Capitolo 4 Capitolo quattro
«Signorina Hartwell.»
Niente.
«Signorina Hartwell.»
Ancora niente.
«Lena!»
Aprii gli occhi.
Il coach Miller mi stava fissando dall’alto con aria incuriosita.
Mi ero addormentata. In classe. A metà giornata. Impossibile.
A mia discolpa, ero rimasta sveglia fino alle tre. Avevo incrociato gli appunti terapeutici di Martin con libri sull’autismo che avevo scaricato gratis.
Avevo preparato un programma settimanale di centosettantacinque pagine, a colori, per il fratello maggiore, Jace, che aveva bisogno di un aiuto serio in sei materie diverse.
E avevo comunque preso il massimo.
Lo sapevo perché il coach Miller, che era anche l’insegnante di scienze, proprio in quel momento stava appoggiando il compito sul mio banco. Novantotto per cento, cerchiato in rosso.
Mi tirai su di scatto, sentendo qualcuno ridacchiare dietro di me.
«La migliore della classe, come sempre,» disse, più che altro rivolto a me. «Sono davvero orgoglioso di te, Lena.»
Poi mi studiò il viso con preoccupazione. «Passa nel mio ufficio oggi dopo la scuola, così parliamo, va bene? Non hai un bell’aspetto.»
Proprio mentre aprivo bocca per dirgli di sì, il telefono vibrò per un messaggio. Era di mamma.
Abbassai lo sguardo, e lo stomaco mi crollò senza preavviso. Era la foto del manifesto funebre. Al centro c’era la foto sorridente di papà, circondata da fiori bianchi.
Celebrazione della vita. Amato marito e padre. Data del funerale: sabato.
Presto lo avrebbero messo sottoterra, e lui non sarebbe più tornato.
Era tutto troppo da sopportare per il mio cuore, tutto insieme.
Strinsi le labbra tremanti e fissai con forza la lavagna bianca, cercando con tutta me stessa di non crollare di nuovo.
Ma non riuscii a fermare le lacrime; una mi scivolò lungo la guancia sinistra prima che potessi trattenerla. La asciugai in fretta e tenni gli occhi in avanti, sperando che nessuno se ne fosse accorto.
Eppure sentivo qualcuno che mi osservava, il suo sguardo che mi bruciava sulla nuca. Contro ogni buon senso, mi voltai per capire chi fosse.
Jace Dawson era seduto proprio dietro di me e mi guardava dritto con l’espressione più intensa che avessi mai visto.
Distolsi subito lo sguardo.
Perché proprio oggi? Non gli importava mai abbastanza da venire a lezione. Tra tutti i giorni in cui avrebbe potuto decidere di presentarsi, perché proprio questo?
E perché mi guardava in quel modo?
Forse la minaccia di essere cacciato dalla squadra l’aveva colpito davvero, e aveva cominciato a prendere la scuola più sul serio.
Mi dissi che probabilmente era per quello e cercai di dimenticarmene.
Poco dopo suonò la campanella finale, e mi alzai in piedi prima ancora che il suono finisse, con il quaderno sotto braccio, già diretta verso la porta.
Il corridoio era rumoroso e caotico; tutti si stavano riversando verso la palestra per l’assemblea prima della grande partita di quel pomeriggio.
Io camminavo rasente al muro, a testa bassa, con il telefono ancora in mano perché non ero ancora riuscita a chiudere dal display il volto di papà.
Non so quando andai a sbattere dritta contro qualcuno.
Una mano mi afferrò il polso prima che inciampassi.
Alzai lo sguardo, frastornata, e mi ritrovai davanti Allison, con il suo piccolo esercito di tirapiedi alle spalle, addosso un’espressione sorpresa e disgustata.
«Tu di nuovo, Lena?! Pare che tu non abbia ancora imparato la lezione, eh?! Guarda dove vai!»
«Scusa.» Cercai di aggirarla, ma la sua presa non si allentò.
«Aspetta un momento. Tutta questa fretta per cosa?» I suoi occhi scesero sul mio telefono, con il volto di mio padre ancora sullo schermo.
Le bastò un secondo per strapparmelo di mano.
«Ridammelo,» implorai, allungando la mano per riprenderlo.
«Sta’ zitta, non mi mangerò mica il tuo stupido telefono, sto solo guardando.»
Inclinò lo schermo verso il suo esercito. «Guardate qua, ragazze. Celebrazione della vita.» La sua voce dolce e malvagia trillò: «Che modo carino per dire morto, non trovate?»
«Ridammi il telefono, Allison.»
«Un secondo.» Il suo sguardo azzurro e gelido si agganciò al mio, e ogni traccia di sorriso sparì, lasciando solo odio e sospetto.
«Questo mi ricorda una cosa... Oggi ho sentito una notizia divertente. Un uccellino mi ha detto qualcosa su te e Jace.» Fece una smorfia disgustata. «Che gli fai da tutor. A casa sua. È vero?»
«Sarà solo una voce, Ally. Non c’è verso che Jace permetta mai a una cosa del genere,» Tracy fece un gesto verso di me, «di avvicinarsi a lui, figurarsi a casa sua.»
«Per favore... io...»
