Troppo Tardi: Il Rimpianto di Padre e Figlio

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Capitolo 3

Il punto di vista di Vivian

Quando ebbi finito il lavoro in laboratorio e dato a Daniel le istruzioni su cosa fare dopo, era già passata da un pezzo l’una di notte quando finalmente arrivai a casa.

La luce nella stanza di Allen, al secondo piano, era ancora accesa.

Avrebbe dovuto dormire da ore. Mi salì al petto una sensazione inquieta. Inspirai lentamente ed entrai.

Un paio di décolleté rosse a punta era piazzato proprio al centro dell’ingresso: tacchi a spillo lucidi, che occupavano lo spazio come se fosse naturale che stessero lì.

Dal soggiorno arrivavano le risate di una donna e di un bambino.

Rimasi immobile un istante, poi mi incamminai verso quel suono.

Sotto il chiarore morbido, Dylan era disteso sul divano allungabile, a suo agio, comodo. Hazel sedeva accanto a lui in una vestaglia di seta, con abbastanza spazio perché tra loro ci stesse un’altra persona. Allen era raggomitolato in grembo a Hazel, la testa appoggiata al suo petto, gli occhi fissi sullo schermo della televisione, e rideva piano.

Quella scena mi colse di sorpresa, come qualcosa che non ero pronta ad affrontare. Esitai un attimo di troppo prima di costringermi a entrare.

Il rumore dei miei passi fece voltare tutti e tre. Allen fu il primo a guardarmi. Nell’istante in cui mi vide, la risata gli sparì dal volto e lasciò posto a qualcosa di scoperto: disprezzo.

«Perché sei tornata?»

Anche Dylan alzò lo sguardo, aggrottando appena la fronte. «A quest’ora.»

Li ignorai entrambi e mi diressi dritta verso le scale. «Sono venuta solo a prendere alcune cose. Parto per un viaggio di lavoro.»

«Un viaggio di lavoro?» La voce di Dylan si tinse di scetticismo. «Sei già sommersa dal lavoro in laboratorio, e adesso te ne vai fuori città?»

«Quello che succede nel mio laboratorio non è qualcosa che io debba riferire a Mr. Hudson.» Non mi voltai.

«Aspetta.» Dylan si alzò in piedi. «Allen è finito in ospedale per una reazione allergica e tu non sei nemmeno andata a vederlo: che razza di madre si comporta così?»

Che razza di madre?

Mi fermai. Mi voltai. «Che cosa avrebbe cambiato la mia presenza? Avresti chiesto a Hazel di andarsene? Avresti ammesso che è stata una tua mancanza a ridurlo così?»

Hazel si alzò all’istante; la sua voce mi raggiunse prima ancora che potessi vederle la faccia—morbida, rassicurante, già appesantita da scuse preparate. «Vivian, ti prego, non dare la colpa a Mr. Hudson. È tutta colpa mia.» Le si riempirono gli occhi di lacrime in un attimo. «Non sapevo davvero che quella torta contenesse glutine. La pasticceria mi ha detto che era tutto completamente biologico—»

«Non lo sapevi?» Mi sfuggì una risata bassa, senza umorismo. «Le insegnanti di Allen all’asilo sanno benissimo che ha una grave allergia al glutine. Sei l’assistente capo di suo padre. Hai passato più tempo con questo bambino della maggior parte delle persone. Non lo sapevi?»

«Gliel’ho detto io a Hazel,» intervenne Dylan, irritato. «Quel giorno era sotto pressione e le è passato di mente. A volte sbagliano tutti.» Poi, con un taglio più duro: «Tu invece non ti sei degnata di andare in ospedale per ripicca. Da quando sei diventata così meschina, Vivian?»

Fissai quell’uomo, mio marito da cinque anni, e quella sera, per la prima volta, il suo viso mi parve quello di uno sconosciuto.

«Sono io quella meschina?» Parlai piano, eppure sotto le parole qualcosa che avevo tenuto chiuso per tanto tempo cominciò a scuotersi, a liberarsi. «Dylan, Allen mi ha detto di andarmene davanti a tutti. Mi ha tirato del cibo addosso. Tu non l’hai rimproverato—hai detto che ero troppo sensibile.» E adesso finisce in ospedale per la tua negligenza e la superficialità della tua assistente, e in qualche modo la meschina sarei io?»

«Che cosa vuoi davvero?» L’irritazione ormai gli si leggeva in faccia. «Hazel ha chiesto scusa. Allen sta bene. Quanto ancora pensi di andare avanti così?»

«La voglio fuori da questa casa.» Lo dissi lentamente, una parola alla volta. «Adesso.»

Un breve silenzio calò sulla stanza.

Poi Allen si divincolò dalla presa di Hazel, balzò giù dal divano a piedi nudi e mi spinse con tutta la forza.

«Vattene tu! Questa è casa mia! Non ti permetto di parlare così a Hazel!»

Non me lo aspettavo. Barcollai all’indietro e la parte bassa della schiena urtò contro lo spigolo del corrimano delle scale con un colpo sordo, pesante.

