Capitolo 1 Capitolo 1: La sposa sostitutiva
Verbena
Le leggende dicevano che gli elfi potevano esaudire desideri, quelli che ti porti nella parte più profonda del cuore. Erano i nostri vicini oltre la foresta, ma per loro noi eravamo sporcizia.
«Non andare, Magnolia. Ti prego», sussurrai, zoppicando per star dietro a mia sorella maggiore.
«Stai zitta, e non ficcare il naso in ciò che non ti riguarda», ringhiò lei, mentre buttava gioielli e candelabri d’argento in un sacco.
«L’accordo con gli elfi crollerà, e saremo tutti in pericolo», ansimai. Il mio cane, Tori, mi tirava l’orlo del vestito.
«E tutti sono felicissimi di consegnarmi a quei mostri!»
Gli elfi credevano negli dèi della foresta e nelle loro profezie. Si diceva che ognuno ne nascesse con una, e che al principe più giovane fosse stato predetto che avrebbe dovuto sposare un’umana, «un fiore rinato dal fuoco», per reclamare il trono di suo padre. Il nostro cognome era Phoenix. Lei aveva vent’anni, e il suo nome era un fiore.
I suoi capelli biondo scuro luccicavano come seta mentre si avvicinava al balcone. Non poteva essere così disperata. «Magnolia!»
Mi schiaffeggiò; il suo viso bellissimo si contorse fino a diventare una maschera d’odio. Tori abbaiò, e lei prese a calci anche lui.
«Ascoltami bene, piccola erbaccia. Di questa città non me ne importa niente. E faresti meglio a tenere la bocca chiusa, o torno e ti chiudo nello stanzino. Ti piacerebbe?»
Scossi la testa. L’ultima volta era passato un giorno intero prima che qualcuno si accorgesse di dove fossi.
«Bene», disse lei, e mi assestò un calcio facendomi finire a terra. Poi si lanciò dal balcone. Mi rialzai e vidi qualcuno afferrarla. Rise mentre sparivano nella notte.
La mattina dopo, la casa implose.
«Dov’è, maledizione?»
«Il matrimonio è oggi! Come osa andarsene?» urlò mio padre.
«Dobbiamo inseguirla!» gridò mio fratello. «Ci sarà la guerra... e io dovrò combattere.» Nick non era mai stato coraggioso, né bravo a menare le mani.
«Ci uccideranno...» sussurrò mio padre, sopraffatto. Io osservai in silenzio, troppo spaventata per parlare. Tori tremava fra le mie braccia. Era piccolo, col pelo bianco e macchie marroni, e aveva orecchie troppo grandi.
C’era chi avrebbe chiesto oro agli elfi. Ma il denaro non portava felicità. Pur avendo tutto, io ero invisibile: ignorata, non amata.
«C’è qualcun’altra che può ricoprire quel ruolo. Hai un’altra figlia, zio», disse mia cugina Doris, devota e piena di rettitudine. Mi guardò da sotto gli abiti azzurri che le coprivano quasi tutto il corpo.
Mio padre si voltò. Lo fece anche mio fratello. E i servi. All’improvviso, tutti mi videro.
«Un’altra figlia...»
«E ha un nome di fiore», mormorò Nick.
«Ma Magnolia...»
«La profezia dei pagani dice un fiore Phoenix», disse Doris.
«Io... io non posso...» feci un passo indietro, ma non potevo scappare come Magnolia.
«Non c’è tempo da perdere», disse mio padre. Nel giro di pochi minuti mi avevano già infilato il suo lungo abito bianco.
«Al principe non piacerà lei. A nessuno piacerà mai», commentò mio padre. Deglutii, ingoiando le lacrime.
«Padre, ti prego...» supplicai mentre mi portavano in carrozza verso la foresta.
La strada era libera. La tregua era iniziata dopo decenni di conflitti a intermittenza. Viaggiammo finché l’abbaiare di Tori svanì nel nulla.
«Ti tratteranno bene. Gli elfi sono buoni», mormorò mio padre, anche se tutti sapevamo che era una bugia. «Ti porterò il pianoforte e il cane, così non sarai sola. Ci salverai. Non sarai più un peso.»