«Faresti meglio a sperare che sia solo una voce.» Sorrise di nuovo con quel sorriso malvagio. «Perché se non lo è, allora significa che pensi davvero di potergli stare appiccicata tutto il giorno, fingendo di insegnargli qualcosa mentre in realtà cerchi di portarmelo via? È così?»
Lei incrociò le braccia. «È proprio un tesoro, il mio Jace, quindi certo che avrà pietà di te e darà dei soldi alla tua povera famigliola insignificante.»
Sul serio? Jace Dawson, un tesoro? Quel Jace?
Lei lanciò di nuovo un’occhiata alla foto di mio padre sullo schermo. «Fammi indovinare, hai provato a usare tuo padre morto come scusa per…»
«Non farlo.» Mi uscì più tagliente di quanto mi aspettassi. «Non osare finire quella frase.»
Alison sbatté le palpebre.
E anche io, a dire il vero, perché avevo sorpreso me stessa.
Un fremito attraversò il suo gruppetto. Tracy guardò Alison. Alison guardò me. Come se avessi fatto qualcosa di sconvolgente, come se il topo avesse risposto al gatto.
«Che cosa mi hai appena detto?» chiese, con la voce che si abbassava, quieta e pericolosa.
Avrei voluto scappare e nascondermi, trovare riparo. Avevo così paura che ci volle tutta la forza che avevo per non crollare in ginocchio, ma costrinsi comunque le parole a uscire. E per la prima volta in vita mia, mi difesi.
«Puoi dire quello che vuoi su di me. Lo incasserò, come ho sempre fatto. Ma non parlare di mio padre. Non azzardarti.»
Il corridoio si era immobilizzato.
Dal nulla, la mano di Alison mi schiaffeggiò il viso. «Puttana!»
Sussultai, sconvolta, e barcollai fino a finire sul pavimento sporco. Una luce bianca mi appannò la vista e mi fischiarono le orecchie.
Rimasi lì con il palmo premuto sulla guancia pulsante, dolorante, guardando con orrore Alison mentre tirava indietro il braccio il più possibile, pronta a scagliare il mio telefono a terra e distruggerlo.
«Vuoi dire qualcos’altro?» sibilò. «Avanti. Vediamo che succede!»
La guancia mi bruciava. Gli occhi mi pizzicavano. Ogni parte sensata di me urlava di chiedere scusa, di supplicare, di fare qualunque cosa pur di farla finire come l’avevo sempre fatta finire.
Invece mi raddrizzai. Piano, con le gambe instabili, la mano ancora premuta sul viso.
Ma in piedi.
Per un attimo Alison parve spiazzata; le bocche delle sue sostenitrici si spalancarono, incredule, mentre mi guardavano.
«Quello è il mio telefono» dissi, con la voce che tremava. «E lo rivorrei. Per favore.»
Qualunque cosa stesse per dire dopo fu inghiottita dal frastuono che invase il corridoio. I ragazzi della squadra, con le maglie da football, rumorosi e indifferenti, tornavano dalla manifestazione.
Jace in testa, come al solito.
Si fermò a valutare la scena. Il telefono sollevato, io contro il muro con una mano sulla faccia, la folla stretta intorno a noi.
Si premette due dita sul ponte del naso, chiaramente non aveva tempo per queste cose.
«Andate pure» disse ai compagni. Poi loro sparirono e restammo solo noi.
La voce di Alison diventò subito più dolce, mentre si attorcigliava una ciocca di capelli attorno alle dita. «Ciao, tesoro. Stavo giusto per dare una lezione a questa ragazzina maleducata. Vuoi aiutarmi?»
Guardai Jace. Avevo già provato a chiedere il suo aiuto e ricordavo ancora quanto fosse finita male, ma a questo punto non avevo scelta.
«Puoi aiutarmi a riprendere il telefono da Alison? Per favore.» chiesi piano, allungando la mano per riprenderlo.
Lui guardò Alison, poi il telefono e poi, con mia sorpresa, glielo tolse davvero.
Stavo già tirando un sospiro di sollievo quando, all’improvviso, se lo infilò in tasca. Poi sorrise di sbieco, con un lampo cattivo negli occhi mentre mi fissava.
No.
«In realtà» disse con calma «se lo vuoi indietro così tanto, sai cosa devi fare. Rinuncia alle lezioni di ripetizione. Di’ a tua madre che hai cambiato idea e trovati un altro lavoro.»
Sospirai, scuotendo lentamente la testa, e mi scappò una risatina piccola, stanca.
Ne avevo davvero abbastanza.
«Sai una cosa, Jace? Fanne quello che vuoi.»
Raccolsi la borsa da terra.
«Mio padre verrà sepolto sabato» dissi. «E devo andare a dirlo al mio insegnante, che tra l’altro è l’unica persona in questa scuola che sia mai stata decente con me, che non sarò più così disponibile perché sono troppo occupata a cercare di impedire che la mia famiglia perda casa. Questa meschina robaccia da liceo? Non ne vale la pena.»
Lo guardai un’ultima volta.
«Tienilo. Distruggilo. Non mi importa. Me la caverò.» La voce mi tremò solo una volta. «Ci vediamo stasera a casa tua.»
Me ne andai prima che uno dei due potesse rispondere.
