Capitolo 4 La foresta
La linea degli alberi ci inghiotte in meno di un minuto e, nell’istante in cui l’ultimo raggio di sole libero scompare alle nostre spalle, la temperatura cala con una tale bruschezza che la sento contro la gola.
Anche l’aria cambia… più densa qui, più antica, che preme sulla pelle come l’acqua preme su una mano tenuta immersa.
Rhydan mi precede di mezzo passo. Non ha detto una parola da quando mi ha consegnato la mappa della prova all’imbocco del sentiero nord.
Conto quattro minuti, poi otto, poi dodici.
E lui cammina come cammina una persona che l’ha fatto cento volte. I suoi occhi non smettono mai di muoversi, passano in rassegna gli alberi con un ritmo che somiglia al respiro più che allo sforzo. Ogni pochi minuti si volta a guardarmi, rapido, meno di un secondo, per verificare che io sia ancora lì, prima di puntare di nuovo lo sguardo in avanti.
Crede che non me ne accorga. Si sbaglia.
In realtà noto ogni cosa di lui, e non ho alcuna intenzione di chiedermi perché.
Il modo in cui le spalle si muovono sotto il cappotto quando sposta il peso per superare una radice. La sicurezza silenziosa dei suoi stivali sugli aghi di pino, così lieve che devo tendere l’orecchio per sentirli, e comunque quasi sempre non ci riesco. Il modo in cui la sua mano continua a flettersi lungo il fianco, come se si stesse trattenendo dal raggiungere qualcosa.
«Vermont», dice, senza voltarsi.
Il suono della sua voce dopo circa quindici minuti di silenzio fa compiere al mio stomaco un piccolo movimento sgradevole che mi rifiuto di chiamare per nome.
«Scusa?»
«Vieni dal Vermont. Nel tuo fascicolo c’è scritto comunità rurale soprannaturale. Regione orientale.»
«Hai letto il mio fascicolo?»
«Ho letto il fascicolo di tutti.»
«Sei il capitano di hockey, Rhydan. Non la Preside.»
«Non importa, in sostanza è la stessa cosa.»
«Non è affatto la stessa cosa… sul serio.»
Allora mi lancia un’occhiata, meno di un secondo, e colgo il fantasma di un sorrisetto all’angolo della bocca prima che torni a guardare avanti. Poi accelera il passo, e sono quasi certa che lo faccia per coprire qualunque cosa gli sia appena passata sul viso.
Io non accelero per stargli dietro.
Non perché sia stanca, ma perché voglio vedere quanto ci mette ad accorgersi che la distanza tra noi è aumentata, e quanto ci mette, dopo, a rallentare senza ammettere che sta rallentando.
Venti secondi…
Rallenta.
Non si volta. Non dice nulla. Semplicemente riduce l’andatura esattamente della quantità necessaria perché io lo raggiunga, e capisco, mentre colmo la distanza, che Rhydan Valecrest mi ha appena detto qualcosa di sé senza volerlo.
Me lo segno.
«Allora, che cosa ci facevi quella mattina al bar?»
Non risponde per un intero passo.
«Leggevo.»
«Non mi sembri il tipo di ragazzo che passa le mattine nei bar di una cittadina del Vermont a leggere.»
«Di solito no.»
«E allora perché quella mattina?»
La sua mascella si sposta… quel particolare, minimo irrigidirsi di un ragazzo a cui hanno fatto una domanda a cui non ha ancora saputo rispondere neppure lui.
«Non lo so.»
«Non lo sai.»
«È quello che ho detto, Calladine.»
«Calladine adesso, eh? Progressi.»
A quello non risponde. Però colgo il più piccolo movimento all’angolo della sua bocca, e qualcosa nel mio petto fa una piccola, ridicola cosa a cui mi rifiuto di dare un nome.
Poi il bosco si infittisce.
La luce dorata scivola verso qualcosa di più piatto e più grigio. La temperatura cala in un modo che non ha senso per quell’ora del giorno, e sento il suo freddo peso preciso posarsi sulla nuca prima ancora di capirne il motivo.
