Non mi ha rapita. Non esattamente

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Capitolo 5 ~ La planimetria della finestra

{Punto di vista di Daisy}

«La donna che intendevamo rapire è la figlia della Viper… e lo sei anche tu.»

Per un momento, nessuno si mosse.

Nella stanza calò il silenzio; quel tipo di silenzio che si sente nei film drammatici, proprio prima che qualcuno faccia saltare qualcosa.

E poi scoppiai a ridere.

Non una risatina educata, ma una risata piena, vera, una “ma mi stai prendendo in giro?” detta a voce alta.

«Oh, questa è bella», dissi, asciugandomi l’occhio come se DeLuca avesse appena raccontato la migliore barzelletta del mondo. Il tempismo era stato perfetto.

«Davvero bella», rimarcai. «Rapite la ragazza sbagliata, la portate nella villa di un miliardario cattivo da film, e poi le dite che in segreto è la figlia di un boss della mala. Cioè… wow. Voi sì che vi impegnate nel tema, qui.»

Nessuno rise con me.

DeLuca rimase lì, a fissarmi con la stessa espressione indecifrabile che aveva da quando l’avevo visto, come se stesse giudicando perennemente l’intero pianeta.

Feci un gesto vago verso la stanza.

«Va bene, grande interpretazione, tutti quanti», dissi. «Molto drammatico. Ma io, in realtà, sono esausta e vorrei davvero tornare a casa adesso.»

Mi voltai verso la porta per andarmene, ma due uomini enormi mi si piazzarono davanti.

Mi fermai.

Li guardai. Poi guardai di nuovo DeLuca.

«Fanno parte della barzelletta anche loro?»

La voce di DeLuca era calma.

«Non sto scherzando.»

Qualcosa, nel modo in cui lo disse, fece sembrare la stanza più fredda all’istante.

«Tu sei la figlia di Roman Volkov», proseguì. «E tu non te ne vai.»

Lo fissai. Poi mi indicai.

«Io. La figlia di Roman Volkov?»

«Quel Roman Volkov? Il boss Roman Volkov? Il terrificante criminale del sottobosco di cui hai parlato?» incalzai, con la voce intrisa d’assurdità… perché non poteva essere serio. Non adesso.

È una follia idiota.

«Stai recitando bene, ma ti consiglio di smetterla», disse, adesso rigido.

Sospirai. «Senti, mio padre se n’è andato quando avevo cinque anni», dissi. «E per quel che ho capito da mia madre, non ha ammazzato nessuno e a malapena riusciva a montare i mobili dell’IKEA. Era solo infelice e codardo.» Lo spiegai, ma DeLuca non sembrò convinto.

«Il cognome di tua madre è risultato essere Volkov.»

Lo guardai torva. «Mia madre si chiama Bennett, come me.»

«Il suo nome è unito con un trattino. È Bennett-Volkov», spiegò, e io ribattei.

«Non dimostra assolutamente niente», dissi in fretta. «Volkov sarà un nome comunissimo in… ovunque vengano i signori del crimine.»

«Russia», intervenne Nico, premuroso, da qualche parte alle mie spalle.

«Grazie.» Mi voltai di nuovo verso DeLuca. «Potrebbe anche essere solo una coincidenza. Non sto dicendo che sia il nome di mia madre, ma potrebbe essere tutto una coincidenza.»

«Non lo è. È stato ottenuto da un database che autentica la legalità.»

«Ma—»

«Niente altre domande.» Fece qualche passo avanti, l’espressione più tesa. E d’un tratto il resto della stanza parve rimpicciolirsi attorno a lui.

«Prima», iniziò, in tono uniforme, «eri semplicemente una complicazione.»

Mi accigliai.

«Non mi piace come mi definisci.»

«Adesso», continuò, «sei utile.»

Oh. «Utile?» ripetei.

«Sì.»

Lasciai sfuggire una risata secca.

«Fammi capire», dissi. «Vengo rapita, trascinata dall’altra parte della città, portata in una villa piena di uomini arrabbiati in completi troppo stretti, solo per scoprire chiaramente che ero la persona sbagliata. E tu dici ancora che sono utile?»

