Noi senza tempo

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Capitolo 1 L'ultimo viaggio verso casa

Chloe Frost ormai avrebbe dovuto essere già a metà strada verso Nathan.

Invece se ne stava fuori da una stazione Greyhound in una cittadina gelata del Minnesota, con i postumi della sbornia, furiosa con se stessa, a fissare due chiamate perse di suo marito, lo stesso uomo che l’aveva messa in guardia dal fare esattamente ciò che stava per fare.

Il martedì dopo il Martin Luther King Jr. Day era diventato di un freddo feroce. Ogni respiro usciva bianco e gelava sulle ciglia, sulle sopracciglia e sulla neve sporca incrostata lungo il marciapiede. Poco dopo le sei del mattino, la stazione era già piena di tutta la gente che era tornata a casa per il weekend lungo e che ora si faceva strada con le unghie per rientrare in città.

Chloe trascinò la valigia oltre le macchinette dei biglietti e guardò la fila. Sapeva già di essere spacciata.

La sera prima era uscita a bere con gli amici, aveva alzato troppo il gomito e si era addormentata, perdendo l’autobus che aveva prenotato. Tutti i biglietti successivi erano esauriti.

Perfetto.

Se Nathan fosse stato lì, avrebbe fatto quella sua faccia silenziosamente delusa. Non proprio arrabbiata. Peggio. Paziente. Come se le stesse concedendo lo spazio per ammettere da sola di aver fatto una stupidaggine colossale.

E siccome a quanto pare l’universo aveva deciso che aveva bisogno di una dimostrazione pratica di stupidità colossale, un uomo le si piazzò davanti.

Mentre lei stava lì, nel buio gelido.

«Chicago?» chiese. «Trenta dollari a posto.»

Chloe lo squadrò. Sulla trentina avanzata. Piumino. Faccia ordinaria. Né bello né inquietante, solo dimenticabile.

«Quando partite?»

«Appena il van si riempie.»

Fece un cenno con il mento verso il parcheggio.

Chloe esitò.

Ai tempi dell’università prendeva sempre questi passaggi non autorizzati per risparmiare. Ma da quando aveva iniziato a uscire con Nathan Archer, lui gliel’aveva proibito senza appello. Odiava l’idea che salisse sulla macchina di qualche sconosciuto insieme ad altra gente. Una volta l’aveva fatto lo stesso, per pagare meno, e lui le aveva fatto una ramanzina per giorni.

«Venticinque», disse in fretta l’autista, cogliendo l’espressione sul suo viso. «Te ne tolgo cinque.»

Chloe si morse il labbro.

Nathan si sarebbe infuriato, se lo avesse scoperto.

Ma le mancava così tanto che quasi le faceva male.

«Va bene», disse infine.

Se non glielo dico, non lo saprà.

Seguì l’autista fino a un vecchio Ford E-350 parcheggiato vicino al marciapiede. La fila centrale era già piena di passeggeri infagottati in cappotti pesanti. Chloe salì e prese il posto dietro al sedile del passeggero anteriore, quello che sceglieva sempre perché la faceva soffrire meno il mal d’auto.

Dallo specchietto retrovisore pendeva una cornice portafoto di cristallo. Dentro c’era la foto di un bambino dalle guance tonde e dagli occhi enormi, probabilmente il figlio dell’autista. Abbastanza carino da abbassare la guardia di chiunque.

Il riscaldamento era appena acceso. Il freddo la colpì nel momento stesso in cui la portiera si chiuse.

Chloe si strofinò le mani, poi tirò di nuovo fuori il telefono.

Ancora niente da Nathan.

Le sue due chiamate perse stavano in cima allo schermo come piccole prove di un crimine che, tecnicamente, non aveva ancora commesso.

Lo richiamò comunque.

Passarono diversi squilli.

Nessuna risposta.

Probabilmente era a lezione. O in laboratorio. O la stava ignorando perché qualche sesto senso da marito aveva già percepito il van non autorizzato.

