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Capitolo 1 Nuovi inizi - Monet

C’è eccitazione nell’aria quando scendo dalla macchina, e sorrido mentre inspiro l’ossigeno della mia nuova casa. Almeno per i prossimi quattro anni.

Mi verrebbe da ballare e urlare dalla gioia che finalmente sono qui! L’estate, con me, è andata avanti trascinandosi, mentre lavoravo in una tavola calda per mettere da parte un po’ di soldi, facendo qualsiasi turno riuscissi a ottenere, uno dopo l’altro.

Anche con una borsa di studio, so che qui tutto costa, e non voglio aggiungere altro peso sulle spalle di mia madre, che è sola.

Mi ha già comprato la macchina. È piccola e di seconda mano, ma va che è un sogno.

Il telefono mi squilla in mano e sorrido vedendo la faccia di Mom, accettando la videochiamata.

«Sei arrivata sana e salva?» chiede subito.

Potrebbe anche tracciarmi, quindi lo sa che sto bene.

«Sì, Mom, mi sono appena fermata al dormitorio.»

«Avrei davvero voluto che mi lasciassi venire con te.» Nei suoi occhi c’è rimpianto.

E poi avrebbe dovuto pagare il biglietto aereo per tornare indietro, e io non volevo.

«Mom, sono qui e sto bene, d’accordo. Ti mando delle foto appena ho decorato la mia parte della stanza.» Alzo gli occhi al cielo sorridendo. «Ti voglio bene, ciao.»

«Chiama Cole!» urla, prima che io le mandi un bacio con le labbra e chiuda la chiamata, chiamando subito mio fratello per dirgli che sono arrivata.

Il suo telefono squilla a vuoto, così decido che lo richiamerò più tardi. Probabilmente è occupato, lo è sempre.

E poi, era stato davvero strano quando era tornato a casa per due settimane durante le vacanze estive. Parlava a malapena con me e Mom, montava sempre sulla sua moto e rientrava tardi la notte.

Non era quasi mai in casa, e lo vedevamo a malapena.

Mi registro alla reception e mi consegnano le chiavi della mia stanza. Il comitato di benvenuto è davvero carino e due ragazze mi aiutano a portare le mie cose su per due rampe di scale.

La stanza del dormitorio non è granché, ma Mom mi ha fatto una trapunta personalizzata con foto di me, lei e Cole nel corso degli anni, per portarmi dietro un po’ di casa. Ho anche alcuni suoi lavori, così la mia metà della stanza è colorata e graziosa nonostante lo spazio ridotto.

Sono intenta a sistemare i vestiti nei cassetti sotto il letto quando la porta si apre e, in un turbine, entra una bionda prosperosa trascinando due valigie.

«Oh! Ciao!» mi affretto a tenerle la porta.

«Grazie! Io sono Chrystal.» Si scosta i capelli dal viso con un soffio e mi sorride. «Tu devi essere Monet, giusto?»

«Sono io!» sorrido raggiante. «Spero non ti dispiaccia se ho già scelto un lato.»

Il suo sguardo va verso il mio letto, già rifatto, e le opere che ho fissato alla parete.

«Oh no, adesso la mia parte sembrerà spenta e noiosa.»

«Sono sicura di no.» Ridacchio.

«E per favore scusa mia madre: i miei genitori stanno salendo, lei può essere un po’ invadente.»

Non fa in tempo a finire la frase che una donna elegante entra nella stanza e si presenta come la madre di Chrystal; poi si mette a decorare la parte della figlia con toni nude e pastello.

Mi scuso per lasciar loro un po’ di spazio in quella stanza così piccola e scendo al piano di sotto per richiamare Cole.

«Sì.» La sua voce suona roca quando finalmente risponde.

«Be’, ciao anche a te. Volevo solo dirti che sono arrivata al dormitorio.» Guardo gli studenti che stanno traslocando. «Mom ha detto che dovevo chiamarti, quindi ti chiamo.»

«Sarò lì tra mezz’ora.» Riaggancia senza aggiungere altro, lasciandomi a fissare lo schermo in preda alla confusione.

Che diavolo gli prende? Si è dimenticato le buone maniere al telefono o cosa?

Io e Cole eravamo sempre stati legatissimi: lui aveva solo due anni più di me. Era venuto a vivere con noi quando ne aveva sei, dopo che sua madre era stata uccisa brutalmente.

Purtroppo aveva assistito al suo omicidio, e quel bambino di sei anni ne era rimasto traumatizzato. Mamma fece tutto il possibile, lo portò da uno psicologo dopo l’altro, ma lui non parlava con nessuno. Non con lei e di certo non con i medici.

Con me, però, parlava.

Solo con me.

Quando non ci guardava nessuno e stavamo giocando, mi parlava di sua madre. Di quanto fosse bella, di quanto fosse gentile, e di quanto fosse triste che non ci fosse più.

Ero solo una bambina, ma è strano quanto nitidamente me lo ricordi. Quando mi diceva che era triste lo abbracciavo, e lui si aggrappava a me.

Poi cambiò quando prese in mano un pallone da football: cominciò a parlare e a ridere. Mamma era così felice che si mise a fare lavoretti saltuari pur di dargli tutto ciò di cui aveva bisogno per il football.

Cole aveva perso sua madre, e lei aveva perso la sua migliore amica.

Mamma dice sempre che la madre di Cole glielo ha affidato così lei avrebbe potuto tenere con sé per sempre una parte di lei.

Mio padre disse che non aveva firmato per crescere un figlio che non era suo, e se ne andò anche lui. Cole si sentì in colpa, ma mamma gli assicurò che non aveva perso niente e che, in un milione di vite, avrebbe scelto sempre lui.

Sì, mia madre è davvero tosta.

Sono ancora seduta su una panchina davanti ai dormitori quando arriva un camioncino nero. Scatto in piedi con un sorriso enorme quando Luke, il migliore amico di Cole, salta giù dal lato passeggero e corre verso di me non appena mi vede avvicinarmi.

«Puzzetta!»

Rido per quel soprannome idiota che mi aveva appiccicato da piccoli e lo abbraccio forte quando mi solleva e mi fa girare su me stessa.

«Posala.» dice una voce profonda dal camioncino, e io sto ancora ridendo quando Luke mi rimette a terra. Mi volto verso Cole, che è lì con un mazzo di rose bianche in mano.

«Sono per me!» Mi avvicino per abbracciarlo, ma lui tiene la mascella serrata e mi porge le rose tenendole davanti a sé, come per impedirmi di toccarlo. «Che dolce, grazie.»

Lui scrolla le spalle e infila le mani nelle tasche dei pantaloncini mentre gliele prendo. «Kamila ha detto che dovevo prenderti qualcosa per darti il benvenuto.»

I suoi occhi azzurri mi scorrono addosso, e lui serra la mascella ancora di più quando quel blu brillante si ferma sul mio viso.

«Dov’è la tua moto?» chiedo, guardando il camioncino nuovo e lucido.

«Ho dovuto venderla. Coach ha detto che era troppo pericolosa.»

Il sorriso mi si spegne. «Amavi quella moto.»

«Be’, non possiamo sempre avere quello che vogliamo.» dice secco, poi apre la portiera lato guida. «Ci vediamo in giro.»

«Ci vediamo, Puzzetta!» Luke mi scompiglia i capelli, e io gli do uno schiaffetto giocoso sul braccio prima di guardarli andare via.

Che diavolo sta succedendo a Cole?

È sempre stato un tipo taciturno, ma non è mai stato così freddo.

Non con me, almeno.

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