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Capitolo 4 L'ossessione

THEODORE

Mentre tornavo alla festa, non riuscivo a smettere di guardarmi alle spalle, verso la figura di Alice che si allontanava.

Che diavolo era stato?

L’unica cosa che mi convincesse che quella follia fosse davvero accaduta era la guancia che mi bruciava. Mi ardeva per lo schiaffo e, a dire il vero, mi faceva tendere contro i pantaloni. Non che non fossi già duro per il nostro… piccolo incontro di prima.

Dal momento in cui ho posato gli occhi su Alice Rhodes, con quel mento appuntito e la fossetta in bella vista, puntato verso il soffitto, e quello sguardo nocciola tagliente che mi passava al setaccio, l’ho desiderata. Non ricordavo di aver mai desiderato una donna come desideravo lei.

A quel punto sfiorava l’ossessione, ma non mi importava. Mi dava una scusa per alzarmi la mattina e andare in ufficio a passo deciso. La divisione finanziaria dell’impero della mia famiglia era l’ultimo posto al mondo in cui avrei voluto stare, ma la morte di mio padre mi aveva lasciato poche opzioni. Mio fratello aveva già le mani piene. Mia sorella… lei non era fatta per un ambiente del genere. Era delicata. Artistica.

Eppure Alice Rhodes rendeva tutto degno di essere sopportato, per quanto assurdo sembrasse. Era cominciato come qualcosa di così insignificante. Una mattina era entrata nel mio ufficio con una pila di fascicoli tra le mani e li aveva appoggiati sulla scrivania. «Questo è tutto quello che Mr. Hawthorne voleva che facessi. Vuole che le spieghi cosa c’è dentro?»

Il modo in cui mi parlava mi eccitava. Usava un tono autoritario che non avevo mai sentito usare con me. Socchiusi gli occhi e risposi: «Ho gli occhi, signorina…»

«Rhodes.»

«Rhodes. Ho gli occhi. Non ho bisogno che mi spieghi niente.»

Lei si raddrizzò, lo sguardo si fece duro, e disse: «Certo. Come preferisce.»

Senza neppure aspettare di essere congedata, si avviò verso la porta, ondeggiando i fianchi e offrendomi la vista del suo culo perfetto. All’inizio commisi l’errore di pensare che facesse parte del suo gioco di seduzione. Avevo lavorato in molte aree dell’Hawthorne Group e non c’era una sola assistente che non mi fossi scopato. Nemmeno una.

Credevo di avere a che fare con un’esperta. Una donna che sapeva quanta forza ci fosse nel mostrarsi disinteressata. Con il passare delle settimane, cominciai a rendermi conto che non era affatto una recita: Alice Rhodes sembrava odiarmi per ragioni che non riuscivo a comprendere. Non era interessata a me.

La provocai. La punzecchiai. Feci qualsiasi cosa per strapparle una reazione.

Niente funzionava. Mi trattava con un distacco gelido e io impazzivo di rabbia. Da un lato mi chiedevo chi diavolo credesse di essere.

Dall’altro… ne ero impressionato.

Non mi aspettavo che si presentasse stasera. Il suo nome non era nella lista degli invitati. Vederla qui… mi aveva sconvolto la calma in un modo che non sapevo descrivere. Nel mio ufficio, dietro la scrivania, potevo anche permettermi di essere distratto. Qui, circondato da centinaia di persone che guardavano con deferenza la mia famiglia e me, dovevo restare vigile.

La gente osservava. Un piccolo errore poteva costarci. Molto. In fin dei conti, la politica aziendale proibiva qualsiasi tipo di relazione inappropriata tra dipendenti e, anche se ogni tanto infrangevo quelle regole, era facile farlo perché non veniva mai fuori.

Ma a un evento così pubblico, be’, se mi fossi avvicinato in qualunque modo alla mia assistente esecutiva, la gente se ne sarebbe accorta, e avrebbe cominciato a parlare.

Era questa la cosa buffa delle persone… capivano sempre tutto. L’avevo imparato interagendo con innumerevoli persone nel corso della mia carriera. Era stupido presumere che non sapessero leggere l’aria.

Sapevo che dovevo stare lontano da Alice Rhodes. Non volevo che la gente parlasse. Una relazione sessuale tra un’assistente esecutiva e il suo capo era… dolorosamente stereotipata. La gente avrebbe osservato. Avrebbe prestato attenzione.

Soprattutto perché tutti si aspettavano da me un annuncio di fidanzamento.

E poi lei aveva mandato quel selfie…

Il mio cazzo era ancora durissimo.

Tornai dalla mia famiglia e mia madre mi lanciò uno sguardo. Di mia madre c’era una cosa: era impossibile nasconderle qualcosa. Lei sapeva e basta. Mi leggeva come un libro, come nessun altro, così mi allontanai da lei e mi misi di fronte a Carl, il padre di Carmella, anche se l’ultimo posto al mondo in cui avrei voluto trovarmi era proprio questo.