Chloe fece una smorfia, aprì i messaggi e digitò in fretta:

«Tesoro, stasera dovrei essere a casa verso le quattro o le cinque. Che ne dici di Popeyes per cena? Io voglio il panino di pollo Cajun, quattro straccetti piccanti e una porzione grande di fagioli rossi e riso fritto. Ti amo! XOXO!»

Sorridendo, premette Invio.

Le bastava pensare a Nathan perché le si scaldassero le guance.

A volte le sembrava ancora un po’ irreale: che fosse davvero riuscita a sposarlo. All’università Nathan era quello brillante, il primo della classe, il ragazzo taciturno e bello che tutti notavano e che nessuno osava avvicinare fino in fondo. Eppure, alla fine, era diventato suo.

Dopo la laurea erano corsi dritti in Comune e si erano sposati senza nemmeno fare un matrimonio vero e proprio. Erano follemente innamorati, follemente impulsivi, e segretamente avevano paura che, aspettando troppo, la vita reale si mettesse in mezzo.

Se il progetto in laboratorio di Nathan non fosse stato in una fase critica, sarebbe tornato con lei a trovare i suoi.

Ieri sera, al telefono, le aveva raccomandato di rientrare presto.

Quella sola frase l’aveva resa stupidamente felice.

Le mancava.

Il furgone, finalmente, si allontanò dalla stazione.

Piano, il riscaldamento tossì un po’ di calore. Le dita intirizzite e le gambe irrigidite di Chloe ripresero sensibilità. Lei si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi.

L’idea di Popeyes ad aspettarla a casa le fece venire l’acquolina in bocca.

Nathan disapprovava sempre la sua voglia di fast food. Dopo il matrimonio aveva insistito perché cucinassero in casa come adulti responsabili. Il problema era che nessuno dei due sapeva davvero farlo.

All’inizio aveva lasciato cucinare lui, salvo scoprire che Nathan cucinava come un cardiologo ottantenne: niente burro, niente salse, a malapena un pizzico di sale. Due settimane del suo cibo triste e senza gioia furono sufficienti a rispedirla in cucina per sempre.

A volte, quando gli coglieva quel sorriso tenue e furbo all’angolo della bocca, sospettava che l’avesse fatto apposta.

Ma ogni volta che lo vedeva muovere con cura le sue dita lunghe sugli strumenti del laboratorio, o quegli occhi limpidi e innocenti dietro gli occhiali, il suo cuore si scioglieva di nuovo.

Che poteva farci?

Era il marito che si era andata a prendere da sola.

Poteva solo viziarlo.

Il furgone ondeggiava dolcemente lungo la strada. L’alcol della sera prima le rimaneva ancora in corpo e il tepore nell’abitacolo la rendeva assonnata.

In poco tempo, Chloe scivolò nel sonno.

Non si accorse che la batteria del telefono si stava scaricando.

Non sapeva che l’autista aveva lasciato l’autostrada e stava tagliando per strade secondarie isolate per evitare i pedaggi.

Quello che avrebbe dovuto essere un viaggio di otto ore si allungò a dieci, e non erano ancora nemmeno a metà.

Il furgone attraversò diversi tunnel nella foresta demaniale.

Uno di quelli era particolarmente lungo.

Troppo lungo.

Anche nel dormiveglia, Chloe lo sentiva: quella stranezza trascinata, quel qualcosa di sbagliato. Le luci a soffitto sfarfallavano senza sosta, lampeggiando attraverso le palpebre in impulsi bianchi spezzati. Le linee dipinte sulle pareti e sull’asfalto si confondevano e si torcevano, deformandosi in qualcosa di storto e irreale.

Poi arrivò il suono.

Un urlo stridulo e violento di metallo che raschia, attraversato dallo scoppiettare di una scarica statica.

Chloe sobbalzò, svegliandosi di colpo.

E nell’istante successivo, il mondo fuori dal furgone parve squarciarsi.

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