Reclamata dagli Ossessivi Miliardari

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Capitolo 2

Serena Vale

La cena di prova era fissata per le quattro. Erano le undici e mezza del mattino. Douglas era uscito presto, dicendo che doveva sbrigare alcune commissioni prima della cena di sera, e così ero rimasta a casa con diversi cartoncini segnaposto da confermare, mentre fiori freschi erano sparsi per tutta la casa.

Avevamo confermato tutto la sera prima, ma quando mi sono svegliata stamattina ho avuto l’impulso di scegliere fiori nuovi, e l’ho fatto. Poi ho riorganizzato i cartoncini in base ai fiori di ciascun tavolo.

Doveva essere tutto perfetto.

Tessa sedeva sul mio divano a gambe incrociate, i ricci scuri raccolti in uno chignon disordinato, con qualche ciocca a incorniciarle il viso. Il portatile era aperto e lei ci digitava sopra con furia. Aveva attraversato un periodo di blocco creativo. Stamattina, all’improvviso, le era arrivata l’ispirazione, ma mi aveva anche promesso che sarebbe venuta presto, così si era portata dietro il computer.

Un’autrice da cinque bestseller, eppure eccola lì, ad aiutarmi a scegliere una disposizione dei posti che avesse un senso.

Be’, a malapena mi aiutava. Si limitava a infilare qualche parola qua e là mentre io e Noelle ne discutevamo.

«Nessuno dovrebbe sedersi accanto a tua zia Ruth», disse senza alzare lo sguardo. «Criticherà il cibo, il vino e probabilmente il tuo vestito quando lo vedrà.»

Risi. «Esageri.»

«Ha definito modesto il tuo anello di fidanzamento. Sono stata fin troppo generosa.»

Noelle si rianimò alla menzione del mio anello. Era seduta per terra a sistemare i fiori. «Davvero? Ha definito modesto un diamante enorme?»

«È colpa di Rena se l’ha invitata all’addio al nubilato», ribatté Tessa, con le dita che volavano sulla tastiera. Non capivo come riuscisse a scrivere e a spettegolare contemporaneamente.

Mia zia Ruth aveva solo sette anni più di me. Era sensato invitarla, visto che avevo invitato anche i miei cugini più grandi, alcuni dei quali avevano la sua stessa età.

«Un motivo c’è, se non è ancora sposata», la canzonò Noelle, come se lei invece avesse un marito a fare da contraltare.

Noelle lavorava come consulente immobiliare di lusso, il che significava che aveva a che fare continuamente con persone ricche. Per questo, di solito veniva invitata a gala e ad altri eventi dell’alta società. Era abituata ai ricchi senz’anima, soprattutto a quelli di vecchio denaro.

L’unico ricco a cui ero abituata io era Douglas.

Lanciai un’occhiata al telefono. Era uscito verso le sei del mattino e non aveva ancora scritto.

«È in ritardo», mormorò Noelle, come se avesse intuito dove fossero andati a finire i miei pensieri.

«Ha detto che doveva sbrigare delle commissioni», risposi in fretta. Forse troppo in fretta.

«Commissioni? Il giorno della cena di prova? La truccatrice arriverà tra un’ora.»

«Be’, questo non c’entra niente con lui.» Il mio tono si stava facendo difensivo. «E poi, non è meglio se il trucco è una sorpresa?»

Non replicarono, ma il loro silenzio disse abbastanza. Avrei voluto che Lila fosse lì. Mi avrebbe assicurato che non c’era niente di strano nel fatto che lui fosse fuori, finché non si perdeva nulla.

Per l’ora successiva ci tenemmo occupate. Tessa andò avanti a scrivere mentre io e Noelle ricontrollammo tutti i dettagli, verificando per la terza volta la scaletta. Era tutto calmo e prevedibile. Finché il mio telefono non vibrò.

Era un messaggio da un numero sconosciuto; un allegato. Pensando di essermi dimenticata di salvare il numero di un fornitore, cliccai sul messaggio.

