La sua Luna Ribelle è una Principessa

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Capitolo 3

MIA

Nel momento in cui Derek e Joe entrarono nella sala, Cassandra barcollò in avanti con un gemito, stringendo il tessuto strappato del vestito.

«Mi ha spinta», ansimò, con la voce che era un misto perfetto di vulnerabilità e silenziosa accusa. «Mi ha strappato il vestito.»

Nella stanza calò un silenzio attonito, prima di riempirsi di mormorii sommessi. Tutti gli occhi si volsero verso di me: alcuni pieni di giudizio, altri di un disprezzo malcelato. Il cuore mi martellava nel petto.

«Non è andata così», esordii, con voce ferma nonostante la rabbia che mi ribolliva dentro.

In un angolo della sala, la madre di Derek si agitò sul posto, spostando lo sguardo da Cassandra a me, con un’espressione di perplesso sospetto. Per un attimo pensai che si sarebbe fatta avanti per difendermi, ma Derek fu più veloce.

Il calore che avevamo condiviso divenne improvvisamente gelido. Il suo sguardo era cupo, il corpo teso per una furia a stento trattenuta. Avanzò a grandi passi senza esitazione, riempiendo la stanza con la sua presenza.

Prima che potessi reagire, mi spostò bruscamente di lato. Non cercava di farmi male, ma mi stava mandando un messaggio: stava scegliendo lei. Si sfilò la giacca e la posò delicatamente sulle spalle di Cassandra.

Rimasi pietrificata, incapace di dare un senso a ciò che era appena accaduto. Mi aveva minacciata e, quando mi ero rifiutata di sottomettermi, aveva immediatamente fatto la vittima. Una recitazione degna di un premio Oscar.

Ne sarei rimasta colpita, se non fosse che aveva appena, a quanto pareva, cambiato il corso della mia vita.

«Questo è il problema con i randagi», disse Derek, quasi tra sé e sé. La sua voce era di ghiaccio. «Nessun autocontrollo.»

Pensavo di star facendo un lavoro piuttosto ammirevole nel controllarmi, tutto considerato. Ma fu allora che Cassandra gemette, raggomitolandosi su se stessa come se fosse fatta di porcellana.

«Fa male», mormorò con voce tremante, stringendosi il braccio.

L'intero atteggiamento di Derek cambiò in un istante. La rabbia nei suoi occhi si trasformò in qualcosa di simile al panico. Si sporse in avanti e strinse i lembi della giacca più forte attorno a Cassandra, nascondendola alla vista come se la mia sola presenza le causasse dolore.

«Dobbiamo portarla dal medico del branco», mormorò Joe al suo Alpha, lanciandomi un'occhiata.

Derek annuì e sollevò Cassandra tra le braccia come se non pesasse nulla.

Strinsi i pugni, parandomi davanti a lui.

«E i nostri ospiti?» dissi, con voce appena sopra un sussurro. «Hai davvero intenzione di andartene via da qui con un'altra donna tra le braccia nel giorno del nostro matrimonio?»

Lui esitò.

Quel barlume di incertezza nella sua espressione durò un battito di ciglia. Poi Cassandra emise un altro debole lamento, e tutto svanì. Lui la strinse più forte a sé, con tenerezza.

«Il suo braccio è già stato ferito in passato», disse, a mo' di spiegazione. «Non possiamo aspettare. Mi dispiace se questo ti imbarazza, Mia, ma è la diretta conseguenza delle tue azioni.»

Senza degnarmi di un altro sguardo, si voltò e uscì dalla sala a grandi passi, portandola via.

I sussurri intorno a me si trasformarono in mormorii veri e propri. Una donna lì vicino si portò una mano al petto e sospirò sognante, guardando le loro figure allontanarsi.

«Sono ancora così innamorati», disse, con la voce intrisa di tristezza e malinconico desiderio.

Il viso mi bruciava per l'umiliazione, ma alzai il mento. Se avessi mostrato debolezza, se avessi lasciato che vedessero quanto profonda era la ferita appena inferta, avrebbero sentito l'odore del sangue. Non avrebbero mai smesso di infierire.

Mi voltai verso la madre di Derek, la mia ultima speranza di sostegno, ma lei mi guardò con qualcosa che non era proprio pietà. Ma non era nemmeno approvazione. Era come se stesse assistendo allo svolgersi di una tragedia, impotente nel fermarla.

Non disse nulla. E quel silenzio, più di ogni altra cosa, fu ciò che fece più male.

Derek mi aveva chiesto di rimanere alla cerimonia per occuparmi degli ospiti, ma qualcosa dentro di me – forse era Nox – mi disse di seguirli. Dovevo sapere cosa stesse pensando davvero Derek.

Aveva già dimostrato di non essere disposto a essere sincero con me. Di non essere disposto a dirmi la verità. E così li seguii, appostandomi appena fuori dalla sala d'attesa, origliando e osservandoli come una ridicola spia internazionale.

L'ambulatorio del medico del branco profumava di antisettico ed erbe; l'odore sterile cozzava con la brezza calda che proveniva da fuori. Rimasi in piedi, silenziosa e immobile, a guardare Cassandra rannicchiata nell'abbraccio di Derek, con le dita delicate strette nella stoffa della sua camicia. Sembrava che il suo posto fosse lì, tra le sue braccia.

Lì vicino, Joe e Caroline si aggiravano impotenti, in attesa di scattare al comando del loro Alpha. Joe si era sciolto il papillon, che pendeva floscio dal colletto. Poi la porta della sala visite si aprì e il dottore uscì, guardando Derek con aria d'attesa.

«Signore?» disse lui.

