Legata al Principe Elfico Spietato

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Capitolo 2 Capitolo 2: La moglie abbandonata

Nel giro di poche settimane, le ultime provviste scomparvero. Mi ci vollero giorni per imparare ad accendere un fuoco. Le ossa mi dolevano, gelate da dentro. Ogni volta che udivo un rumore, pensavo potesse essere una carrozza, che qualcuno stesse arrivando.

Ma non arrivò mai nessuno.

Vagavo ai margini del bosco, osservando la frutta di cui si nutrivano gli uccelli. La fame e il freddo mi consumavano. Credevo che la solitudine mi avrebbe travolta, e invece no.

Ero sempre stata sola. Ero sempre stata circondata da persone che non mi vedevano e a cui non importava se stessi bene. Persone che non sapevano niente di me e non volevano saperlo.

Eppure, quello era un altro livello di abbandono.

Le unghie si spezzavano, e le dita mi sanguinavano per la legna che spaccavo e per le mani che affondavo nella terra nel tentativo di far crescere qualcosa.

Da figlia di un uomo rispettato del villaggio, avevo imparato a suonare il pianoforte, a vestirmi e a restare in silenzio. Competenze che adesso non servivano a nulla.

Una notte sentii odore di fumo. Quando scesi, capii che la casa stava andando a fuoco. Ma come? Ero certa di avere spento il fuoco. Il tetto cominciò a cedere e pensai che sarei morta, quando udii un latrato e sentii dei denti tirare l’orlo del mio vestito.

«Tori!» gridai, con le lacrime che mi scendevano dagli occhi.

Il mio cane mi aiutò a uscire; era l’unico essere che mi amasse. Era magro, come se mi avesse cercata per tutto quel tempo. Restammo lì a guardare la casa bruciare finché non crollò, ridotta in rovine.

Era tornato da me. Portava ancora il collare che gli avevo intrecciato.

La pietra restava, ma tutto il resto era stato distrutto. Raccolsi quel poco che possedevo e mi misi in cammino per cercare un altro posto dove vivere.

«Potremmo vivere nel bosco.» Tori guardò verso la linea degli alberi con paura. «Oppure potremmo continuare a camminare. Finché sono con te, andrà tutto bene» sussurrai, accarezzandolo.

Per giorni sopportammo il freddo e il vento ascoltando i lupi ululare, pregando che non ci attaccassero. Le dita mi si intorpidirono dal gelo e, quando Tori riusciva a cacciare qualcosa, dividevamo un pasto caldo. Dividevamo tutto.

«Mi mancano l’acqua pulita, il mio letto, il mio pianoforte...» mormorai mentre si raggomitolava contro di me, i nostri corpi premuti l’uno all’altro per scaldarsi.

Trovammo una piccola capanna. Aveva un tetto, qualche vestito da uomo e un camino. Mi sentii ricca. Mi ero sempre sentita senza casa e in pericolo. Nick e Magnolia mi trattavano male di continuo, e mio padre voltava lo sguardo. Mi incolpavano della morte di nostra madre. Mi tenevano nascosta: la figlia indesiderata, la vergogna della famiglia.

Ci furono momenti in cui, in mezzo allo sforzo costante di sopravvivere, mi sembrava di essere legata alla natura stessa. Udivo suoni strani e sussurri dal bosco... Temo che qualcosa mi perseguitasse.

Passò un anno, poi un altro, e smisi di contare. Tornai alla casa bruciata qualche volta, sperando di trovare segni che qualcuno fosse venuto a cercarmi, ma non ce n’erano. Poi non ci tornai più. Alcune notti toccavo il collare con l’occhio e pregavo che qualcuno mi salvasse.

Ma gli elfi non salvano. E nemmeno gli esseri umani.

Gli ululati dei lupi si fecero più vicini ogni notte. Smisi di contare i giorni, finché una notte udii un latrato furioso non lontano e la paura mi graffiò il petto.

