La sua Luna Ribelle è una Principessa

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Capitolo 5

DEREK

Stavo in cima alla navata, fissando il percorso lungo il quale, in quel momento, Mia avrebbe dovuto camminare verso di me, una visione in bianco. La mia sposa.

Nell'istante in cui il suo rifiuto mi aveva colpito, il dolore mi era divampato nel petto come una lama d'argento che affondava nel cuore. Era più acuto, più insopportabile di quanto avessi mai immaginato. Il mio lupo ululò per l'agonia; un suono così crudo che dovetti stringere i denti per impedire che scivolasse fuori nella stanza.

Non provavo una tale profondità di dolore e disperazione dalla morte di mio padre.

Avevo ordinato a Joe e Caroline di riportarmi al luogo della cerimonia, rifiutandomi di mostrare le mie emozioni. Rifiutandomi di riconoscerle. Invece, seppellii il dolore, come avevo sempre fatto.

Guardai oltre le teste di tutti gli ospiti riuniti e sospirai con rabbia.

Non ne aveva il diritto.

Non aveva il diritto di farmi sentire così, non quando avevo passato mesi ad allontanarla.

Di giorno, almeno. Di notte, quando il mio lupo chiamava il suo…

I ricordi di Mia mi inondarono la mente. Ricordi di quelle notti calde e appassionate, sì, ma anche… Scossi la testa per schiarirmi le idee, ma i ricordi tornarono più forti che mai.

Mia, che esaminava seriamente i registri, familiarizzando con gli intricati meccanismi e gli affari del branco. Mia, che memorizzava rapidamente i nomi di tutti i lupi che vivevano nella casa del branco, conoscendo i loro lavori, i loro ranghi, persino i membri delle loro famiglie. Mia, in piedi accanto a mia madre mentre lei la istruiva, con la schiena dritta e forte.

Ricordai il modo in cui mi guardava, sempre speranzosa, anche quando ero freddo con lei. Il modo in cui aveva provato, nonostante tutto, a essere la mia compagna.

All'inizio avevo maledetto la Dea Luna. Mandarmi la mia compagna predestinata sotto le spoglie di una lupa randagia?!

Ma poco prima, quel giorno stesso, quando l'avevo vista lì in piedi in quell'abito, qualcosa in me era cambiato. Per la prima volta, avevo immaginato un futuro in cui smettevo di resistere. Un futuro in cui la lasciavo entrare.

Un futuro in cui forse, solo forse, avrei potuto accettarla. Completamente. Una randagia. Una Luna.

Mia.

Ma lei non mi aveva dato la possibilità. Se n'era andata prima lei.

Avevo infranto le mie regole e le avevo dato la possibilità di tornare anche dopo che mi aveva rifiutato. Ma la notte si faceva più buia e non c'era ancora segno del suo ritorno.

La furia bruciò dentro di me, sopraffacendo ogni altra emozione. Strinsi i pugni, con le unghie che mordevano i palmi.

«Trovatela» ordinai, con voce tagliente, senza lasciare spazio a repliche.

I miei uomini si precipitarono fuori, sparpagliandosi nel crepuscolo che svaniva, ma li sentii appena. Il peso del rifiuto persisteva ancora, una ferita che non sapevo come guarire.

Mentre il tempo passava lento senza notizie, gli ospiti iniziarono a mormorare; i loro sussurri riempivano il silenzio come un coro indesiderato. Alcuni degli ospiti più importanti iniziarono ad andarsene, con espressioni miste di disapprovazione e pietà. Questo era un disonore: un Alfa la cui compagna lo aveva rifiutato il giorno del suo matrimonio.

Mi costrinsi a restare a testa alta, mentre l'umiliazione che mi graffiava lo stomaco inacidiva trasformandosi in rabbia.

A denti stretti, chiamai Joe e annunciai ciò che non avrei mai pensato di dover dire: «Annullate il matrimonio.»

Le parole mi lasciarono un sapore amaro in bocca.

Poi, il mio telefono vibrò.

«Alfa» disse uno dei miei uomini, con voce urgente. «C'è stato un avvistamento. Qualcuno ha visto una donna che somiglia a Mia. Ma…» Esitò. «C'è stato un problema.»

Il cuore mi sbatté contro le costole. «Che cosa intendi?»

«Un incidente, Alfa. Uno brutto.»

La testa iniziò a ronzarmi e, nel profondo, sentii Erebo lanciare un ululato lugubre.

«Dov'è lei adesso?» chiesi, con voce tesa.

«È stata portata via, signore» disse con rammarico. «C'era confusione sulla scena, ma il testimone ha detto che è stata portata via dall'aggressore.»

MIA

Il cuore mi martellava nel petto mentre mi affrettavo lungo il marciapiede affollato.

Le persone che mi passavano accanto mi lanciavano sguardi strani. Chi poteva biasimarle? Ero una sposa in fuga che correva per strada come una pazza.

Mi fermai di colpo e mi voltai, catturando il mio riflesso nella vetrina di un negozio. Accanto a un manichino vestito con jeans e un grazioso top verde, potevo vedere me stessa, una randagia indefinita senza un posto dove andare. Non ero altro che quello che tutte quelle persone al luogo del matrimonio vedevano in me.

Il calore del giorno andava scemando mentre scendeva la sera. Infreddolita, rimpiansi di non aver pensato a procurarmi qualcosa di più pesante.