Rhydan si ferma.
Io mi fermo dietro di lui.
«Quello non è tempo», dico piano.
«No, non lo è.»
Qualcosa si muove tra gli alberi alla nostra sinistra, qualcosa di grande, lento e deliberato. L’aria intorno vibra di un antico potere territoriale, di quelli a cui non importa nulla delle valutazioni del primo anno o delle griglie dell’accademia o di due adolescenti fermi nella sua foresta.
I peli sulle braccia mi si rizzano.
«Ombra territoriale», dice Rhydan. La sua voce si è fatta bassa e quieta. «Ma di solito non arrivano così lontano dal cuore del bosco.»
«E allora che cosa vuole?»
«Vuole stabilire la dominanza. Resta dietro di me e non mostrare paura. Ci penso io.»
Si mette davanti a me. Nel muoversi, il suo braccio sfiora il mio, e quel calore particolare e inatteso che mi arriva attraverso la manica del cappotto è assordante, come lo sono le piccole cose fisiche quando tutto il corpo, nello stesso istante, sta registrando il pericolo.
Poi sento il cambiamento in lui… la sua natura di lupo gli risale sotto la pelle come calore nel metallo, e la sua presenza si espande verso l’esterno in un’onda d’autorità che riempie l’aria fredda intorno a noi. È la prima volta che percepisco un mutamento così da vicino, ed è davvero impressionante.
E poi, sotto, si solleva qualcos’altro… qualcosa di più caldo, qualcosa che non appartiene a nessun lupo.
Le mani gli si chiudono a pugno lungo i fianchi. Il respiro cambia, si fa corto e irregolare ai margini. Quando gli lancio un’occhiata all’avambraccio, la manica gli si è sollevata e la pelle lì è sbagliata… scura, iridescente.
Le scaglie si stanno diffondendo lentamente dal polso verso il gomito, come se qualcosa sotto la sua pelle stesse cercando di uscire.
«Rhydan…»
«Stai dietro di me, Calladine.»
«Rhydan, il tuo braccio…»
Abbassa lo sguardo.
E vedo l’istante esatto in cui si rende conto di ciò che sta succedendo al suo stesso corpo. Gli cambia tutta la faccia. Non è paura; è qualcosa di peggiore. È l’orrore contratto e preciso di un ragazzo che ha tenuto qualcosa dentro di sé per tanto tempo e lo sta guardando cominciare a sfuggirgli davanti al testimone sbagliato.
Poi l’ombra si muove tra gli alberi, reagendo al picco di energia incontrollata, e l’intera foresta si serra attorno a noi. Sento la pressione crescere nell’aria, nel terreno, nel corpo di Rhydan a un passo dal mio.
Sta per perdere il controllo, e non penso a quello che faccio dopo.
Mi limito ad avanzare fino a mettermi al suo fianco e gli poso la mano sul braccio, piatta, sopra le scaglie.
Tutto il suo corpo si irrigidisce all’istante.
Non è la rigidità di una trasformazione… è la rigidità di un ragazzo che è appena stato toccato da una ragazza da cui si è sforzato con tutte le forze di non desiderare d’essere toccato, nel mezzo del perdere il controllo di una natura soprannaturale che non ha mai lasciato vedere a nessuno.
Qualcosa attraversa il palmo nel momento in cui lo tocco, qualcosa di caldo ed elettrico e certo, in un modo per cui non ho alcun punto di riferimento. Non è qualcosa che sto facendo io. È qualcosa che sta succedendo a me, e a lui, e a quello specifico, stretto spazio di pelle tra la mia mano e il suo braccio.
E sotto il mio palmo, le scaglie smettono di espandersi.
Poi cominciano a ritrarsi.
Lo sento accadere attraverso la pelle… i loro bordi ruvidi che si ammorbidiscono, che sprofondano di nuovo nel suo braccio, l’iridescenza scura che svanisce finché la pelle sotto la mia mano non è calda e umana e liscia.
Il respiro di Rhydan esce in un’unica, netta espirazione.