«Allen!» La voce mi salì prima che riuscissi a fermarla. «Sono tua madre. È così che tratti tua madre?»

Qualcosa, in quello che dissi, gli fece perdere ogni controllo. Si precipitò al tavolino, afferrò la fruttiera di vetro e me la scagliò addosso, dritta.

«Vattene! Sei una cattiva!»

Mi scansai di lato. La ciotola colpì il muro alle mie spalle e andò in frantumi, spargendo schegge dappertutto. Un frammento tagliente mi graffiò il braccio nudo cadendo. Il sangue affiorò subito.

Hazel attraversò la stanza di scatto e strinse Allen tra le braccia, piazzandosi fra lui e me come se lo stesse proteggendo da una minaccia. «Va tutto bene. Sono qui. Sei al sicuro.» Poi si voltò a guardarmi e l’espressione le diventò di rimprovero. «Vivian, non puoi aggredirlo così. È un bambino. Non sa fare di meglio. Non puoi avere un po’ di comprensione?»

Dylan si avvicinò, si assicurò prima che Allen stesse bene e solo dopo rivolse l’attenzione a me. Notò il sangue sul braccio e aggrottò la fronte. «Ha cinque anni», disse. «Perché ti metti a fare a gara con un bambino di cinque anni? Non sa quello che fa. Tu invece sì?»

Abbassai lo sguardo sul taglio sottile sul braccio, dove il sangue filtrava piano seguendo il profilo della pelle, disegnando una linea rosso vivo sul fondo pallido.

Ripensai ad Allen a tre anni, nel parco, che correva troppo veloce e si era sbucciato il ginocchio fino ad aprirlo. L’avevo preso in braccio e l’avevo portato di corsa al pronto soccorso, fuori di me. Mentre lo fasciavano, lui aveva scalciato per il dolore e mi aveva colpita sotto il mento. Il mio primo istinto era stato controllargli il piede.

Quello era allora.

Adesso, mio figlio mi aveva tirato una ciotola di vetro verso la faccia, e mio marito mi stava chiedendo se io capissi persino il significato della responsabilità personale.

«Hai ragione.» Ripetei le parole piano. E poi, contro ogni previsione, risi. «Non so cosa sto facendo.»

Mi accovacciai e cominciai a raccogliere i pezzi di vetro dal pavimento, uno alla volta.

«Che stai facendo?» chiese Dylan.

«Pulisco. Così nessuno ci mette il piede sopra.» Non alzai lo sguardo. Le mani si muovevano come per automatismo.

Un bordo frastagliato mi trovò il polpastrello. Una goccia di sangue cadde sul marmo bianco, vivida sulla superficie chiara. Non sentii nulla. Continuai.

Hazel accompagnò Allen verso le scale, con voce morbida. «Andiamo a ripulirti, va bene, tesoro?» Allen mi passò accanto, fermandosi giusto il tempo di emettere un breve verso di disprezzo.

Raccolsi l’ultimo frammento, mi alzai, lo buttai nel cestino e premetti un tovagliolo di carta sul dito. Il sangue lo impregnò in pochi secondi.

«Il kit di pronto soccorso è sotto il mobile della TV.» La voce di Dylan arrivò da dietro di me. Rigida. A malincuore. Non si mosse.

Non risposi. Salii al piano di sopra.

«Dove vai?» mi venne dietro.

«A prendere le mie cose. Te l’ho detto: ho un viaggio di lavoro.»

Arrivai nella camera padronale e posai la mano sulla maniglia. Era chiusa a chiave.

Mi voltai a guardarlo. «Dov’è la chiave?»

L’espressione di Dylan cambiò quasi impercettibilmente. «Hazel ultimamente non dorme bene. La camera degli ospiti al piano di sopra prende il rumore della strada. Per il momento le ho fatto usare la camera padronale.»

Per un attimo mi mancò l’aria.

Ero ancora sua moglie, legalmente. E Hazel dormiva già nel mio letto.

Che efficienza, da parte loro.

«Apri la porta. Devo prendere le mie cose.» Ero troppo stanca per litigare.

La mascella di Dylan si contrasse. «Hazel ha detto che la camera padronale le sembrava troppo piena. Ho fatto spostare a Bonnie le tue cose nel ripostiglio al piano di sotto.»

Mi voltai verso di lui, tutta intera.

Lui fece mezzo passo indietro, d’istinto.

In quell’istante capii che cosa aveva visto nei miei occhi: non rabbia, non dolore. Solo un silenzio gelido, profondo.

«Dylan», dissi. Un sorriso mi affiorò da un punto che non mi aspettavo. «Tu sì che sei davvero… qualcosa.»

Si serrò le labbra. Non disse niente.

Non avevo alcuna voglia di restare un secondo di più in quella casa. Mi girai e tornai giù, con i passi non del tutto saldi.

Dylan mi seguì; la sua voce si abbassò, diventando un tono che conteneva un avvertimento. «Basta con questo, Vivian.»

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