Segnato dall'ombra.
Conner
«Hai l'aria di uno che non ha chiuso occhio.» Liam entra nel mio ufficio e si chiude la porta alle spalle. Lo scatto della serratura risuona secco nel silenzio.
«Forse perché non ho dormito un cazzo.» Mi appoggio allo schienale della sedia, ruoto la testa una volta, poi mi passo una mano sul viso. Mi bruciano gli occhi. Mi fa male la mascella. L'Inferno continua a scorrere dietro le mie palpebre, che io lo voglia o no. «L'ho vista ieri sera al club.»
Liam si blocca. Le sopracciglia gli schizzano verso l'alto. «Chi? La tua ragazza fantasma?»
«Sì.»
«E quindi?» Butta le mani in aria, fa un passo avanti e indietro, poi un altro, urtando lo spigolo della scrivania con l'anca e facendo scivolare via dei fogli. «Non puoi lanciare la bomba e poi zittirti.»
«E quindi niente.» Lascio ricadere la testa contro lo schienale. «C'era un secondo prima e quello dopo era sparita.»
«Gesù.» Si passa una mano tra i capelli e fa una risatina secca. «Ti serve un hobby. O meglio ancora, una donna. Una vera. Da quanto non stai con una ragazza? Anni?»
«Già.» Mi sporgio in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia. «Quelle poche a cui mi sono avvicinato sono sparite dalla faccia della terra, in un modo o nell'altro.»
Le parole restano sospese tra noi. Liam sogghigna lo stesso. «Magari è il tuo fantasma a farle fuori.»
Ride forte, divertito dalla sua stessa battuta, ma io non mi muovo. Il suono gli muore in gola. Mi guarda di nuovo, mi guarda davvero questa volta. «Non penserai mica che sia lei a farlo davvero, no?»
Ruoto la sedia verso la finestra. La città oltre il vetro sembra troppo aperta, troppo esposta. Allungo la mano e chiudo di scatto le veneziane. La stanza si oscura.
«Non sto dicendo che sia sicuramente lei», dico. «Ma lei è ovunque, Liam. In ogni angolo. In ogni punto cieco. Nessuno è così costante senza avere occhi dappertutto, tutto il tempo.» Mi volto di nuovo verso di lui. «È uno schema maledetto. Conosco una donna e, prima che la cosa possa durare più di un giorno, non la rivedo mai più.»
«Sei uscito completamente di testa.»
«Dici?» Mi alzo in piedi e indico alle mie spalle la parete di monitor che mostrano l'Inferno, il magazzino, il corridoio fuori dall'ufficio. «Ogni volta che qualcosa va storto, lei è già un passo avanti. Ogni volta che mi avvicino, svanisce. È come se sapesse cosa sta per succedere prima che accada.» Scuoto la testa una volta. «Ieri sera mi ha lasciato un tovagliolo con un messaggio scritto col rossetto, un avvertimento che sto perdendo colpi. Che diavolo significa?»
Lo sguardo di Liam vaga per la stanza, verso gli angoli e il soffitto. Abbassa la voce. «Pensi che abbia messo delle cimici qui dentro?»
Non rispondo subito, ma mi muovo lentamente. Controllo la libreria e passo le dita lungo le fessure della presa d'aria. Mi accovaccio e do un'occhiata sotto la scrivania. Ovviamente non trovo nulla, perché anche se avesse messo delle microspie, è troppo intelligente per lasciarle dove potrei trovarle io. «Forse», dico alla fine. «È prudente. Se fossi in lei, ascolterei proprio qui.»
Liam non si è mosso; sta ancora fissando ogni crepa nel muro.
«Rilassati.» Afferro la giacca dalla sedia e la infilo. «Faremo una bonifica completa più tardi. Adesso abbiamo i moli di cui occuparci.»
Lui deglutisce a fatica. «Se sta ascoltando, sa già che stiamo andando lì.»
La mia mano si stringe sulla maniglia della porta. «Allora spero che abbia voglia di sangue», dico. «Perché io ne ho.»
Il motore ronza basso mentre fendiamo la città. È un po’ troppo tranquillo per un giovedì sera. I lampioni scorrono sul parabrezza come lunghe scie gialle. Non c’è quasi traffico e non ho visto neanche una volante. Tengo una mano sul volante, l’altra batte sulla coscia senza ritmo. Liam siede immobile accanto a me, con gli occhi che scrutano vetrine, vicoli e tetti.
«Lo senti?» chiedo.
«Sì.» Si muove sul sedile. «Niente sbirri. Niente rumore.»
«Marco ha chiamato per avvisare?» chiedo.
«Un’ora fa. Ha detto che il carico era in ritardo, ma stanno scaricando ora.» Sbuffa. «Non sa che avevo già controllato le bolle di accompagnamento.»
«Quindi sta facendo la cresta.» Stringo il volante con più forza.
«A meno che non ci sia di mezzo qualcuno più grosso.» Espira dal naso. «Ma sì. Piccoli ammanchi, merce riconfezionata e ordini falsi.»
«Stasera chiudiamo questa storia,» gli dico, e lui annuisce.
Liam mi lancia un’occhiata. «Sicuro che non c’entri lei?»
«No, non farebbe tutto questo casino per me solo per fottermi le spedizioni.»
Usciamo dalla strada principale e i moli emergono dalla nebbia, sagome metalliche inghiottite a metà dalla foschia. I lampioni sfarfallano o sono del tutto spenti. Sollevo il piede dall’acceleratore.
«C’è qualcosa che non va,» dico, inquieto.
«Vuoi tornare indietro?» chiede Liam, portando già la mano alla pistola.
«No.» Non sono il tipo che si tira indietro. Il Magazzino Nove si trova in fondo alla strada. Accosto l’auto lentamente, parcheggio e scendiamo. Il silenzio ci preme addosso. È troppo tranquillo. È tutto quello che penso prima di sentire un clic metallico.
«GIÙ!» Afferro Liam e lo spingo dietro una pila di casse mentre lo sparo squarcia il legno dove un secondo fa c’era la sua testa.
«Imboscata!» urla. Tre figure si staccano dal buio, maschere sul volto e fucili in mano. Rispondo al fuoco con raffiche brevi e controllate. Liam impreca accanto a me, appiattendosi a terra. «Ci stavano aspettando!» Il che significa che qualcuno ha parlato.
Un fischio acuto taglia il rumore e il tiratore di testa si irrigidisce prima di crollare.
«Cecchino!» grida Liam.
«No.» Il petto mi si stringe. «Non un cecchino.»
Un altro sparo risuona e il secondo uomo si piega in due prima di poter sollevare l’arma. Mi alzo quel tanto che basta per vederla. In alto, dall’altra parte del piazzale, appollaiata sullo scheletro di una gru mezza costruita, cappuccio alzato e immobile come pietra. Il mirino brilla una volta sotto la luna.
Il terzo uomo si volta per scappare, ma il colpo successivo gli falcia la gamba. Cade a terra urlando, ma vivo. Liam fissa la scena. «Ma che cazzo...»
«È la mia ragazza,» dico. «Lei sapeva.» Guardo di nuovo verso la gru, ma ora è vuota.
«Ci ha salvati,» sussurra Liam.
Le mie dita scivolano nella tasca del cappotto e sfiorano il tovagliolo piegato. Andiamo, dolcezza. Non puoi portarmi al limite così e lasciarmi in sospeso.
