Capitolo 4 Capitolo 4: Terribile menzogna
Verbena
«Parla, ragazza» pretese il principe.
«Che cosa intendi quando dici che la persona responsabile è qui?» chiese la guerriera dai capelli corti.
Tremavo; era peggio di quanto avessi immaginato. Dopo cinque anni di addestramento a vivere in uno stato di allerta costante e a prepararmi all’avversità, la mia mente vedeva minacce ovunque. Era come una campana che rintoccasse senza sosta, a avvertirmi che il pericolo era vicino. Fuoco, gelo, lupi, la corrente di un fiume: poteva essere qualsiasi cosa. Il principe era crudele; era il mio boia. Mi aveva lasciata, abbandonandomi al mio destino. Ma questa Gabriella Bloom... loro sapevano... ne ero certa.
Tutti, lì dentro, erano uguali: elfi che appoggiavano quelle atrocità. Barcollai all’indietro; le gambe molli mi costrinsero ad appoggiarmi al muro.
«Voglio solo aiutare e capire» disse lei, sollevando una mano verso di me. «Sono Briar, protettrice di Sua Maestà» spiegò. E allora capii. Si aggrappavano ancora all’idea che i miei aggressori fossero stati altri. Oppure stavano cercando di farmelo credere?
«Sire, voi—» cominciai, ma la fae dai capelli rossi mi interruppe.
«Mio principe, è chiaro che l’umana non è in sé» disse.
«Lasciala parlare. È per questo che è venuta qui» ribatté l’altro uomo.
«Che cosa intendi, Gabriella? Sai qualcosa che io non so?» chiese il principe.
«È una ragazza disturbata. Non è evidente? Guardatela!» Mi indicò. Il cuore mi martellava in petto come un animale in trappola, pronto a colpire. «Sta male. Dovrebbe stare in un posto dove possano occuparsi dei suoi problemi di salute mentale. Non qui, accanto a Sua Maestà. Potrebbe essere pericolosa.»
«Mi riesce difficile credere che una giovane umana possa essere pericolosa» insistette il principe.
«Mio principe, ricordate ciò che è accaduto nella casa della mia famiglia? Com’è possibile che ancora non sappiamo che cosa sia successo agli altri? Lei è stata l’unica sopravvissuta. Dovete essere prudente. Briar, dovete proteggerlo!» incalzò la rossa. La guerriera si irrigidì visibilmente. Adesso discutevano se fossi o no una minaccia. Perfino Moss si mise in mezzo.
Non ce la facevo più. Davvero pensavano che fossi capace di far loro del male? Che fossi pazza? Pericolosa? All’improvviso urlai, e calò il silenzio. Poi le parole mi colarono dalle labbra come acido.
«Mi avete abbandonata, mi avete lasciata sola, esposta ai pericoli del mondo.» Tutti gli sguardi scattarono su di me. Gli occhi azzurri del principe si erano spalancati, ora, per lo shock.
«Miss…» disse Briar. Io avanzai, scossa dai brividi, trascinando un piede sul pavimento.
«Siete voi quello che mi ha fatto del male. Mi avete condannata a un matrimonio ed eravate più che felice di lasciarmi morire.» Il volto del principe si indurì, diventando una maschera di irritazione. La sorpresa cedette il posto alla furia.
«Come osi dire simili cose?» ruggì. «Ti ho mandata via perché potessi raggiungere la maggiore età!» urlò, facendosi più vicino.
«In cinque anni non vi siete mai informato su di me né mi avete cercata. Non vi importava dove fossi, nemmeno per via di quella stupida profezia» dissi. Perfino la fae dai capelli corti si alzò in piedi. Dal principe emanava un’aura che pareva gravare su tutti nella stanza. Eppure io continuai, tremando di rabbia.
«Non sapete di che cosa state parlando…»
«Sembra che l’umana abbia parecchio da dire» tagliò corto Gabriella, sporgendosi da dietro il principe. «Perché non spieghi perché hai bruciato la casa della mia famiglia? Che cosa è successo ai lavoranti?» La domanda mi tolse il fiato.
