Capitolo 2
La maniglia della valigia mi scivolò dalle mani e cadde a terra con un tonfo; la stanza parve inclinarsi, mamma trattenne un respiro, Ally fece un verso. Non capii se fosse sconvolta o felice.
«Scusa, come?» chiesi, incredula.
«Mi dispiace; è per questo che continuavo a metterti pressione perché trovassi un lavoro. Ha chiamato e ha detto che manderà qualcuno a prenderti», disse lui.
E mi colpì all’improvviso: non stava avendo un infarto. L’aveva finto per farmi tornare qui.
«E se rifiuto?» domandai piano.
«Allora… ci ammazzeranno tutti», disse. Sentimmo bussare alla porta, ma nessuno si mosse; poi bussarono di nuovo. Andai verso la porta e la aprii. Davanti a me c’era un uomo: alto, robusto, in abito nero.
«Signorina Ryan, sono qui per accompagnarla alla residenza Thorne», disse.
Mi voltai a guardare mio padre e mia madre. «Lo sapevate?» chiesi, fissando mamma, ma lei restò in silenzio; aveva un’aria vergognosa. Guardai Ally, che adesso sorrideva.
«Ti prego», sussurrò mio padre. Non gli importava. Se me l’avessero detto, li avrei aiutati, e invece me l’avevano nascosto. Ero sempre stata ignorata, dimenticata. Forse era questo che doveva succedere.
«Va bene», dissi, tornando indietro a prendere la valigia. Lui me la tolse di mano.
«Zia…» fece mamma.
«Non c’è niente che tu possa dire per spiegarlo. Dal minuto in cui è nata Ally la mia vita è diventata inesistente. I momenti importanti della mia vita sono stati buttati via perché lei aveva una brutta giornata. Non mi avete voluta, e non mi volete nemmeno adesso. Avete scelto me perché di me non vi è mai importato davvero. Non voglio più vedervi, mai più», dissi, uscendo di casa.
Sentii mia madre piangere, ma non mi voltai. Mentre percorrevo il vialetto, sapevo che non sarei mai più tornata lì. Vidi l’auto entrare nel cortile. Guardai l’uomo.
«Può darmi un minuto per parlare con la mia amica?» chiesi.
«Certo, signorina», rispose, annuendo.
Mi avvicinai alla macchina e lei scese. «Zia, che succede? Chi è lui?»
«Loro… ti chiamo e ti racconto tutto. Per adesso devo andare con lui. Hai portato la roba?»
«Sì», disse, prendendo una piccola borsa da laptop e porgendomela.
«Le tue carte di credito, i passaporti, i documenti, tutto», disse. La aprii e tirai fuori il portafoglio. Glielo rimisi in mano.
«Non so dove sto andando né cosa sta per succedere, ma probabilmente mi serviranno dei soldi. Tieni il resto. Ti raggiungo appena posso e ne parliamo, va bene?»
«Me lo prometti?» chiese.
«Te lo prometto, boo.»
Mi abbracciò. «Va bene, fai attenzione e chiamami per dirmi che sei al sicuro», disse.
«Lo farò.»
Raggiunsi il SUV nero; l’uomo mi aprì la portiera e io salii. Lui si mise al posto di guida e partimmo. Non gli feci domande e non guardai davanti; fissavo soltanto fuori dal finestrino. Lo vedevo lanciarmi occhiate di nascosto, ma non me ne importava. L’unica cosa che mi girava in testa era che i miei genitori, in pratica, mi avevano venduta. Mi avevano ceduta perché Ally, per loro, era troppo preziosa.
Dopo quella che mi sembrò un’ora di strada, l’auto si fermò davanti a un cancello di ferro battuto; oltre si ergeva una villa. Era la zona più ricca di Fairmont City. La macchina si arrestò davanti all’ingresso, e un uomo aprì la portiera. L’uomo si voltò e mi guardò.
«La sua valigia verrà portata in camera, signorina. La prego di seguire Jordon», disse l’uomo al posto di guida, e io annuii. Scesi dall’auto e lo seguii. Il corridoio era pieno di quadri. Ogni singolo pezzo sembrava qualcosa che avresti visto in una galleria d’arte, non in una casa in cui rannicchiarti sul divano. Non c’erano foto di famiglia, né piccoli oggetti sparsi qua e là. Solo enormi dipinti astratti alle pareti.
All’improvviso tutto si fece silenzioso, come se qualcuno avesse abbassato il volume. Sembrava meno di entrare in una casa e più di entrare in una gigantesca scatola silenziosa fatta di denaro.
L’ingresso era immenso. Tutto era così moderno e… pulito. Le pareti erano per lo più di colori chiari o grandi pannelli di legno scuro. Enormi finestre si estendevano dal pavimento al soffitto, lasciando entrare moltissima luce dall’esterno, eppure mi sentivo completamente separata da ciò che c’era fuori, come se stessi guardando un’immagine. Non vedevo cavi né dispositivi, ma potevo percepire ovunque il ronzio della tecnologia. L’aria era perfettamente fresca, perfettamente immobile. Quel posto sembrava meno una casa in cui qualcuno vivesse davvero e più un museo molto ricco, molto silenzioso, costruito per ostentare quanto potere possedesse qualcuno.
Quando entrammo nel soggiorno, per poco non mi fermai di colpo. C’era un uomo anziano seduto su una poltrona e tre uomini e tre donne. Erano seduti a coppie sulle poltrone, e su un’altra poltrona, con l’aria di essere arrabbiato col mondo intero, c’era un altro uomo. Non prestai attenzione a nessuno di loro.
«Master Thorne. La giovane signora…» disse l’uomo che mi aveva accompagnata dentro, facendosi da parte. Mi accorsi che mi stavano guardando tutti. L’uomo anziano si sporse in avanti, fissandomi.
«Sai chi sono?» chiese.
«No», risposi, e quella era la verità. Sentii qualcuno sbuffare e mormorare. Lui alzò una mano, e tutto tacque.
«Sai perché sei qui?» chiese.
«Non nei dettagli, ma riguarda un prestito.»
«Esatto. Ora farai quello che ti dico, oppure la tua famiglia ne pagherà il prezzo. Sposerai mio nipote…»
«Nonno…» disse una donna.
«Padre, non puoi…» disse uno degli uomini.
«SILENZIO!» gridò, e tutti tacquero.
«Xander, sposerai questa ragazza e resterai sposato con lei per due anni, oppure ti rimuoverò dalla carica di amministratore delegato del Thorne Group», disse.
«Padre, con tutto il rispetto, Xander è fidanzato con la signorina Montgomery», disse la donna.
«Farà come dico io, Isabella», disse il vecchio. Fece un cenno a una delle guardie, che uscì dalla stanza. Tornò pochi minuti dopo con un altro uomo, che si avvicinò a me.
«Per favore, firmi qui», disse, porgendomi il certificato di matrimonio. Feci un respiro profondo, presi la penna e firmai il mio nome. Dopo averlo controllato, andò dall’uomo anziano e glielo mostrò.
«Xander, non deludermi», disse.
Quello chiamato Xander si alzò e gli si avvicinò; prese i documenti e firmò. Il vecchio si alzò in piedi.
«Torniamo a casa. Ci rivedremo presto», disse, uscendo. Se ne andarono uno dopo l’altro, lasciandoci lì in piedi. Lo guardai. Alto, chiaro di carnagione e in forma, aveva un fisico muscoloso. Capelli neri e occhi azzurri penetranti. Lineamenti marcati, e i vestiti gli cadevano addosso alla perfezione.
