Prendimi una volta, ti farò sanguinare due volte

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Capitolo 2 Il mondo come lo conosce

BEATRICE

In fondo alle scale c’era un cancello di ferro. Che idea pittoresca, arredare la cantina come una specie di prigione medievale. Beatrice fu costretta ad aspettare mentre l’autista si protendeva oltre lei per sbloccarlo. Quando lo spinse aprendolo, i cardini emisero uno stridio assordante, come una protesta, e tutti si ritrovarono a trasalire.

L’aria era stantia, come se la stanza non avesse ventilazione, e sotto c’era il tanfo di marcio e di muffa. La luce era miserabile, nel migliore dei casi, e disegnava ombre in ogni angolo mentre la conducevano più dentro.

Quella non era una cantina, lo notò con una smorfia. Era una vera prigione medievale. Che cosa avevano in testa, queste persone? Trasformarsi in giganteschi mostri lupo e tenere una segreta in cantina? Chi diavolo faceva una cosa del genere?!

Lungo i due lati della stanza si allineavano delle celle, con sbarre di ferro spesse incassate sia nel pavimento sia nel soffitto per tenere i prigionieri al sicuro; solo che lei non vedeva nessun altro mentre passavano davanti alle prime due, prima di fermarsi davanti alla terza. L’uomo seduto sul sedile del passeggero sbloccò quella a sinistra, tirò la porta aprendola e si fece da parte.

«Entra», ordinò l’autista, dandole l’ennesima spinta. Lei barcollò appena, ma recuperò l’equilibrio mentre varcava la soglia della sua nuova casa. «Magari adesso ti comporti.»

Beatrice sentì una risata farsi strada nel petto e la lasciò uscire. A volte, nelle situazioni di stress elevato, la sua reazione era ridere, e quella era una di quelle volte. «Se ti aiuta a dormire la notte», disse, voltandosi appena per regalargli un sorriso smagliante. Lui aggrottò la fronte mentre richiudeva la porta con un clangore secco, controllando che fosse ben chiusa prima di andarsene. Il suo compare le lanciò un’ultima occhiata prima di seguirlo, lasciandola sola a metabolizzare che cazzo fosse appena successo.

Guardandosi attorno nella cella, notò che tre pareti su quattro erano di pietra, ma ciò che le attirò davvero l’attenzione fu un piccolo buco nel pavimento. Era nell’angolo più a sinistra e sembrava scendere in profondità. Non che potesse verificare quanto, con quella luce atroce; vedeva solo un nero assoluto e, quando ci passò la mano sopra, sentì un filo d’aria. Purtroppo era largo quanto la sua mano: scappare da lì era impossibile. Forse era meglio così, perché quando si chinò sopra le arrivò una zaffata pungente e dovette trattenersi dal vomitare.

Era il gabinetto. Si aspettavano che facesse i suoi bisogni in un buco nel pavimento? «Alloggio a cinque stelle», borbottò tra sé mentre si allontanava, sistemandoosi vicino alla parete più lontana dal buco. «Devo ricordarmi di scrivere una recensione entusiasta quando torno a casa.» Se fosse tornata a casa.

No. Sarebbe uscita di lì, o sarebbe morta provandoci. Non c’era modo che avrebbe lasciato a quella gente fare ciò che voleva senza una lotta dannata. Il problema era che non aveva la minima idea di cosa stesse succedendo. Perché l’avevano rapita, innanzitutto? Chi erano queste persone? E da quando i licantropi erano persino reali?

Forse qualunque cosa le avessero iniettato le aveva provocato delle allucinazioni. No, non le sembrava plausibile. Beatrice non aveva soltanto visto quell’uomo trasformarsi in un lupo… l’aveva sentito.

Aveva sentito come le ossa delle sue mani, premute contro le sue braccia, si erano spostate e trasformate. Aveva sentito i suoi palmi diventare i cuscinetti ruvidi di una zampa. Persino l’odore del suo alito disgustoso era stato fin troppo reale.

Sospirando, Beatrice incrociò braccia e gambe nel tentativo di tenere lontano il freddo nell’aria.

«Che cosa hai fatto…?» disse una voce roca, strappandola di colpo ai pensieri che le frullavano in testa.

Beatrice guardò verso la cella di fronte alla sua. La luce pessima non le permetteva di distinguere i dettagli, ma sembrava esserci il profilo di qualcuno seduto nell’ombra. Il fatto di non essere sola le portò un senso di sollievo, e le spalle si rilassarono. «Fatto?» ripeté alla sagoma, senza afferrare del tutto che cosa le stesse chiedendo.