«Che cosa…?»
«Non vedi che quest’umana non sta bene? Dove sono le persone che lavoravano alla tenuta Bloom? Le domestiche, i giardinieri, gli stallieri e i cavalli? Che cosa hai fatto? Con chi ti sei alleata per spazzarli via tutti? Perché la tua vita è stata risparmiata?»
La mente mi si svuotò. Non poteva succedere davvero. Il principe mi fissava con attenzione, come tutti gli altri.
«Non c’era nessuno. Sono arrivata da sola. I soldati che mi hanno presa—»
«I soldati che ti hanno presa dicono di averti lasciata con la servitù,» tagliò corto il principe, guardandomi come se fossi una bugiarda.
Non riuscivo a crederci. Feci scorrere le dita sulla collana al mio polso, la collana di Tori, il mio unico conforto. Cinque anni di sofferenza, abusi e fame liquidati in pochi minuti, come se non fossero mai esistiti. Ingoiai le lacrime e strinsi i pugni.
«Io… io non…» mormorai.
«Lo vede, mio principe? Io la definirei pura… follia,» dichiarò Gabriella. Gli altri mi fissavano come se fossi una creatura strana.
«Basta bugie, Verbena. Di’ la verità,» scattò il principe.
Lo guardai, inorridita. Davvero non mi credevano.
«Non c’era niente, la casa era abbandonata. Mi hanno lasciata sola… la casa ha preso fuoco… non so come,» sussurrai.
«E dov’è la prova, umana?» incalzò lei.
Non avevo nulla da dire. Era la sua parola contro la mia. Come potevo spiegare quegli anni d’orrore? La fame? La morte di Tori?
«Non avrebbe potuto farlo da sola,» disse piano Briar.
«Ci serve un’indagine, Gabriella. Immagino che tuo padre condurrà un’inchiesta approfondita. Voglio delle risposte,» disse il principe, inchiodandola con uno sguardo severo.
«Naturalmente, mio principe. Avrà presto un rapporto preciso sulla sua scrivania,» rispose lei con un sorriso, lanciandomi uno sguardo colmo di puro disprezzo.
«E tu,» disse lui, puntandomi il dito addosso. «Non è finita.»
Mi afferrò per il braccio e mi trascinò via. La presa fredda sulla pelle era sbagliata e, più mi divincolavo, peggio diventava.
Il principe mi lasciò in un corridoio, con Moss e Briar di guardia, immobili e quasi senza fiatare. Briar si avvicinò e mi bisbigliò, recitando la parte benevola come se volesse davvero aiutarmi. Sapevo che era tutta una messinscena.
«È meglio se dici la verità,» mi esortò. «Altrimenti per te sarà peggio. Sua Maestà ha i suoi modi per far parlare la gente.» Deglutii a fatica. «Il principe è duro, ma è leale. Protegge i suoi.»
Voci alterate rimbombavano in lontananza. Il principe stava discutendo, e si sentiva soltanto la sua voce. Non sapevo chi stesse rimproverando, ma ero felice di non essere al loro posto. Ne avevo già sopportate abbastanza.
«Per quante volte lo ripeta, io non sono mai stata davvero sua. Non abbandoni i tuoi,» ribattei.
Lei mi guardò con aria preoccupata. Quando lui tornò, fu come una tempesta. La veste scura brillò mentre avanzava a passo deciso, ogni movimento calcolato.
«Portatela via,» ordinò.
Temetti il peggio. Le segrete? Dicono che gli elfi lascino marcire lì i loro nemici. Mi figurai un luogo buio pieno di corpi in decomposizione, una tomba viva. O un processo? O di nuovo l’esilio. Forse quello sarebbe stato meglio. Era evidente che credevano in arrivo una minaccia più grande e che io avessi aiutato i loro nemici. Non mi avrebbero lasciata andare. Mi avrebbero torturata finché non avessi dato loro delle risposte.
Ma non avrei mai immaginato l’ordine del principe.
«Nei miei appartamenti privati,»
