Capitolo 5 Faccia rossa
ALICE
Le parole non riuscivano a descrivere quanto mi sentissi di merda.
Era la sensazione più di merda del mondo. Più di merda della merda. Da quando avevo lasciato quella festa di Capodanno del cazzo, non mi ero più sentita me stessa. Ero a terra. A terra, a terra. Non avevo voglia di mangiare. Di allenarmi. Di niente.
Tutto quello che riuscivo a fare era restare a letto e sguazzare nella mia miseria.
E ovviamente non sto nemmeno a dire quanto mi sentissi imbarazzata e piena di vergogna, adesso che ero sobria da qualche giorno. La foto che avevo mandato… i messaggi… oh mio Dio. Morivo dentro ogni volta che aprivo il telefono e li scorrevo, sadica come ero. Sapevo che mi stavo solo facendo del male, ma continuavo a rileggerli per capire se si potesse rimediare in qualche modo.
Se magari potevo cavarmela con quello che avevo fatto.
Ma nooo.
Erano terribili. Davvero terribili. E le sue risposte erano peggio. Se fossi stata sobria, me ne sarei accorta subito. Benjamin non mi parlava mai così, nemmeno per messaggio. Avrei capito che c’era qualcosa che non andava. Ma avevo bevuto troppi bicchieri di champagne e non ero nel giusto stato mentale.
Ancora non capivo come fosse potuto succedere un errore del genere. Perché il numero di Theodore Linden-Hawthorne era nel mio telefono? Prima non l’avevo mai avuto. Non riuscivo a capire cosa fosse successo. Ce l’avevo e semplicemente… me n’ero dimenticata? E anche se fosse, come cazzo avevo fatto a salvarlo sotto il nome di Benjamin?
Era tutto così incasinato da sembrare soprannaturale. Forse Theodore Linden-Hawthorne era così demoniaco da aver mandato uno dei suoi scagnozzi a farlo, solo per farmi licenziare. Era da tanto che lo voleva.
Mi dava una quantità assurda di lavoro senza motivo, lavoro che potevano fare altri. Mi parlava dall’alto in basso. Mi odiava. Lo capivo persino da come mi guardava.
Eppure era entrato in quell’ufficio e mi aveva baciata. Lui sapeva chi ero io. Io non sapevo chi fosse lui.
Perché l’aveva fatto? Solo per licenziarmi?
Era davvero malvagio.
Feci un respiro profondo ed entrai nell’edificio. Era il primo lunedì del nuovo anno, e avrei dovuto essere entusiasta di tornare al lavoro.
Invece per me era uno dei giorni più tristi.
Perché stavo consegnando la lettera di dimissioni.
Preferivo fare così, perché non gli avrei dato la soddisfazione di licenziarmi. Al diavolo. Lui. Io sarei stata la persona migliore, non lui. Sapevo che mi aspettava solo il licenziamento. Avevo baciato il mio capo. No, aspetta. Prima gli avevo mandato una foto nuda. Poi gli avevo scritto le cose più inappropriate via messaggio. Poi l’avevo schiaffeggiato.
Non ero così folle da pensare che avrei mantenuto il posto dopo quello.
Mi vergognavo troppo persino di guardare i miei colleghi. Mi era venuta quest’idea assurda che magari mi avrebbero lanciato occhiate schifate e poi mi avrebbero tirato pietre. Non so perché, ma ero davvero convinta che tutti sapessero cos’era successo.
E invece nessuno mi guardava in modo strano. Anzi, mi guardavano normalmente e mi salutavano pure.
Non vidi Emma in giro, e ne fui grata. Mi vergognavo troppo per affrontare anche lei. Comunque, adesso dovevo concentrarmi. Mi fermai davanti all’ufficio del signor Linden-Hawthorne, inspirai a fondo e bussai in fretta, prima di poter cambiare idea.
«Avanti.»
Quasi rinunciai. Forse avrei dovuto semplicemente infilare la lettera di dimissioni sotto la sua porta e scappare via più veloce possibile.
Che cosa mi aspettavo? Perché volevo affrontare quest’uomo dopo quello che era successo?
Era come se stessi implorando di essere umiliata, nello stesso modo in cui mi avevano umiliata i miei genitori quando avevo provato a chiamarli e avevo scoperto che sapevano già tutto. Benjamin probabilmente li aveva chiamati prima che potessi farlo io, e le parole che mi avevano sputato addosso si erano incise nella mia memoria.
Non le avrei mai dimenticate.
Aprii la porta e lui alzò lo sguardo. Quando i nostri occhi si incontrarono, lo stomaco mi si contorse e il nervosismo mi risalì in gola, riempiendomi la bocca di un sapore amaro e disgustoso.
Si appoggiò allo schienale della sedia. Quegli occhi subdoli non lasciarono mai il mio viso. «Sì, Miss Rhodes?»
La vergogna mi risalì lungo il collo e mi arrossò le guance. Chiusi la porta e mi avvicinai, porgendogli la lettera. La posai davanti a lui, poi dissi: «Così le risparmio la fatica di licenziarmi. Mi scusi.»
«Un momento, signorina Rhodes.»
