Capitolo 3 Capitolo 3: Il principe spietato
Verbena
«Non toccatela!» urlò il principe. Era sceso da cavallo per raggiungermi nella carrozza e cercare di calmarmi. «Adesso sei al sicuro, Verbena», disse. Il suo tocco era freddo e lieve.
«Sire...» riuscii a dire, alla fine. Sentire la mia voce parve dargli equilibrio. «Lasciatemi andare...»
La sua espressione scivolò dalla preoccupazione ostentata all’irritazione.
«Mi appartieni. Non ti allontanerai da me.» Mi fissò con furia e serrò la presa finché un dolore acuto mi attraversò i polsi. Gridai, e lui abbassò lo sguardo sulle mie mani, inorridito.
«Sei ferita», ansimò, seguendo con la punta delle dita, tremanti, le innumerevoli abrasioni.
«Del mio dolore non vi importa.»
Mi guardò come se non potesse crederci, poi infilò la mano nel cappotto e tirò fuori una sostanza. Me la premette nei palmi. Il dolore divenne insopportabile.
«Verbena!» La vista mi si offuscò mentre il dolore mi squarciava come un fulmine. «Briar!» urlò.
Una mano gentile mi coprì gli occhi, e scivolai in un sonno profondo.
Quando mi svegliai, ero distesa su una barella morbida. Il soffitto sopra di me era di pietra grigia.
Ero tornata al castello.
Ora ero una preda. Ero sempre stata una preda: per la mia famiglia, per la foresta e le sue crudeltà, per la stessa sopravvivenza. E adesso, per lui. Il benefattore delle mie miserie.
«È ferita, e dove non ci sono ferite ci sono cicatrici. Ossa rotte che si sono saldate male. È denutrita e disidratata. E quella pozione non è fatta per gli esseri umani. Francamente, è un miracolo che una storpia sia sopravvissuta a tutto questo», disse una voce maschile da un’altra stanza.
«Misurate le parole, guaritore», ringhiò il principe.
«Perdonatemi, mio signore, ma è indebolita oltre ogni caso che io abbia visto. Non so che cosa sia successo, ma non si è preso cura di lei.»
«Che cosa potete fare per rimetterla in piedi in fretta? Mi serve», scattò il principe, come se niente contasse al di là dei propri bisogni.
Certo. La profezia...
«Mio signore, lei...»
«Non avete sentito il principe?» sibilò un’altra voce maschile.
«Non c’è altro che si possa fare...»
«Moss, calmati», intervenne una voce femminile. «Il guaritore ha ragione. È in pezzi. Se è sopravvissuta da sola nella foresta così a lungo, allora dev’essere più forte di quanto sembri. La natura non ha pietà per i deboli.»
«Smettetela di chiamarla umana o debole», abbaiò il principe. «È mia moglie.» Calò il silenzio.
Sua moglie. La sua proprietà.
Quando mi alzai, mi appoggiai al muro e feci un passo avanti. Sarebbe stato facile non farmi notare. Era sempre stata la mia vita. Ma non questa volta... non lì.
«Dove credi di andare?» ringhiò il principe.
Si era mosso con una rapidità impossibile. La sua mano rimase sospesa nell’aria come se volesse toccarmi, poi si arrestò a metà, come se stesse decidendo che non ne valeva la pena.
«Lasciatemi andare...»
«Mai. Non. Dirlo. Più.»
«O altrimenti... Sire?» osai chiedere. Non ero forte né ribelle. Ero sfinita, e ancora in lutto per tutto ciò che avevo perso e per tutto ciò che non avevo mai avuto. Udii dei sussulti alle sue spalle.
«Che cosa hai detto?» I suoi occhi azzurri erano di ghiaccio, ormai.
«Che cosa mi farete? Mi manderete via? Mi lascerete in pace? Mi farete del male...?» Sembrò sconvolto.
«Non ti farò mai del male. Non lascerai questo castello. Ficcatelo bene in testa.»
Era enorme e mi trascinò con sé. Pensai che intendesse torturarmi, invece mi spinse dentro un’ampia, lussuosa sala da bagno, dove attendevano diverse cameriere. Mi tolsero i vestiti e cercarono di sfilarmi il bracciale intrecciato dal polso. Urlai come una forsennata.