Mi ero infilata nel negozio, comprando il completo esposto sul manichino. Avevo solo bisogno di qualcosa che non gridasse "sposa in fuga".

Avevo lasciato il mio abito da sposa e il bouquet sul pavimento del camerino, prendendo solo il mio medaglione. Lo strinsi nel palmo, imponendo alle mani di non tremare.

Non potevo avere ripensamenti. Avevo fatto la cosa giusta.

Vero?

Avevo passato troppo tempo ad aspettare che Derek mi accettasse, sperando che un giorno mi guardasse come io avevo sempre guardato lui. Ma non potevo più vivere così. Dovevo scegliere me stessa, anche se significava perdere tutto.

Ma ora, mentre vagavo per strade sconosciute senza un piano e senza una meta, il dubbio si insinuava in me.

Mi strinsi nelle braccia, forzando un respiro profondo. Ero sopravvissuta a peggio. Avevo passato gli unici mesi della mia vita di cui avessi memoria vivendo da solitaria. Potevo farlo di nuovo.

Ripensai a quel primo giorno terrificante, al risveglio sotto un pino solitario con tre lupe randage sedute lì vicino. Mi avevano detto che ero sopravvissuta a un attacco da parte di un’altra banda di solitari, che ero stata gettata giù da un dirupo e che la mia lupa mi aveva aiutata a guarire.

Ma non avevo alcun ricordo dell'attacco. Né di nulla che riguardasse la mia vita prima di allora. Tutto ciò che avevo erano i vestiti che indossavo e il medaglione al collo.

Da quel momento in poi mi ero fidata di quelle solitarie. Chiunque altro mi avrebbe tagliato la gola e mi avrebbe derubata.

Ma loro non avevano preso nulla, quelle tre. Avevano donato con una generosità che non sempre sentivo di meritare. Mi avevano dato speranza, mi avevano dato amicizia.

Mi avevano dato il mio nome. Mia.

Vissi con loro per tre mesi, tre mesi felici — seppur consumati e patiti — racimolando quello che potevamo permetterci e rubando quello che non potevamo.

E fu allora che Derek mi trovò, nelle terre di confine del territorio del suo branco mentre era di pattuglia. Stava per fare a pezzi Maggie quando fiutò il mio odore. E io il suo.

Dea, nonostante tutti i vuoti nella mia memoria, non dimenticherò mai quel momento.

Un solo respiro e fu come se la terra si fosse spostata sotto di me. Una miscela ricca e inebriante di legno di cedro e aria frizzante autunnale, tinta di qualcosa che era unicamente lui; qualcosa che chiamava la parte più profonda della mia anima.

Nel momento in cui i nostri occhi si incontrarono, un'ondata di riconoscimento mi travolse, primordiale e assoluta.

Nox si agitò all'istante, sussurrando l'unica verità che non potevo ignorare. Compagno. La parola aveva echeggiato nelle mie ossa, innegabile.

L'espressione di Derek era rigida, e ricordo di aver scrutato ogni parte di lui, cercando di assimilare tutto. Le sue spalle larghe e muscolose. I capelli scuri con quel ciuffo argentato sopra l'occhio destro.

La sua mascella squadrata era serrata, come se stesse combattendo contro la stessa attrazione che aveva fatto impazzire il mio cuore. In quell'istante, seppi che io appartenevo a lui, e lui apparteneva a me.

Derek. Le lacrime mi punsero gli occhi. Perché dovevo pensare di nuovo a lui? Perché?

Mi voltai e mi incamminai lungo una strada più tranquilla, camminando veloce nella speranza di sfuggire ai miei pensieri. Ma proprio mentre seguivo la curva del marciapiede, i peli sulla nuca mi si rizzarono.

C'era qualcosa che non andava.

Un rombo basso raggiunse le mie orecchie. Un motore. Mi voltai a guardare.

Un'auto nera stava arrivando, veloce.

Il panico mi assalì e feci perno sui talloni, pronta a correre. Ma prima che potessi muovermi, l'auto sterzò. I fari mi accecarono.

Ebbi appena il tempo di buttarmi all'indietro prima che la portiera si spalancasse e delle figure balzassero fuori.

Boccheggiai, inciampando mentre delle mani si protendevano verso di me.

«No!» urlai, dimenandomi selvaggiamente, ma erano troppi. Braccia forti mi afferrarono, bloccandomi le mie lungo i fianchi. Un panno fu premuto contro la mia bocca e il mondo si inclinò.

Usando l'ultimo briciolo di forza prima che le membra si indebolissero, spinsi alla cieca, lanciandomi all'indietro.

Lo stridio delle gomme e poi il dolore. Un dolore accecante.

Una voce lontana gridò. Non quelli che cercavano di prendermi, qualcun altro.

Passi. Portiere d'auto che sbattevano e poi lo sgommare delle gomme sull'asfalto.

Prima che l'oscurità mi inghiottisse del tutto, alzai lo sguardo e, incorniciato contro un cielo nero opaco, intravidi un volto che avevo visto solo in TV.

L'Alfa del Branco della Pietra di Luna.

E poi, proprio prima che tutto svanisse, delle voci mi chiamarono, disperate. Urgenti.

«Elena… Elena!»

E poi, il nulla.

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