Si aspettava che sposassi sua figlia perché me la scopavo.

Per me, lei era solo una fica calda.

Era l’unica cosa calda che avesse. Carmella Westenberg era la donna più fredda che avesse mai camminato sulla faccia della terra. Non le importava di nessuno se non di se stessa, e non avevamo niente in comune, a parte il fatto che mi lasciava scoparle il culo quando mi pareva.

Ma sposarla? No. Non avrei sposato nessuno. Sono cresciuto guardando i miei genitori litigare. Era una zona di guerra, casa nostra. Litigi su litigi. Entrambi si tradivano. Ogni scandalo veniva coperto da una storia perfetta. Un’illusione di pace, ricchezza e felicità.

Solo io e i miei fratelli sapevamo quanto casa nostra puzzasse di merda. E io non volevo quella vita per me.

«Dov’eri?» mi chiese Carmella all’orecchio, infilandomi il braccio sotto il mio. Il suo respiro sapeva di champagne. «Speravo di darti un bacio di Capodanno. Abbiamo perfino chiamato dei reporter per far scattare le foto del momento.»

Mi voltai verso di lei, la mascella serrata. «Ti ho detto che non volevo i paparazzi qui.»

«Mamma l’ha permesso.»

Odiavo il modo in cui chiamava mia madre “mamma”, come se fosse già parte della famiglia. Non lo era, e io non le avevo mai dato speranze. Le sue tattiche manipolatorie con me non funzionavano.

Lanciai un’occhiata a mia madre e la trovai a fissarmi con gli occhi ridotti a fessure. Volevo andarmene. Avevo bevuto un po’ troppo e mi sentivo frastornato per quello che era successo tra noi nel suo ufficio. Sentivo ancora il suo profumo addosso, dappertutto, e mi eccitava e mi irritava nella stessa identica misura.

Dio, quella bocca… baciava da paura. Non riuscivo a smettere di pensare a come quelle labbra carnose si sarebbero sentite intorno al mio cazzo. Era tutto ciò che vedevo nella mia testa. Quando mi era arrivato quel suo messaggio, ero saltato su come un idiota. Come un ragazzino, davvero. Ero così eccitato all’idea di scoparmela. Avevo pensato che il mio regalo di Natale fosse arrivato un po’ in ritardo, ma pazienza: me lo sarei preso lo stesso.

Non ero sicuro di cosa fosse successo stasera, ma una cosa la sapevo: non era affatto finita. Alice Rhodes stava giocando una partita pericolosa, e io ero incuriosito.

Se prima pensavo di aver bisogno di lei, non c’erano parole per descrivere la situazione adesso.

Carmella si fece insistente. Mi chiese: «Vieni da me dopo? C’è una festa, te lo ricordi?»

Non avevo alcuna intenzione di passare del tempo con i suoi amici tossici di coca. «No. Devo tornare a casa.»

Mi fissò con gli occhi spalancati. «Sul serio?»

«Quando mai non sono stato serio, Carmella?»

«Non hai letteralmente mai tempo da passare con me, e adesso che sono le feste preferisci startene a casa?»

Aveva bevuto un po’ troppo, quindi la sua voce era un po’ troppo alta. Stringo la presa sul suo braccio, come avvertimento, e le domando in modo brusco: «Che c’è, ti aspettavi una proposta? Tranquilla. Non succede stasera.»

La rabbia le era stampata in faccia, perfettamente truccata. Immaginavo che credesse davvero che le avrei chiesto di sposarmi, e per quello aveva chiamato i fotografi. Pensava che le foto dei paparazzi della settimana scorsa mi avrebbero influenzato?

Si sbagliava di grosso.

Carmella si allontanò in fretta da me, e suo padre guardò prima lei e poi me, avanti e indietro, prima di seguirla: la figlia che viziava fino a rovinarla. Mamma mi si avvicinò e mi chiese a bassa voce: «Che ti prende stasera?»

«Niente. Me ne vado.»

«Theodore, tuo fratello non è nemmeno arrivato. E tua sorella…»

Le baciai la guancia. «Staranno benissimo anche senza di me. Ci vediamo più tardi, oggi.»

Mi allontanai da lei, dirigendomi verso l’uscita. Ero frustrato. Avevo bevuto troppo. Avevo la testa un po’ pesante. E non avrei nemmeno menzionato che dovevo occuparmi della cazzo di erezione nei pantaloni, e stavolta avevo una foto su cui segarmi.

Una foto della perfetta, piccola fica di Alice Rhodes.

Stasera era scappata via da me, ma ormai sapevo che faceva tutto parte del suo gioco. Non importava. Avrei giocato secondo le sue regole. Avrei aspettato il momento giusto.

Però di una cosa ero certo.

Me la sarei scopata. L’avrei avuta tutta per me.

Anche se fosse stata l’ultima cosa che avrei fatto al mondo.

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