Ha la testa leggermente china in avanti. Gli occhi sono chiusi. La mano lungo il fianco si è aperta, le dita non più serrate a pugno, e trema quasi impercettibilmente.
Non sollevo la mano dal suo braccio.
Dovrei. Lo so che dovrei. Non mi ha chiesto di tenerla lì. Ma la mia mano non vuole muoversi, e non sono nemmeno sicura che il suo corpo voglia che la sposti, perché attraverso il palmo sento quella cosa lenta e specifica che la sua frequenza sta facendo in risposta alla mia, e non è qualcosa per cui io abbia già un vocabolario.
Perfino l’ombra tra gli alberi si è immobilizzata del tutto.
Poi si ritira, lenta e deliberata, di nuovo nel buio più profondo tra i tronchi, finché il ronzio della sua presenza svanisce completamente e la foresta torna silenziosa intorno a noi.
Nessuno dei due si muove.
Rhydan finalmente apre gli occhi. Abbassa lo sguardo sul suo braccio, sulla mia mano ancora appoggiata lì. Poi lo rialza verso il mio viso, lentamente, e quello che trovo nella sua espressione mi spacca qualcosa nel petto, perché non somiglia a nulla di ciò che gli ho visto addosso prima.
Non la crudeltà annoiata del bar e di certo non la valutazione gelida della sala da pranzo.
Questo è qualcuno completamente spogliato, nudo fino all’osso, vulnerabile e spaventato, e furioso di essere entrambe le cose insieme; mi fissa come se fossi qualcosa per cui non ha una categoria, e l’assenza di quella categoria lo terrorizza.
Fa un passo indietro.
La mia mano scivola via dal suo braccio, e sento la perdita del contatto in un modo che mi rifiuto di chiamare per nome.
«Non lo dici a nessuno» dice. La voce gli esce ruvida, raschiata, più sottile del solito.
«Rhydan…»
«A nessuno.» La sua voce si regge in piedi a forza, come se la tenesse su con entrambe le mani. «Dico sul serio, Calladine.»
Lo guardo a lungo. Guardo questo ragazzo che una settimana fa mi ha detto cose crudeli in un bar, che ha letto il mio fascicolo, che ha messo il suo nome accanto al mio su una lista in bacheca su cui non aveva alcuna vera autorità, e che adesso mi sta davanti con ogni suo muro completamente abbassato e nessun posto dove rimetterlo.
«Va bene.»
«Perché va bene?»
«Perché me l’hai chiesto. E perché qualunque cosa sia quella, è tua. Non spetta a me raccontarla.»
Qualcosa gli attraversa il viso, rapido e senza difese, presente e già sparito prima che io riesca a dargli un nome. Distoglie lo sguardo verso gli alberi e deglutisce una volta.
«Dovremmo continuare a muoverci.»
Camminiamo di nuovo verso l’accademia, fianco a fianco. La distanza tra noi è così piccola che il suo braccio sfiora il mio tre volte, e nessuno dei due colma quell’ultimo centimetro e nessuno dei due si ritrae, però.
Per tutto il tragitto, ogni pochi minuti, lui guarda la mia mano.
Non me: la mia mano.
Al margine del bosco, appena prima di rientrare nel sole, si ferma.
«Calladine…»
«Sì?»
«Quello che hai fatto là dietro… ti è mai successo prima?»
Apro la bocca per dire di no, perché la risposta onesta è che in tutti i miei diciotto anni non mi è mai successo nulla di magico. Ma qualcosa nel modo in cui mi sta guardando blocca la parola prima che mi esca.
Lui la risposta la sa già.
Non mi sta facendo una domanda: sta controllando se io so qualcosa.
«Rhydan.»
«Sì?»
«Che cosa sai tu che io non so?»
Non risponde.
Si gira e attraversa il limite degli alberi, entra nel sole, e io lo seguo; e il silenzio pesante tra noi, mentre torniamo verso i cancelli principali, non è il silenzio di due estranei che hanno fatto una passeggiata insieme…
È il silenzio di due persone che hanno appena iniziato qualcosa che nessuno dei due può fermare.