A metà strada li vidi: alti e dalle spalle larghe, con occhi misteriosi e capelli lunghi. Pallidi e irreali. Il castello pareva scolpito nella roccia, maestoso, bellissimo e gelido. Dall’ingresso ci fissavano come se fossimo scarafaggi. Doris mi abbassò il velo.
«Nessuno vedrà la tua faccia orrenda fino all’ultimo istante», sussurrò, compiaciuta di liberarsi di me. «Magari dovresti tenerlo anche quando il principe ti scoperà la prima notte di nozze. Le vecchie storie dicono che sono enormi… Potresti morire stanotte, cugina.»
Io ero terrorizzata.
In un giardino c’erano pochi testimoni, un matrimonio segreto. Un sacerdote dalla pelle dorata attendeva insieme al principe. Fu la prima volta che vidi il mio futuro marito.
I suoi capelli castano scuro erano lunghi e lucenti. Indossava abiti neri e piccole stelle di diamante disegnavano una costellazione sul petto. Ma fu il volto a colpirmi più di tutto: pelle pallida, sopracciglia nette, un naso leggermente storto, labbra piene e perfette, orecchie a punta, zigomi alti e occhi di un blu profondo, come l’inizio della notte.
Era la cosa più bella che avessi mai visto; mi tremò tutto il corpo.
Mio padre mi aiutò a camminare per nascondere la zoppia e mi lasciò accanto al principe. Alzai la mano per prendere la sua, ma lui la ritrasse.
«Non dire una cazzo di parola», ringhiò.
«Principe River, erede di Sua Maestà il Re degli Elfi, Alto Guerriero della Foresta e Signore di queste terre, accettate questa umana come vostra sposa?» chiese il sacerdote.
«Così è stato deciso dalle stelle», dichiarò il principe, e la sua voce scura fu una carezza alle orecchie. Nessuno mi chiese se lo volessi. Mi mise al collo un collare d’argento, da cui pendeva un grande occhio d’argento. Un ceppo.
Ma quando sollevò il velo, la sua espressione si riempì di disgusto e di furia. Non l’avrei mai dimenticata.
Alla fine mi trascinò in una sala dove la mia famiglia aspettava. Non so che cosa fece il principe, ma mio padre cadde in ginocchio. Mio fratello scoppiò a piangere.
«Così la vostra figlia stupida è scappata, e voi avete portato a me il vostro rimpiazzo, il vostro figlio debole, quello difettoso», ringhiò, minaccioso.
«Vostra Grazia…» singhiozzò mio padre.
«Silenzio! Non osate mentirmi! Io vedo dentro le vostre menti patetiche e oltre!» Allora era vero. Gli elfi avevano poteri. «È malata? State cercando di ingannarmi?»
«Ci sono state complicazioni alla nascita… sua madre è morta. Zoppica e non è bella quanto sua sorella, ma…»
«È minorenne», scattò il principe.
«Compirà presto diciott’anni e avrete la vostra profezia. Si chiama Verbena, un fiore. Il suo cognome è Phoenix», spiegò Doris. Il principe non la degnò nemmeno di uno sguardo.
«Non dimenticherò mai questo insulto», rispose, furibondo.
Ci fu una festa, ma io restai nascosta. La mia famiglia se ne andò senza salutarmi. Sul far della sera temetti il peggio. Il principe mi trascinò via, ma non verso i suoi appartamenti… fuori dal castello.
«Dove mi portate?» chiesi, con la voce che tremava.
«Ti aspetti una notte di nozze con me, umana? Non ti toccherò mai… feccia», sbottò. «Sparirai dalla mia vista finché non deciderò…» aggiunse gelido.
Mi spinsero in una carrozza e al mattino mi ritrovai in un campo oltre la foresta immensa. Una casa di pietra mi aspettava.
«Questo luogo appartiene alla famiglia Bloom, alleati di Vostra Grazia. Si prenderanno cura di voi, umana», spiegò un guerriero, e mi lasciarono lì. Sola con alcune borse, le mie cose, vestiti e gioielli.
La casa sembrava disabitata da anni. Per giorni non vidi anima viva. Ero stata abbandonata e scartata.
Compresi con amarezza che gli elfi non esaudiscono desideri.
Li distruggono.