«Tori, dobbiamo scappare e arrampicarci sugli alberi. Vieni, ti porto io.» Ero più lenta, ormai, e il mio piede era peggiorato. «Vai, Tori!» urlai.

Un fragore, come di molte zampe che martellavano l’erba, esplose alle mie spalle. Lupi… venivano per me, finalmente. Ero sopravvissuta a così tanto, per morire proprio così? Nel giro di pochi minuti mi furono addosso. Grandi, grigi, feroci. Urlai dal terrore. Lanciai pietre, ma uno di loro mi affondò i denti nel piede e mi trascinò a terra, e io urlai.

Ma Tori si voltò e li attaccò mentre io cercavo di resistere.

«No, Tori!»

Mi trascinai sul terreno. Quando un altro lupo si avvicinò, lo fissai con rabbia.

«Basta!»

L’animale mi guardò, poi arretrò. Non so che cosa sia successo. Quando se ne furono andati, non riuscii a trovarlo.

«Tori?» chiamai, disperata, nel cuore della notte. Seguii un’orribile scia di sangue.

Lo avevano portato via. Ne era rimasto solo il collare.

«Oh, Tori…»

Mi strinsi il collare al petto e piansi. Gli dissi quanto lo amavo e lo ringraziai. Mi passai il collare attorno al polso. Cercai il suo corpo, ma non lo trovai mai. Gli feci un piccolo memoriale ai piedi del suo albero preferito e seppellii il collare del mio cosiddetto marito. Dormii lì per molte notti. Mi rimproverai di non averlo abbracciato più spesso. Di non aver fatto di più per lui.

Dopo, niente ebbe più importanza. Non mi restava nulla per cui lottare.

Vagai per i campi. Il piede non guarì mai del tutto. Continuavo a pensare: perché sono stata messa al mondo, se a nessuno importava di me?

Una notte, dopo aver lasciato dei fiori sulla tomba di Tori ed essere andata al fiume, sentii un rumore. Non capii che cosa fosse, o meglio… ormai non lo ricordo più. Mi nascosi e vidi una carrozza. Portava un simbolo: un occhio intagliato nel legno.

«Dov’è? Trovatela e portatemela,» comandò una voce. La riconobbi all’istante. Il crudele principe elfico era lì. Fuggii nel bosco, inciampando, costringendomi oltre ogni limite. Ma ero così debole. Sapevo che era solo questione di tempo.

Passi e grida rimbombarono, poi qualcuno mi spinse a terra e caddi in avanti.

«Eccola, mio signore!»

La pelle mi formicolò ancora prima che lo vedessi. Quando mi voltai, era davanti a me, in un’armatura impeccabile, addosso la tenuta scura di un guerriero. Era identico a com’era il giorno delle nostre nozze.

La luce morente delle stelle della sera gli danza tra i capelli.

Il suo volto pallido era ancora più bello, e nei suoi occhi si rifletteva la foresta.

«Dove sei stata?» ringhiò, gelido. Si chinò fino a sfiorarmi e mi cercò negli occhi… e la sua espressione cambiò. Quando provò a parlare, gli sfuggì soltanto un respiro tagliente. Pronunciò il mio nome come se dovesse accertarsene.

«Verbena…»

Con calma, si inginocchiò davanti a me. «Verbena…» ripeté, e le parole gli vennero portate via dal vento. «Sono venuto a cercarti,» disse, tendendomi la mano, offrendola.

Scossi il capo e arretrai carponi. Sembrò sconvolto. Continuai a ritrarmi finché riuscii a rimettermi in piedi, ma lui mi afferrò per un braccio e mi tirò verso di sé. Mi frugava negli occhi come se stesse cercando qualcosa, sempre più confuso di secondo in secondo. Provai a lottare e a scappare, ma fu inutile. Con un gesto rapido mi caricò sulla spalla, mentre io scalciavo e mi divincolavo senza smettere.

Eppure non riuscivo a dimenticare lo sguardo che aveva.

Era come se mi avesse vista davvero.

Come nessuno aveva mai fatto prima.

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