L’espressione di DeLuca non cambiò. «Sì. Per me.»

Lo fissai.

«Sei fuori di testa.»

«Possibile», commentò con noncuranza, mentre i suoi uomini sembravano tesi, come se si aspettassero una reazione da parte sua.

Continuai, furiosa. «Non puoi decidere che la mia vita è finita perché hai letto qualcosa su un fascicolo!»

«Posso.»

Il modo in cui lo disse — calmo, certo — fece minacciare qualcosa nel mio petto di esplodere. Strinsi i pugni.

«Non hai alcuna autorità su di me!» scattai. «Non mi possiedi.»

Il suo sguardo si fece leggermente più tagliente.

«In questo momento», disse piano, «sei nel mio territorio. Circondata dai miei uomini. Dentro un mondo che non capisci.»

Fece una pausa.

«Qui non hai alcun potere.» E quelle parole caddero come una porta che si chiude sbattendo.

Sentii il calore salirmi al viso.

«Mi hai rapita con mezzi sleali!» dissi. «E adesso non venirmi a parlare di dinamiche di potere come se stessi tenendo un seminario motivazionale!»

DeLuca non reagì al mio tono. Disse soltanto le parole successive come se stesse parlando del tempo.

«Tuo padre ha ucciso mia madre.» E la stanza si immobilizzò.

Per la prima volta da quando era cominciato tutto questo incubo, non ebbi voglia di urlargli contro immediatamente.

La voce di DeLuca rimase ferma.

«Roman Volkov l’ha assassinata cinque anni fa.» E allora qualcosa gli cambiò negli occhi.

Non rabbia.

Qualcosa di più freddo.

«Perciò lo ucciderò», disse.

La gola mi si strinse senza chiedermi il permesso.

«Non m’importa quanto tempo ci vorrà. Non m’importa chi si metterà di mezzo.»

Il suo sguardo si inchiodò al mio.

«Non m’importa chi dovrà morire.» Aggrottò le sopracciglia, e l’implicazione mi colpì come un pugno.

Adesso ero tesa, e anche confusa, perché questo non aveva niente a che fare con me. Niente di niente. Alle mie spalle, Nico intervenne, unendo la sua voce alla conversazione.

«Quindi hai commesso un errore, ma alla fine non l’hai commesso davvero, visto che hai comunque finito per rapire la figlia di Volkov.»

Ci voltammo entrambi a guardarlo.

Valutò la situazione con aria pensierosa e aggiunse:

«È una sfortuna davvero impressionante.»

Non sapevo cosa rispondere, ma poi DeLuca riportò la mia attenzione su di sé.

«Tu resterai qui», disse, e io mi voltai.

Incrociai le braccia.

«No.»

«Sì.»

«Fai davvero sul serio con questa assurdità?»

«Sì.» disse lui, senza perdere il cipiglio.

Mi passai una mano sul viso, frustrata.

«È ridicolo. Qual è esattamente il piano? Dovrei cominciare a fare commissioni per la mafia adesso? Devo prendere appunti?»

«Rimarrai in questa casa», continuò DeLuca con calma. «Andrai dove ti dirò di andare e farai quello che ti dirò di fare.»

Lo fissai.

«Stai descrivendo una prigione.»

«Sto descrivendo una necessità.»

«Mi sembra più un problema d’immagine.»

DeLuca si voltò leggermente verso le guardie, ignorandomi.

«Portatela di sopra.»

Detto questo, due mani enormi mi si chiusero subito intorno alle braccia.

«Ehi—!»

Mi divincolai appena.

«Scusate! Non ho dato il consenso alla parte della serata che prevede di essere strattonata!»

Mi ignorarono.

Tipico.

Mentre mi trascinavano verso la scalinata, allungai il collo per fulminare Adrian con lo sguardo.

«Sei una persona orribile!»

Lui non rispose, e io ebbi voglia di urlare, ma era inutile.