La sagoma si mosse, mentre chiunque fosse lì avanzava di qualche centimetro. Ora riusciva a distinguere vestiti a brandelli, poco più che stracci, addosso al corpo smagrito di un uomo. «Che cosa… hai fatto?» gracchiò di nuovo, la voce che si spezzava come se fosse stata usata troppo poco.

«Bella domanda», rispose Beatrice, ruotando il corpo finché non si trovò rivolta verso l’altro prigioniero. «Credo che… siano arrabbiati perché ho reagito e ho cercato di scappare.»

«Scappare…?» Qualcosa nella sua voce diede peso alla parola. «Da qui non… si scappa.»

«Me ne sono accorta», borbottò lei, appoggiando la spalla al muro. Poi, con tono normale, disse: «Io sono Beatrice. Tu come ti chiami?»

«Riaghaire», rispose dopo un breve silenzio, come se gli fosse servito un attimo per ricordarselo.

«Per che cosa ti hanno messo qui?» chiese subito dopo. Lui le aveva già rivolto la stessa domanda; era giusto ricambiare. E poi, cos’altro c’era da fare?

Quella volta, quando l’uomo si mosse, Beatrice udì il rumore del metallo che strisciava. Le venne voglia di chiedere che cosa fosse, ma decise che poteva aspettare. In un posto del genere il tempo sarebbe passato a passo di lumaca. Meglio allungare le cose, o rischiare di annoiarsi.

«Ho la pessima abitudine di ammazzare i loro compagni di branco», spiegò, con voce indifferente, come se la risposta lo annoiasse.

Ammazzare i loro compagni di branco? Una pessima abitudine? Era decisamente un eufemismo, da parte di Riaghaire, e lui ne parlava come se non gliene importasse nulla. Beatrice cominciò a temere che il suo vicino fosse molto più pericoloso dei licantropi che l’avevano rinchiusa e, all’improvviso, fu grata alle sbarre che li tenevano separati.

E poi come aveva fatto, esattamente? Lei ne aveva visto uno in forma di lupo, e non c’era verso che una persona ne eliminasse uno senza una potenza di fuoco notevole. Forse sapeva qualcosa che gli dava un vantaggio? Oppure… peggio ancora, e se fosse molto più pericoloso di un licantropo?

Magari era solo davvero, davvero bravo a ucciderli. Sì, preferiva questa spiegazione alle altre.

Perché lo tenevano in vita, comunque? Lo stavano lasciando morire di fame — quello era evidente — quindi significava che stavano aspettando che morisse? Perché non ammazzarlo e basta, se davvero aveva ucciso un mucchio dei loro compagni di branco, come sosteneva?

«E come si uccide un licantropo, poi?» si ritrovò a chiedere Beatrice dopo un breve silenzio.

«Ti interessa ucciderne uno?»

Lei si lasciò sfuggire una risata. «Farebbe qualche differenza?» Ridere le sembrava ancora una reazione strana, nella situazione in cui si trovava, ma era stata spontanea. Che cos’altro avrebbe dovuto fare, quando il suo mondo era stato strappato via da sotto i piedi, senza preavviso?

«Suppongo di no», mormorò Riaghaire, più a se stesso che a Beatrice. Poi, con tono normale, continuò: «Gli strappo la testa.»

Un brivido, che non aveva nulla a che fare con la temperatura fresca della prigione, le corse lungo la schiena. Decapitazione usando solo la forza fisica? Era piuttosto certa che nessun essere umano normale potesse farlo, nemmeno in una giornata particolarmente buona. Be’, forse qualche lottatore di MMA super allenato potrebbe riuscirci? Ma di certo non contro un licantropo.

Com’era possibile che Riaghaire fosse così tranquillo riguardo al fatto di «strappare teste» nel tempo libero? Beatrice cominciava a chiedersi sul serio che cosa potesse essere, il suo compagno di prigionia.

«È l’unico modo per ucciderli?» azzardò, cercando di impedire alla voce di tremarle imitando il tono annoiato che aveva usato Riaghaire.

«No, ma è il più facile.»

«Più facile per chi?» rise per la terza volta, con la sensazione che quella conversazione fosse fuori dal mondo quanto tutto il resto di ciò che era successo quel giorno. «Io a malapena riesco a decapitare una mosca, figurati una persona che una volta al mese diventa pelosa.»

Ci fu un mutamento nell’aria e non riuscì a ignorare come le facesse accelerare il cuore. Aveva detto qualcosa di sbagliato? Le era sembrato di aver fatto una battuta riuscita.

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