SPOSATA A UN SIGNORE DEL CRIMINE

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Capitolo 2 TALIA

Entrare in una sala da ballo era soffocante, con la mente appesantita dal compito di trovare un marito. Non sapevo nemmeno da dove cominciare. L’avevo buttata lì a mia madre solo perché continuava a tormentarmi con la storia dei mariti. Era una persona all’antica, piantata in questo secolo, e non potevo impedirle di essere così conservatrice.

Dopo un’ora passata a gironzolare per la sala e a cercare di socializzare con la gente ricca, cominciai a dubitare che avrei trovato un marito lì dentro. Non conoscevo nessuno e loro non si degnavano di conoscermi. La maggior parte mi ignorava perché sapevano che non ero una di loro. Gli uomini ricchi non mi lanciavano neppure un’occhiata. Non era come quei drammi romantici che guardavo spesso, dove la ragazza povera ha fortuna e sposa un uomo ricco.

Diavolo, erano tutte stronzate.

Gli uomini ricchi sapevano riconoscere le donne ricche del loro livello. Le donne comuni come me non rientravano nemmeno nel loro campo visivo.

Presi dello champagne dal vassoio di un cameriere appena passato. Decisi di restare da sola in un angolo della sala, a osservare. La mente si affannava a trovare una scusa credibile da rifilare a mia madre, mentre la bocca era impegnata a sorseggiare champagne.

Mia madre probabilmente sapeva già che stasera avrei fallito. Non avevo visto alcuna speranza sul suo volto quando ero uscita verso l’atrio. Si era limitata a dirmi di stare attenta prima di chiudere la porta principale. Aveva già organizzato un incontro con Caleb dopodomani, quindi non le sarebbe importato se non fossi riuscita a trovare un marito stasera.

Merda.

Non volevo uscire con qualcuno, figuriamoci sposare quel tizio.

Caleb non mi piaceva. Non era il mio tipo. Io meritavo qualcuno capace di farmi battere il cuore e di farmi sentire il corpo attraversato da caldo e freddo di desiderio.

Il mio cuore...

Mi premetti il palmo sul lato sinistro del petto, sentendo il cuore martellare così forte.

Rimasi stordita per un istante, prima di capire perché all’improvviso stesse battendo così.

Avevo appena visto un uomo che brillava in mezzo a tutti gli altri. Indossava un completo nero con una cravatta blu scuro a righe argentate. Aveva una mascella decisa e una bellezza classica, magnetica. Sembrava più intimidatorio che cordiale. Stava tra gli uomini facoltosi, ma la sua aura metteva a disagio chiunque gli fosse intorno.

Quell’uomo era il mio tipo.

Potente, maturo, dominante e arrogante.

I miei piedi si mossero da soli verso di lui. La mente si svuotò. Il cuore prese a battere ancora più forte man mano che mi avvicinavo.

Non mi prestò alcuna attenzione. Era come se per lui non contassi nulla, come se non rientrassi nemmeno nel suo campo visivo. Eppure, per lui, avrei fatto di tutto per finirci dentro.

«Buonasera, signori.»

Cinque uomini si voltarono a guardarmi, ma lui rimase immobile. Si limitò a lanciarmi una breve occhiata da sopra il bordo del bicchiere, mentre sorseggiava il suo scotch.

«Scusate se interrompo la vostra conversazione. Sono una rappresentante dell’Hudson Group. Nel caso foste interessati a investire nella nostra catena alberghiera, sono a vostra disposizione.»

Porsi loro il mio biglietto da visita e lo accettarono con sguardi vuoti. Uno finse di leggerlo, mentre gli altri se lo infilarono nelle tasche della giacca senza nemmeno guardarlo.

Non mi aspettavo granché. Era solo un pretesto per avvicinarmi a quell’uomo. Ma lui non mi degnò neppure di un’occhiata.

«Signore?»

Gli porsi il mio biglietto da visita. La mano rimase sospesa a mezz’aria, in attesa che prendesse quel cartoncino.

La tensione cominciò a risalirmi lungo la nuca.

L’uomo fissò il biglietto come se gli stessi porgendo un pezzo della cosa più disgustosa del mondo.

Non sembrava minimamente intenzionato a prenderlo.

Cercai di mantenere un’espressione impassibile mentre ritraevo lentamente la mano. Stavo per rimettere il biglietto nella borsetta quando la sua voce, un baritono sensuale, mi fermò.

«Posso vederlo?»

«Certo.»

Gli consegnai il mio biglietto da visita.

Il mio corpo ebbe la sensazione di essere attraversato da migliaia di volt quando le nostre dita si sfiorarono.

Ovviamente lo sentii solo io; lui no. Rimase freddo e indifferente nei miei confronti.

«Bene. Continuate pure la vostra conversazione, signori. Buonanotte.»

Mi rifugiai in fretta sul balcone. Il cuore mi martellava così forte nella gabbia toracica che ebbi paura potesse esplodere proprio davanti a lui.

Era umiliante.

Maledissi la mia stupidità per aver osato infilarmi nel cerchio di quegli uomini ricchi. Se uno di loro avesse incontrato Uncle Mike l’indomani e gli avesse raccontato quello che avevo fatto quella sera, Uncle Mike probabilmente mi avrebbe licenziata per averlo messo in imbarazzo davanti a quegli uomini con le mie azioni.

Il respiro mi si spezzò quando la porta si richiuse con un tonfo alle mie spalle. Afferrai la ringhiera gelida del balcone e imprecare a voce alta, come una pazza.

«Sei proprio un’idiota, Talia. Stai facendo fare una figuraccia a Uncle Mike. Idiota!»

Appoggiai la fronte alla ringhiera del balcone, frustrata e mortificata.

Non riuscivo a sopportare l’idea di rientrare nella sala da ballo e affrontare quelle persone. Sperai di non incontrarli mai più e di non incrociare la loro strada. Sperai che non prendessero sul serio le mie parole e che non mi contattassero per quel maledetto investimento.

«Talia Sanders. Un bel nome per una donna bella e coraggiosa.»

Sussultai al suono di quella voce.

I miei tacchi si girarono d’istinto di centottanta gradi. Fissai l’uomo a occhi spalancati. Era in abito nero, con una cravatta blu navy a righe argento. Un uomo freddo e arrogante!

Era reale, non un semplice frutto della mia immaginazione. Se ne stava lì, davanti a me, fiero, stringendo il mio biglietto da visita nella mano destra.

«Sei Talia Sanders, giusto?»

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