi attorno. Lì vicino c’è un sasso per terra. Sbuffo. E che faccio, rompo il vetro? Avrei le guardie addosso in cinque secondi netti.
Con un sospiro frustrato, premo la fronte contro il finestrino freddo. «È ridicolo», sussurro.
Il mio respiro appanna il vetro e, per un istante, intravedo il mio riflesso. Un principe accovacciato fuori, che cerca di rubare una macchina come un deficiente. È assurdo.
Mi raddrizzo, lisciandomi la felpa che ho preso in prestito, come se questo potesse salvare la mia dignità. D’accordo. Non sono un ladro di macchine. Guardo alla mia sinistra e vedo una bicicletta rosa shocking appoggiata all’ingresso.
Mi dirigo verso di essa, mormorando a bassa voce. Almeno mia sorella non è qui a sbellicarsi dalle risate per questo momento penoso.
È tutta colpa sua. Sua e del suo stupido discorso sul ‘Lev lite’.
Le strade di Stoccolma si estendono davanti a me, i lampioni dorati che brillano come tizzoni ardenti nel buio. Ogni angolo, ogni ombra, ha il sapore della libertà avvolta nella promessa dell’anonimato.
Il tragitto fino al famigerato Södermalm dura circa quindici minuti, e mentre pedalo mi godo il paesaggio. È tutto un tripudio di luci, musica e risate. Il freddo pungente mi trafigge la felpa spessa, ma è una sensazione rinfrescante che mi riporta con i piedi per terra.
Per la prima volta in tutta la mia vita, forse, mi muovo in mezzo a una folla di persone e nessuno si volta verso di me. Nessuno mi fissa, nessuno bisbiglia dietro una mano.
Dev’essere questo che prova Elise. Ora capisco la luce che aveva negli occhi mentre parlava, prima.
Mi fermo nel mezzo di una strada particolarmente affollata e mi immergo nella vibrante atmosfera, cercando di decidere quale sarà la mia prossima mossa. Poi, il suono di risate e bassi ovattati attira la mia attenzione. Un’insegna al neon lampeggia a intermittenza sopra una porta, più avanti. Strizzo gli occhi per decifrare il nome, ma le lettere si confondono.
Non importa. Abbandono la bicicletta sotto un cespuglio e mi avvicino, attratto dalla curiosità, dall’idea di entrare in un posto nuovo e strano dove nessuno si aspetterebbe mai di trovarmi. E mentre mi unisco alla piccola folla, per la prima volta nella mia vita, non spicco tra gli altri.
Dentro, il calore mi avvolge come una seconda pelle, in netto contrasto con il freddo esterno. I bassi rimbombano, profondi e costanti, vibrandomi nel petto. I corpi si muovono a un ritmo caotico, fianchi che ondeggiano, braccia che si agitano. Un caleidoscopio di luci inonda la stanza: blu, rosa, rosse, come lampi di fuochi d’artificio in un cielo buio. L’aria profuma di sudore, profumo e alcol.
Mi sento completamente a disagio, un pesce fuor d’acqua, e mi sposto di lato, rimanendo vicino al muro mentre osservo la scena con occhi sgranati e affamati.
Ci metto un attimo a capire cosa stia succedendo davvero davanti a me. Ma una volta che me ne accorgo, è tutto ciò che riesco a vedere. Vicino al bancone, non lontano da dove sono, due uomini si baciano con passione, le mani intrecciate tra i capelli l'uno dell'altro. Sulla pista da ballo, una donna con un top di paillettes ride mentre un'altra la attira a sé. Poi, le fa scivolare una mano sotto la maglietta e le stringe i seni.
Lo stomaco mi si stringe.
Oh. È quel genere di locale.
Una scheggia di qualcosa di simile al panico mi corre lungo la schiena. Non dovrei essere qui. Dovrei andarmene. Subito.
Ogni istinto mi urla di andarmene. Ma i piedi si rifiutano di muoversi.
