Lo Sposo Sostituto del Boss della Mafia

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Capitolo 1

Il punto di vista di Liam

Da anni fuggivo dai segreti della mia famiglia, ma bastò una telefonata per riportarmi esattamente nel posto da cui cercavo di scappare.

«Liam, devi tornare a casa.» La voce di mia madre arrivò dall’altro capo della linea. «Miranda si sposa questo fine settimana e… e credo che tu debba essere qui.»

«Sposa?»

Non capivo perché a nessuno fosse venuto in mente di dirmi che mia sorella gemella stava per sposarsi, fino a quel momento.

Sentivo Miranda quasi ogni giorno al telefono, eppure non aveva mai accennato a nulla.

Chiusa la telefonata con mamma, chiamai Miranda e lei me lo confermò. Stava per diventare una moglie.

Senza chiedere spiegazioni, feci la valigia e presi il primo volo per tornare a casa. E quando l’aereo toccò finalmente terra al JFK Airport, sentii un groviglio di emozioni vorticarmi nel petto.

Ero felice di rivedere mia sorella e la famiglia, ma avevo anche l’ansia di dover affrontare la vita da cui ero scappato.

Appena sceso dall’aereo, riconobbi un volto familiare: Vinnie, l’autista di mia madre, con un cartello in mano con il mio nome. Era un uomo allampanato, con una barba incolta e un broncio perenne. Eppure, nonostante quell’aria inavvicinabile, aveva un debole per me e per Miranda.

«Liam! Guardati,» sorrise mentre mi prendeva la borsa. «Bentornato in America.»

Annuii, sentendomi un po’ più tranquillo mentre seguivo Vinnie verso l’auto in attesa. Un SUV nero, vetri oscurati, e sul fianco il logo della mia famiglia — una “L” stilizzata — esibito con orgoglio.

Attraversando la città, fissai fuori dal finestrino, guardando tutto scorrere e confondersi. Erano passati solo cinque anni da quando me n’ero andato, ma sembrava che qui fosse cambiato molto più di quanto avrei immaginato.

New York City adesso mi appariva insieme estranea e minacciosa.

Vinnie provò a fare conversazione durante il tragitto, chiedendomi come stessi e com’era stata la vita nel Regno Unito. Be’, che cosa avrei potuto dire? Avevo vissuto la vita dei miei sogni.

«Ti sei pure preso l’accento,» commentò Vinnie, imitando un accento finto, e io scoppiai a ridere, grato per quanto si stesse impegnando a farmi rilassare.

Quando imboccammo il vialetto della nostra tenuta, inspirai a fondo vedendo gli uomini in completi scuri e occhiali da sole, fermi all’ingresso con le armi in mano.

Sbuffai rumorosamente mentre Vinnie fermava l’auto perché uno degli uomini potesse controllarla.

«Questa vita ti dà fastidio, vero?» mi chiese abbassando il finestrino, e uno degli uomini in giacca infilò la testa dentro, gli occhi che setacciavano l’abitacolo.

Lo sguardo gli cadde su di me, sul sedile posteriore, e si limitò a riconoscermi. «Bentornato, signore,» disse, poi fece un passo indietro.

«Fatela passare!» gridò, e i cancelli della villa LaRosa si aprirono.

«Lo sai che tutto questo è per proteggere la famiglia,» cercò di farmi ragionare Vinnie. «Far parte di una famiglia mafiosa ti rende automaticamente un bersaglio nel mondo della malavita. Ci sarà sempre qualcuno pronto a cercare di buttarci giù, per prendersi potere e controllo.»

Annuii, cercando di capire. Quella era la vita che mio padre voleva che ereditassi, ma io non la volevo davvero. «Mi sono abituato a una vita più… normale», borbottai, ma la testa di Vinnie scattò su e mi fissò nello specchietto retrovisore.

«Normale?» ridacchiò. «Sei un LaRosa. L’erede, per giunta. Dovresti saperlo che la normalità non è esattamente nel nostro DNA.»

Sorrisi di traverso. Aveva ragione, ovviamente. Gli affari della mia famiglia erano tutt’altro che puliti, e la nostra ricchezza si reggeva su potere, fedeltà e, a volte, spargimenti di sangue.

Quando arrivammo all’ingresso, un brivido mi corse lungo la schiena mentre alzavo lo sguardo verso il grande edificio bianco.

«È bello essere a casa», mi dissi, prima di scendere dall’auto.

Feci il primo passo verso l’entrata e la porta esplose spalancandosi, quasi facendomi sobbalzare.

Uscirono due uomini in abiti scuri; uno aveva una pistola, e stava chiaramente accompagnando fuori l’altro. Entrambi si voltarono a lanciarmi un’occhiata e, mentre cercavo di sfuggire ai loro sguardi, i miei occhi caddero sulla valigetta che il secondo uomo stringeva in mano.

Potevo immaginare cosa ci fosse dentro.

Contanti.

Mazzette e mazzette.

Distolsi lo sguardo e andai avanti, accogliendo me stesso di nuovo in un mondo di crimine e sangue.

Quando spinsi le porte ed entrai, mi investì la voce stridula di una donna che urlava al telefono. «Il matrimonio è domani! Perché diavolo l’abito della sposa non è ancora stato consegnato?»

Immaginai fosse l’organizzatrice dell’evento e, prima ancora che potessi salutare, sentii una voce familiare chiamarmi.

«Figlio?»

Alzai gli occhi e vidi mia madre, ferma in un angolo; quando capì che ero io, si aprì in un sorriso.

Le corsi incontro e lei mi tirò a sé in un abbraccio stretto.

Rimasi così per un po’, respirando il suo odore familiare, un miscuglio del suo profumo e di quel sentore materno che non sapevo definire. Era un aroma che mi consolava all’istante, facendomi sentire al sicuro e a casa.

Stringendola forte, sentii un nodo salirmi in gola. Mi era mancata da morire.

Si scostò appena, mi guardò in viso. Sorrise, gli occhi lucidi di lacrime, mentre mi prendeva il volto tra le mani.

«Grazie di essere venuto», sussurrò, accarezzandomi i capelli. «Sono felice che tu abbia deciso di non mancare.»

«Il matrimonio di mia sorella? No, dovevo venire», risi.

«Vai a vederla», mi incoraggiò mamma con una lieve spinta. «Non sa che sei qui.»

Mi avviai verso la stanza di mia sorella gemella e mi sorprese che i preparativi non arrivassero fin lì, in quella parte della casa.

Mi aspettavo truccatrici, parrucchiere e perfino l’organizzatrice dell’evento nella camera di Miranda, invece il corridoio che portava da lei era deserto.

Forse ha chiesto un po’ di privacy, pensai.

Se c’era un’abitudine che mia sorella non aveva mai perso, era chiudersi in camera per ore. A dire il vero, crescere in una casa come questa bastava a farti alzare muri contro tutto.

Mi avvicinai alla sua porta, alzai la mano per bussare, ma mi bloccai quando sentii un suono fin troppo familiare.

Mi chinai, quasi appoggiando l’orecchio al legno per esserne certo, e lo sentii chiaramente.

Gemiti.

Mia sorella si stava scopando qualcuno il giorno prima del suo matrimonio?

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