SPOSATA A UN SIGNORE DEL CRIMINE

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Capitolo 3 TALIA

Non c’era tempo per fare la preziosa: il tempo mi stava scappando di mano. O così o niente. E naturalmente avrei scelto la prima opzione.

«Sì.»

Gli allungai la mano, per una presentazione più formale.

«Talia Sanders.»

Invece di stringermela, fissò il piccolo biglietto da visita che teneva tra le dita.

«Conosco Mike Hudson e diverse persone importanti della sua catena alberghiera. Lei non è fra queste. Chi è?»

Sorrisi appena, cercando di nascondere l’amarezza che mi stava risalendo nel petto. Non mi vergognavo del mio lavoro; mi infastidivano soltanto le reazioni della gente quando scopriva chi ero davvero.

«Sono solo una dipendente del Grand Hudson Hotel. La figlia di Mike Hudson era la mia migliore amica al liceo. Quindi, se le interessa investire, posso metterla in contatto con Liliane Hudson.»

«Non ce n’è bisogno. Conosco Mike. Se vorrò investire nel suo hotel, parlerò direttamente con lui.»

Quindi voleva solo fare conversazione. O meglio, sminuirmi. Avevo pensato che fosse un po’ diverso dagli altri, e invece era uguale.

«Allora può buttare quel biglietto da visita. Buona notte.»

Gli passai accanto, la delusione nascosta dietro un’espressione gelida. Non gli avrei permesso di calpestare la mia dignità, anche se dentro stavo piangendo.

Mi avrebbero abbinata a quel mollaccione di Caleb, e stavolta non sarei riuscita a evitarlo. La voce di mia madre che mi faceva la predica mi girava in testa come un disco rotto. Sarebbe stata entusiasta di sapere del mio fallimento, quella sera.

«Perché ha tanta fretta, Miss Sanders?»

Mi afferrò il gomito con forza, proprio un attimo prima che tirassi la porta del balcone.

«C’è qualcuno che la aspetta nella sala da ballo?»

«No. Sono venuta da sola.»

Fissai la sua presa sul mio gomito.

Aveva palmi grandi e dita lunghe, forti. Le maniche della giacca gli si erano alzate leggermente, lasciando scoperto un polso bello, muscoloso, abbronzato. Era evidente che sotto quel completo costoso stesse nascondendo un fisico magnifico. Si capiva che l’abito non bastava a contenere i muscoli che gli gonfiavano il torace e le braccia.

Era l’uomo più bello che avessi mai incontrato.

«Bene. Nessuno la cercherà se sparisce dalla sala da ballo per un po’ troppo tempo.»

«Come, scusi?» aggrottai la fronte.

Mi squadrò dalla testa ai piedi; poi lo sguardo gli risalì al seno e si fermò sulle mie labbra.

Maleducato.

Se non fosse stato così bello da attirare la mia attenzione, non avrei esitato a schiaffeggiarlo.

«Posso aiutarla?»

Il suo palmo era ancora serrato sul mio gomito e non dava l’impressione di avere la minima intenzione di lasciarmi andare tanto presto.

«In realtà, sì.»

«Ne sarei felice.»

«Immagino che lo senta anche lei. Quell’evento era noioso. Pieno di sciocchezze di adulatori ipocriti.»

«Be’, non sarei qui se Liliane non fosse riuscita a venire. Come hai detto tu, era noioso. Però almeno c’erano buon cibo e da bere.»

Solo quando fu certo che non sarei scappata per tornare nella sala da ballo, finalmente allentò la presa sul mio gomito.

«Hai detto che fai parte dello staff. Che cosa sei, esattamente?»

«Sono una receptionist.»

«Non c’è da stupirsi che tu abbia una sicurezza così impressionante. Le altre donne non avrebbero abbastanza fegato da interrompere la nostra conversazione.»

Di certo non avrei avuto abbastanza fegato se non avessi una madre così smaniosa di appiopparmi dei mollaccioni.

«Mi scuso per l’interruzione. È stato solo spontaneo.»

«Da quanto lavori al Grand Hudson?»

«Da circa cinque anni.»

Tacque per un momento. Lo sguardo gli si fermò sull’atrio esterno immerso nel buio. Non c’era nulla di speciale, a parte i grandi alberi che si innalzavano alti, svettando verso il cielo.

«Sei davvero venuta qui solo per sostituire la tua amica che stasera non poteva?»

«Non ho altro motivo. Quindi sì.»

L’angolo delle sue labbra si piegò in un ghigno. E mi ritrovai catturata da quel ghigno.

«Puoi aver ingannato gli altri, ma non me. È evidente che hai un altro motivo per essere venuta a questo evento.»

«Non capisco.»

«Sì che capisci.»

Si voltò verso di me. Il suo sguardo mi trafisse gli occhi, mi perforò il cranio, frugando nella mia mente in cerca delle risposte che voleva.

Quell’uomo era pericoloso, ma pericoloso in un modo sensuale, eccitante.

«Dimmi cosa vuoi. Qual è il tuo scopo per essere venuta qui stasera?»

«Te l’ho già detto, se—»

«Non serve mentirmi, perché lo so già. Che tu voglia dirmelo o no. Io so tutto.»

«Quindi vuoi davvero saperlo?»

Non so da dove mi venne quell’impulso, ma all’improvviso mi alzai sulle punte e lo baciai sulle labbra.

Me lo immaginai mentre mi respingeva, o peggio, mentre mi buttava oltre la ringhiera del balcone. Invece, con mia sorpresa, mi baciò a sua volta. Mi cinse i fianchi con le braccia forti e mi tirò più vicino a sé, approfondendo il bacio.

Baciava bene.

Le sue labbra erano morbide e cedevoli, si muovevano in sintonia con le mie. La lingua mi accarezzò la linea delle labbra, poi le sfiorò e scivolò nella mia bocca.

Le ginocchia mi tremarono e le gambe mi si fecero molli come gelatina. Se non mi avesse avvolta con le braccia intorno ai fianchi, sarei crollata a terra, in preda a un dolore acuto.

Mi sfuggì, senza alcuna vergogna, un gemito osceno. I palmi si premettero contro il suo petto sodo, carezzandolo su e giù. D’istinto mi spinsi più contro di lui e ansimai alla prova della sua eccitazione feroce, che mi premeva contro lo stomaco.

Era incredibile.

Era così grande, così lungo, così venoso.

Non avevo la forza di sbarrare la strada ai miei pensieri, a quelle fantasie indecenti che non avrei dovuto avere.

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