Mi dico che sono solo curioso; dopotutto, sono uscito di nascosto per esplorare… no? Stringo le mani a pugno lungo i fianchi, come se questo potesse calmare i battiti irregolari del cuore mentre i miei occhi saettano per il locale.
«Non è il tuo ambiente?»
La voce mi coglie di sorpresa. Mi volto e vedo un ragazzo più o meno della mia età appoggiato con noncuranza al muro a pochi passi da me. È leggermente più basso di me, con lunghi ricci scuri e disordinati e lineamenti marcati ed espressivi. La camicia gli fascia la corporatura asciutta e ha le maniche arrotolate, lasciando intravedere un piccolo tatuaggio sull'avambraccio.
Mi blocco, senza sapere cosa dire.
«Rilassati.» Fa un gran sorriso, ed è impossibile ignorare la scintilla maliziosa nei suoi occhi nocciola. Oh, che occhi stupendi. «Prima volta? Non ti preoccupare, non è così spaventoso come sembra.» Ha un accento marcato, inconfondibile: italiano.
«Io non…» La voce mi esce roca, sconosciuta. Mi schiarisco la gola e ci riprovo. «Non so di cosa parli.»
Solleva un sopracciglio perfettamente arcuato, chiaramente non convinto, ma non insiste. «Sembri uno che ha bisogno di bere,» dice, indicando il bancone, dove i due uomini ora hanno le mani l'uno nei pantaloni dell'altro.
Non dovrei seguire questo sconosciuto. Dovrei andarmene.
Eppure, un minuto dopo, mi ritrovo con in mano un bicchiere di qualcosa di trasparente e amaro, e lui è spaparanzato contro il bancone come se il locale fosse suo, per nulla turbato dallo spettacolo porno gay che si sta svolgendo accanto a lui.
«Allora,» dice, la sua voce che sovrasta facilmente la musica. «Come ti chiami?»
Esito. Non posso dirgli il mio vero nome e far saltare la mia copertura. «Chris,» dico con finta noncuranza.
Wow. Un alias geniale, Kristian.
«Chris,» ripete lui, come per saggiarlo, e il modo in cui suona con il suo accento mi fa venire un brivido lungo la schiena. «Io sono… Adrian.»
Il suo sorriso è spontaneo, disarmante. Si avvicina, quel tanto che basta per farmi sentire la debole scia del suo profumo, qualcosa di caldo e speziato. «Lasciami indovinare. Sei entrato qui per una scommessa?»
Scuoto la testa. «No.»
«Curiosità, allora.» Inclina la testa, studiandomi con un'intensità che mi secca la gola. I suoi occhi cadono sul cappuccio che ho tirato sulla testa e all'improvviso mi sento ridicolo. «O forse stai scappando da qualcosa.»
Lo stomaco mi si contorce. È fin troppo perspicace, ma il suo tono è leggero e scherzoso, come se per lui fosse solo un gioco.
Non rispondo, e lui lascia che il silenzio si protragga per un attimo prima di regalarmi un altro sorriso. «Beh, qualunque cosa sia, ora sei qui. Tanto vale approfittarne.»
Adrian si sposta, e il suo gomito sfiora il mio. È un tocco leggero e casuale, ma le pulsazioni mi accelerano. Abbasso lo sguardo sulle nostre mani, a pochi centimetri di distanza sul bancone. La stanza sembra improvvisamente più piccola, il rumore si dissolve in sottofondo.
Quando rialzo gli occhi, mi sta di nuovo osservando, e ora c'è qualcosa di diverso nel suo sguardo, qualcosa di più pacato, più dolce.
«Sei teso,» dice, abbassando leggermente la voce. «Rilassati. Ti divertirai di più.»
Provo a ridere, ma mi esce un suono goffo. «Non sono sicuro di saperlo fare.»
Il suo sorriso si addolcisce. «Resta con me, Chris. So un paio di cose sul divertimento.»
Lev lite (svedese) - Vivi un po'