Derek si alzò, allungando una mano per rimuovere delicatamente le dita di Cassandra dalla sua camicia. Le sorrise con dolcezza.

«Torno subito», disse, e si diresse verso il punto in cui il dottore stava aspettando; i due rimasero a parlare a bassa voce.

Joe e Caroline non esitarono, accorrendo al fianco di Cassandra. Caroline si inginocchiò accanto a lei, prendendole le mani tra le sue con gentilezza.

«Non voglio che ti preoccupi», disse Caroline.

Cassandra mise su un leggero broncio. «E per quanto riguarda Mia?»

Rimasi inchiodata sul posto, più sola di quanto non lo fossi stata il giorno in cui Derek mi aveva trovata.

«Sai bene che non c’è paragone», disse Caroline all’altra donna. «Nel cuore di Derek», continuò a spiegare, «ci sei solo tu.» La sua voce era intrisa di compassione, ma non per me.

Derek aveva finito di parlare con il dottore e tornò da Cassandra, lasciandosi cadere sulla sedia all’altro lato.

«Vero, Derek?» incalzò Caroline, con tono supplichevole.

Derek sospirò, ma non negò.

«Non pensarci troppo», disse a Cassandra.

Le mie mani iniziarono a tremare. Le strinsi a pugno, con le unghie che affondavano nei palmi per tenere a bada le emozioni.

Cassandra si raddrizzò a sedere. Notai che si spinse facendo leva sul braccio che avrebbe dovuto essere “ferito”.

«Hai ancora intenzione di andare fino in fondo», disse, la voce carica di un’amarezza incredula. «Sposerai comunque Mia.»

Derek sospirò, massaggiandosi le tempie. «È la mia compagna predestinata», disse rassegnato. «Non posso abbandonarla e basta. È una mia responsabilità.»

Le parole bruciavano, anche se sapevo che avrei dovuto provare sollievo. Non aveva detto voglio sposarla. Non aveva detto è la donna che scelgo.

Ero la sua responsabilità. Un dovere da compiere. Un fardello.

Le ciglia di Cassandra si abbassarono pudicamente, le labbra si strinsero come se stesse riflettendo. Poi, con una voce così flebile che quasi non mi raggiunse, disse: «Ti fideresti davvero a lasciare che il figlio di una solitaria diventi il futuro Alpha del tuo branco?»

Inspirai bruscamente, sperando che non mi sentissero.

Derek si irrigidì accanto a lei. Alla sola menzione di possibili figli, sentii un calore irradiarsi attraverso il legame predestinato tra noi. Solo per un momento. Non eravamo ancora marchiati, ma la connessione c’era comunque.

Quella sensazione soffocò quell’odiata parola, “solitaria”. E mi lasciò forse con un sussurro di speranza. Le parole successive di Cassandra la spazzarono via rapidamente.

«Potremmo avere dei figli nostri», continuò, la voce ridotta a un sussurro delicato, del tutto ignara dell’impulso di sentimenti che era appena corso tra me e Derek. Si chinò più vicino a lui, sfiorandogli il petto con le dita. Stava tendendo la trappola perfetta.

«Potresti comunque vederla quando vuoi.»

Ciò che intendeva era chiaro.

Osservai attentamente i lineamenti scolpiti del viso di Derek, le narici che si dilatavano per un’ondata di qualcosa difficile da definire. Forse rabbia. Forse desiderio.

Desiderio per chi, non avrei saputo dirlo. Si voltò verso Cassandra, girando il corpo verso di lei.

«Potrebbe vivere qui vicino, magari», continuò lei, allungando la mano per far scorrere le dita lungo la pelle della sua mascella. Potevo quasi sentire il ruvido della sua barba incolta. «Ma io e te potremmo...»

Guardai dalla soglia, con il cuore che mi martellava nelle orecchie. Da quell’angolazione, il viso di Cassandra era inclinato verso quello di Derek, la loro vicinanza intima. Chiunque avesse guardato dentro avrebbe pensato che stessero per baciarsi.

Forse l’avevano già fatto. Forse ero stata una sciocca per tutto questo tempo, cercando di recitare la parte di una Luna quando non ero altro che una solitaria indesiderata.

Il dottore arrivò nella sala d’attesa e fece cenno a tutti loro di entrare nella sala visite. Li guardai andare, con la testa che mi girava.

Ricordai quei primi giorni dopo che Derek mi aveva trovata. L’attrazione che entrambi sentivamo, la magia della Dea Luna; compagni predestinati.

Avevamo passato notti insieme, i nostri lupi interiori che ululavano l’uno per l’altro, pieni di passione e calore. Mi ero innamorata di lui, allora. Innamorata della vita che pensavo avremmo condotto insieme.

Derek come Alpha. Io come sua Luna.

Ero stata una ragazza senza veri ricordi, con la sola conoscenza dei pochi mesi passati a vivere con un branco di lupe solitarie prima che lui mi trovasse. Avevo pensato, durante quelle notti inebrianti, con lui stretto tra i miei fianchi, che se avessi lavorato abbastanza duramente avrei potuto elevare il mio status, sarei potuta diventare la sua pari.

Avevo lottato per questo. Avevo sopportato ogni umiliazione, ogni sguardo sprezzante, ogni parola crudele, tutto per quello che pensavo fosse amore. Avevo sopportato tutto per dimostrare che il mio posto era al suo fianco.

Tutte quelle notti insieme, tutto quel lavoro, e quando si arrivava al dunque, non ero altro per Derek che un obbligo. Un dovere. Un errore.

Che sciocca ero stata, pensai, asciugandomi le lacrime che mi bruciavano gli occhi e mi rigavano il viso.

Feci un respiro profondo e spalancai la porta della sala visite senza bussare.

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