«Lasciatela!» ordinò il principe. «Disturbatela il meno possibile. Lavatela e rendetela presentabile.» Lo pretese e rimase lì, a indugiare, mentre mi spogliavano. Quando fui in piedi con addosso soltanto la biancheria sudicia, finalmente si voltò, dopo avermi lanciato un’occhiata lunga. Sembrava turbato.
Le donne mi guardarono con disgusto, eppure mi calarono nell’acqua tiepida profumata di fiori. Mi strofinarono le braccia e le gambe, mi tirarono i capelli.
Rimasi seduta in silenzio. Non avevo più lacrime da piangere.
«Che disastro.»
«Quanto sono sporchi gli umani!»
Mi vestirono e mi rimisero in ordine come una bambola. Ciocche di capelli caddero sul pavimento. Mi rifiutai di guardarmi allo specchio. A piedi nudi mi condussero in uno studio dove il principe aspettava.
Era accanto a una bellissima donna dai capelli biondi corti, vestita come una guerriera. Dall’altro lato stava un uomo dalla pelle dorata e dai capelli ben curati. Tutti e tre sembravano statue: alti, impeccabili, freddi, immobili.
«Che cosa le è successo ai capelli?» ringhiò il principe alla cameriera.
«Abbiamo salvato quello che potevamo, Sire. Erano terribilmente infeltriti.»
Mi osservò, scontento, studiandomi; mi passò in rassegna il viso e i piedi come se fossi un vaso incrinato. Le nocche gli erano diventate bianche, tanto stringeva la sedia.
«Verbena, vogliamo sapere cos’è successo.»
Non dissi nulla.
«Come sei finita nella foresta? La casa è bruciata ed è chiaramente abbandonata. Cos’è successo alle persone che erano con te? Vi hanno attaccati?»
«Puoi dircelo, signorina? Aiutaci a capire,» chiese la donna con dolcezza. «Dobbiamo sapere se è stato un complotto di un nemico contro il principe o un incidente.»
«Sembravi una selvaggia, ferita, come se vivessi di avanzi da cinque anni,» disse lui.
Cinque anni.
Cinque anni in cui a nessuno è importato dove fossi o che fine avessi fatto.
Cinque anni cancellati dal mondo. Quello fece più male di qualsiasi colpo.
«Secondo me non ci sta proprio con la testa,» borbottò l’altro uomo. Il principe gli scoccò un’occhiata tagliente.
«Il principe ha molti nemici. Hanno lasciato un messaggio? Vogliamo prendere i responsabili,» insistette la donna.
Pensavano davvero che fossi stupida? Solo perché ero umana, spezzata, indesiderata, dimenticata, credevano di potermi trattare da sciocca?
La mia famiglia mi aveva consegnata a un principe senza pietà. Mi aveva abbandonata, lasciata sola. La casa era bruciata, e io non avevo cibo né riparo. Avevo attraversato inverni infiniti ed estati soffocanti. Avevo combattuto contro i lupi, la fame e la miseria.
Tori era morto per salvarmi. Era stato l’unico a cui fosse mai importato.
Volevo restare in silenzio. Avrei dovuto.
Invece dissi, scandendo bene: «Il responsabile è qui. È proprio davanti a me.»
Me ne pentii all’istante. Il principe parve sul punto di esplodere quando, alle sue spalle, si levò una voce femminile.
«Mio principe, avete trovato l’umana...»
La donna che entrò sembrava una fata uscita da una storia: capelli ramati, lisci, e addosso vesti d’argento raffinatissime. Si fermò accanto al principe, gli infilò il braccio nel suo e lo placò con un’intimità che non lasciava dubbi sul loro legame.
Non c’era da stupirsi che non fosse mai venuto a cercarmi.
«Gabriella...» mormorò il principe.
«Lady Bloom,» lo corresse con calma l’elfa dai capelli corti. «Al principe non piace il termine “umana”. Lei è la moglie di Sua Grazia.»
La donna sorrise come se fosse una battuta e mi guardò con disprezzo.
Bloom... quel cognome mi risuona nella testa.
La famiglia Bloom.
La famiglia che avrebbe dovuto proteggermi.
E invece... hanno cercato di uccidermi.