Mi si gelarono le dita e, per un istante, fui certa che il sangue avesse smesso di scorrermi nelle vene.

C’era Douglas dentro un bar, che teneva per mano un’altra donna. Conoscevo tutti i suoi fratelli. Conoscevo la maggior parte dei suoi cugini, almeno quelli con cui era più legato. Conoscevo le sue amiche. Le avevo incontrate. Conoscevo le sue ex. Due anni prima le avevo stalkerate. La persona nella foto non era nessuna di loro.

Battei le palpebre, incapace di elaborare ciò che stavo vedendo. «Ma che…»

Gli occhi di Tessa si staccarono finalmente dallo schermo. «Che succede?»

Presi in considerazione l’idea di non mostrar loro la foto, perché avrebbe fatto sembrare tutto reale, ma prima che il cervello riuscisse a fermarmi stavo già girando il telefono verso di loro.

Noelle si sporse in avanti, fissando lo schermo con la fronte aggrottata. «Dov’è stata scattata?»

«Non lo so.» La mia voce uscì più piccola del solito. «Ma me l’ha mandata un numero sconosciuto. Dev’essere falsa, giusto? Qualcuno sta cercando di prendermi in giro. Qualcuno sta cercando di rovinare le cose tra noi.»

Tessa esitò. «Forse, però… quello sembra Douglas, Rena.»

Mi costrinsi a ridere. «Qualcuno lo fa apposta per farmi impazzire. Potrebbe essere una foto vecchia, di prima ancora che ci conoscessimo. Vogliono solo buttare benzina sul fuoco.»

Douglas mi era stato fedele in tutti i nostri anni insieme. Non mi aveva mai alzato la voce, neppure quando litigavamo. Si assicurava sempre che fossi felice e non andava mai a letto arrabbiato. Douglas non poteva tradirmi. Era il compagno perfetto. Era l’amore della mia vita. Era l’uomo che avrei sposato tra meno di quarantotto ore.

Noelle e Tessa si scambiarono uno sguardo, ma nessuna delle due disse altro.

Mi tremavano le mani mentre cercavo di concentrarmi sui miei compiti. Dovevo finire di sistemare i fiori. Lila sarebbe passata presto a prenderli, per portarli alla location.

Poi arrivò un’altra vibrazione.

Mi immobilizzai.

Tessa e Noelle mi fissavano. Erano nervose quanto me mentre riprendevo il telefono. Tirai un sospiro di sollievo quando vidi che era solo un messaggio di Lila, che chiedeva se dovesse prendere qualcosa passando prima da casa mia.

Il sollievo, però, durò poco. Mentre le rispondevo, dicendole di non portare niente, arrivò un altro messaggio dal numero sconosciuto. Stavolta era un video.

Avrei dovuto cancellarlo subito. Avrei dovuto lanciare il telefono dall’altra parte della stanza o qualcosa del genere, ma la curiosità mi spinse ad aprire il video.

Premetti play e il mondo si fermò.

Era lui. Douglas. Questa volta non era in un bar a tenere per mano una donna. Era nudo, che si muoveva contro una ragazza altrettanto nuda sotto di lui. Il suo viso era sfocato, ma sapevo benissimo che non ero io.

Alla vista mi si rivoltò lo stomaco e la colazione minacciò di risalire. Non potevo crederci!

Avrei potuto liquidarla facilmente come una registrazione del suo passato, ma il tatuaggio sul fianco era una prova schiacciante. Se l’era fatto fare al nostro primo anniversario. Era un tatuaggio con le mie iniziali, eppure eccolo lì, a gemere il nome di una donna e non era il mio.

Mi tremavano così tanto le mani che non mi accorsi nemmeno di aver lasciato cadere il telefono a terra.

Mentre Noelle lo raccoglieva, io mi alzai dal pavimento e mi precipitai in cucina, vomitando tutto quello che avevo mangiato nelle ultime ventiquattro ore.

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