Lo Sposo Sostituto del Boss della Mafia

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Capitolo 4

Il punto di vista di Donatello

Rilassato in una sala VIP privata del mio locale, osservavo la spogliarellista sotto la luce rossa, mentre danzava attorno al palo con movimenti morbidi e seducenti. Sosteneva il mio sguardo con occhi adescanti, riuscendo a tenersi la mia attenzione anche quando i pensieri mi scivolavano altrove.

Mi sarei sposato all’alba e il solo pensiero mi incurvò le labbra in un sorriso.

No, sposarmi non mi eccitava. Trovavo soltanto l’idea terribilmente divertente.

Non avevo bisogno di una moglie. Ma l’impero Moranno aveva bisogno di un erede. E chi meglio della figlia di Sergio LaRosa, che aveva contatti estesi ben oltre le coste dell’America?

Tornai all’istante presente quando la spogliarellista lasciò il palo, dondolando i fianchi mentre si avvicinava lentamente a me.

Osservandola con cautela, strinsi la presa sull’impugnatura della pistola e posai il dito sul grilletto.

Di solito quelle ragazze venivano controllate prima di avere l’occasione di esibirsi per me, eppure non si poteva mai essere troppo prudenti.

Socchiusi gli occhi mentre la bionda cominciava a liberarsi dei pochi vestiti che aveva addosso, sfilando con cura ogni lembo di tessuto finché non rimase nuda davanti a me.

Niente male, pensai, lasciando indugiare lo sguardo sul seno, su cui si vedevano fin troppo chiaramente i segni di un ritocchino fatto da un medico.

Portava tacchi ridicolmente alti, eppure scese in ginocchio con una fluidità sorprendente, senza inciampare, e io la lasciai fare.

Muovendosi piano a ritmo della musica in sottofondo, allungò le mani verso la mia cintura e cominciò a slacciarla.

Solo allora allentai la presa sulla pistola, allargai di più le gambe e le concessi maggiore accesso.

Sentire le sue mani muoversi all’altezza del cavallo mi fece indurire, e quando la sua presa trovò il mio cazzo lei sorrise, trionfante.

Dovevo reagire. Sarebbe stata una figuraccia se non l’avessi fatto.

Mi avvolse il cazzo con la mano e, lentamente, lo prese nella bocca calda, strappandomi un gemito dalla gola.

Succhiò e leccò, facendomi scorrere la lingua lungo l’asta, dalla base alla punta.

Gemetti di nuovo, più basso, afferrandole una manciata di capelli mentre iniziava a muovere la testa su e giù, prendendomi tutto d’un colpo.

Gettai la testa all’indietro, stordito dal piacere e chiedendomi se la moglie che avrei sposato il giorno dopo fosse così brava.

Non volevo una vergine. Volevo qualcuno con esperienza, capace di soddisfare i miei desideri più sfrenati.

«Mmm», mugolai, sentendo la punta del cazzo urtarle il fondo della gola.

All’improvviso si fermò e i miei occhi si spalancarono. Sollevai il capo e la vidi mettersi sopra di me, a cavalcioni, mentre mi spingeva il seno in faccia.

Non ero il tipo d’uomo a cui piacesse essere dominato, nemmeno in situazioni del genere. E quella posizione aveva anche un’aria fin troppo intima.

Così la respinsi lentamente e lei scese, con la confusione a velarle l’espressione. Prima che potesse chiedermi qualsiasi cosa, la piegai in avanti e, senza preavviso, affondai dentro la sua fica bagnata.

«Ohh», gemette forte, inarcando la schiena mentre io aspettavo, lasciandole il tempo di abituarsi alle mie dimensioni.

Quando cominciò a muovere il culo capii che era pronta, così iniziai a muovere anch’io i fianchi, spingendomi dentro di lei mentre urlava di piacere.

Stringevo con entrambe le mani i lati dei suoi fianchi, affondando più in fretta, più a fondo, sentendo le pareti della sua fica bagnata serrarsi intorno al mio cazzo.

Gemetti ancora e, proprio in quell’istante, il telefono squillò, distraendomi per un secondo.

Guardai lo schermo per vedere chi fosse: Marco, il mio braccio destro. Non mi avrebbe chiamato in una notte come quella, a meno che non fosse qualcosa di davvero importante.

Accelerai le spinte e, quando ebbi finito, uscii dalla stanza.

«Dalle cinquanta mila dollari», dissi a uno degli uomini di guardia all’ingresso, poi richiamai Marco.

«Che c’è?» chiesi non appena rispose.

«Don, abbiamo appena beccato il direttore dell’hotel mentre cercava di far uscire dal club una bottiglia di tequila d’annata, di alta gamma», riferì.

Chiusi gli occhi, sospirando a fondo. «Portatelo nell’altra stanza», ordinai, e riattaccai.

Mi avviai lì, tagliando attraverso il locale invece di prendere il passaggio sul retro. Spingendo la porta davanti a me, uscii sulla balconata che dominava la sala principale.

La musica martellava forte e le luci al neon lampeggiavano di colori vivi, illuminando la folla sotto di me mentre ondeggiava al ritmo.

Il posto era pieno, e non potei fare a meno di sogghignare; gli affari andavano a gonfie vele.

Quando finalmente raggiunsi l’altra stanza, una sezione separata dell’edificio pensata per occuparsi del personale del club che osava mettersi contro di me, infilai le mani in tasca.

Avvicinandomi al centro, notai il direttore in ginocchio, con schizzi di sangue sul pavimento davanti a lui.

Aveva il capo chino e, quando mi fermai davanti a lui, sollevò lentamente lo sguardo; gli occhi gli si spalancarono per l’orrore non appena incrociarono i miei.

Tremando, tentò di parlare. Ma prima che riuscisse a tirar fuori una parola, Marco gli assestò una ginocchiata violenta in bocca, e l’uomo crollò, con il sangue che gli schizzò dalle labbra.

«Ti prego, Don», supplicò, ansimando per respirare.

Feci un cenno agli uomini, e loro rialzarono il direttore rimettendolo in ginocchio.

«Quanto vale la bottiglia che ha provato a rubare?» chiesi a Marco, senza staccare gli occhi dall’uomo.

«Mille dollari, Don», rispose Marco.

Considerato che avevo appena dato con generosità a quella spogliarellista cinquanta volte tanto, avrei potuto lasciarlo andare senza problemi.

Ma no. Non l’avrei fatto.

Odiavo la gente che credeva di potermi rubare qualcosa e farla franca. Tutti lo sapevano.

«Dov’è la bottiglia?» domandai, e Marco me la porse subito.

«No, dalla a lui», dissi con calma. «Il direttore vuole bere tequila d’annata, quindi diamogliela.»

L’uomo già scuoteva la testa. Lacrime e moccio si mescolavano al sangue sul suo viso mentre implorava, ma io non ero tipo da concedere misericordia.

Marco stappò la bottiglia e la appoggiò sulle labbra spaccate del direttore.

«Bevi», gli dissi, ma lui scosse di nuovo la testa. Non poteva parlare perché Marco gli premeva il collo della bottiglia contro la bocca.

«Ho detto, bevi!» ringhiai, e lui, riluttante, aprì la bocca, mandando giù a grandi sorsi la tequila mentre le lacrime gli rigavano il volto.

BAM!

Gli sparai in testa, e crollò sul pavimento, senza vita, con la tequila che gli colava dalla bocca.

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