**

La stanza in cui mi spinsero era... ridicola.

Un letto enorme. Finestre alte. Mobili che probabilmente costavano più di tutta la mia retta universitaria.

La porta si chiuse con uno schianto alle mie spalle.

Click.

Chiusa a chiave.

Rimasi lì ferma per un momento.

Poi esplosi.

«Non potete prendere la gente per strada e rinchiuderla in camere da letto carine!» urlai alla stanza vuota.

La stanza, sfortunatamente, non rispose.

Cominciai a camminare avanti e indietro.

«Avete rapito la ragazza sbagliata!» continuai. «Quello non è nemmeno mio padre! È un mafioso qualunque che avete deciso di appiopparmi!»

Ancora nessuna risposta.

Da pazzi.

Espirai lentamente.

Okay.

Va bene.

Se pensavano che me ne sarei rimasta seduta lì in silenzio come una pianta da appartamento decorativa, stavano per restare molto delusi.

Scrutai la stanza.

Porta.

Chiusa.

Pareti.

Impossibile arrampicarsi.

Poi vidi la finestra.

Mi avvicinai e scoprii che era aperta, così guardai giù e capii che era molto alta.

Mi sporsi leggermente. Se fossi stata fortunata, sarei sopravvissuta; se fossi stata sfortunata, mi sarei rotta entrambe le gambe.

Sempre meglio della prigione.

Il mio telefono vibrò mentre stavo facendo passare una gamba fuori, così mi fermai e lo tirai fuori.

Un messaggio di Lilian, la mia coinquilina.

“Dove sei?? Non sei ancora tornata e sono quasi mezzanotte!!”

Fissai lo schermo per un momento. Poi risposi.

“Al momento sono a metà fuori dalla finestra di una villa enorme da pazzi. Potrei morire. Ti aggiorno.”

Inviai il messaggio e mi rimisi il telefono in tasca. Poi feci passare anche l’altra gamba fuori dalla finestra.

Piano. Con cautela.

Scendere lungo un muro di pietra al buio era più difficile di quanto sembrasse nei film. Era un tentativo folle, soprattutto per una goffa come me, ma insistetti... ed ero più o meno a metà strada quando sentii dei passi.

Mi bloccai e guardai in basso.

Nico stava attraversando il cortile e si fermò, alzando lo sguardo, a quanto pare accorgendosi di me.

I nostri occhi si incontrarono e seguì una lunga pausa.

Poi alzai una mano.

«Ciao, Nico.»

Lui sbatté le palpebre una volta.

«Ciao.»

Sospirò, scosse lentamente la testa, poi riprese a camminare mentre usava il telefono.

Lo guardai andarsene.

Ah.

Un bravo ragazzo.

Ripresi a scendere.

**

[Punto di vista di DeLuca]

Ero in piedi sul balcone fuori dalla mia stanza quando apparve Nico.

Si appoggiò alla ringhiera con la solita aria disinvolta, ma nelle parole che pronunciò subito dopo non c’era proprio nulla di disinvolto.

«La ragazza Daisy sta tentando di scappare», disse, e io aggrottai la fronte, confuso.

«...Come?»

«Dalla finestra della camera degli ospiti.»

Lo fissai.

«L’hai vista?»

«Sì.»

«E non l’hai fermata?»

Nico scrollò le spalle.

«Mi ha salutato.»

Lo fissai.

Lui scrollò di nuovo le spalle.

«E io l’ho salutata in risposta.»

Per un momento non gli dissi nulla. Poi mi voltai e mi diressi verso il corridoio. Non aveva senso dirgli niente, a meno che non volessi irritarmi ancora di più.

Svoltai a sinistra e due guardie si raddrizzarono immediatamente.

«Perquisite i terreni», ordinai. «Trovatela subito.»

«Viva?»

Esitai per un istante.

«Sì», risposi rigidamente, rendendomi conto nello stesso momento che non potevo permettere che questa ragazza qualunque, ormai legata alla mia storia, morisse.

Non prima che abbia assolto al suo scopo.

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