Io ero già diretta verso la porta.
Si alzò con una rapidità fulminea: posò la mano sulla maniglia prima ancora che riuscissi a sfiorarla e si piazzò tra me e l’uscita. A quel punto avevo la faccia in fiamme.
«Quale lettera di dimissioni? Di che cosa sta parlando?»
La sua domanda mi irritò. Senza guardarlo, sibilai tra i denti: «Non mi prenda in giro! Non deve più farlo. Mi dimetto. Non dovrà più rivedere la mia faccia!»
«Sono perfettamente serio, signorina Rhodes.»
Incrociai il suo sguardo. Una parte folle e indomita, dentro di me, sussurrò che non era più il mio capo, quindi potevo dirgli quello che diavolo mi pareva. «No, non lo è. Sta solo cercando di umiliarmi!»
L’espressione compiaciuta sul suo volto mi fece venire una voglia tremenda di schiaffeggiarlo di nuovo, ma tenni il braccio incollato al fianco. Avevo più controllo su me stessa. Non gli avrei dato un’altra occasione per mettermi le mani addosso o, peggio, farmi arrestare per aggressione. «Umiliarla? Perché mai dovrei farlo?»
Persi la pazienza. «Mi scusi!»
«Non va da nessuna parte finché non parliamo di quello che è successo.»
«Non voglio. Non c’è niente di cui parlare!»
«No?» Inarcò uno dei suoi sopraccigli folti. «Mercoledì scorso aveva la lingua in fondo alla mia gola, signorina Rhodes. Sento ancora il suo odore sulle mie dita.»
Strinsi gli occhi e mi scostai da lui. «Basta! È stato un incidente!»
«Io non credo agli incidenti. Nel mio mondo, tutto accade per una ragione.»
Lo fissai di nuovo. «Non era premeditato, se è questo che pensa. Credevo che fosse il mio fidanzato, lei… lei, pezzo di merda, e questo mi è costato tutto, ma lei non potrebbe mai capirlo! No, per lei è tutto così divertente. La mia vita sta andando in pezzi!»
«E di chi sarebbe la colpa, secondo lei? Mia? È stata lei a mandarmi quella foto. Io mi sono limitato a stare al gioco.»
«Perché?» sputai. «Perché non l’ha fermata? Perché ha risposto a tutte quelle cose?»
I suoi occhi si riempirono d’intenzione, di qualcosa che mi fece correre un brivido lungo la schiena. «Perché? Lei lo sa perché, signorina Rhodes. Fino a quel bacio non credevo che lo sapesse, ma lo sa, e glielo concedo: sa proprio come interpretare la parte della donna ingenua.»
«Ma di che cosa sta parlando?»
Un sorrisetto gli incurvò le labbra. Era ancora lì a bloccarmi la porta, altrimenti me ne sarei andata da un pezzo. «Sono curioso di vedere dove va a finire, da qui in poi. Mi ha consegnato le dimissioni… piuttosto creativo, lo ammetto… e adesso?»
«E adesso? Cerco un altro lavoro.»
Incrociò le braccia. «Lei sa che non posso permetterlo.»
Mi irrigidii. «Non può impedirmi di fare niente. È la mia vita. La prego, si sposti dalla porta.»
«Mi ha appena chiamato pezzo di merda. E adesso dice la prego?»
Alzai le mani al cielo. Quella situazione era ridicola e non riuscivo a credere che stesse succedendo davvero. «Che cosa vuole da me!?»
«Lei sa cosa voglio», ribatté. Fece un passo improvviso verso di me e io arretrai così in fretta che per poco non inciampai. Mi afferrò per un braccio per impedirmi di cadere. Quel contatto improvviso era… non avevo nemmeno le parole. «Che cosa vuole? Cosa le serve per restare? Soldi? Me lo dica.»
Mi strappai il braccio dalla sua presa. «Cosa!? Mi sta offrendo dei soldi per… per scoparla?»
«Un aumento di stipendio, sì.»
Sbuffai, sprezzante. «Non voglio niente da lei.»
«Non era quello che diceva in quei messaggi. O quando mi ha baciato e mi ha lasciato toccarla.»
«Non sapevo che fosse lei! Quante volte devo dirlo!?»
«Lo trovo molto difficile da credere.»
Colsi l’occasione e mi diressi verso la porta, spalancandola. Lo sentii dire, forte e chiaro: «Se mai dovesse cambiare idea, sa cosa fare.»
Uscii fuori furibonda. Ero in ebollizione. Avrei voluto accoltellarlo con la sua penna ridicolmente costosa. Bastardo. Chi si credeva di essere, sul serio?
Mi faceva schifo!
Mi avviai verso la macchina frugando nella borsa in cerca delle chiavi. Faceva un freddo cane, eppure stavo sudando. Non so perché, ma alzai lo sguardo e mi bloccai in mezzo al marciapiede.
Vidi Emma dentro un’auto, un’auto che conoscevo fin troppo bene, e si sporse per baciare il conducente dritto sulla bocca.
Chi era il conducente, si chiederà?
Benjamin.
Il mio fottuto fidanzato, Benjamin.
