Capitolo 1 Nessuno
Ho una regola per oggi.
Non lasciare che vedano che sono terrorizzata.
Tutto qui. Questo è l’intero piano. Diciotto anni di assolutamente niente… niente magia, niente scintilla, neppure un singolo starnuto accidentale capace di dare fuoco a qualcosa, e in qualche modo mi sono convinta che la Northveil Academy sia il posto in cui tutto cambia. Che questo sia il luogo dove qualunque cosa abbia dormito dentro di me finalmente decide di svegliarsi, di farsi vedere, e di giustificare ogni anno in cui mio padre mi ha chiamata “sbocciata tardi” invece di ciò che tutti gli altri, nella nostra comunità del Vermont, pensavano in silenzio.
Sono seduta in un bar di Millhaven con un libro aperto davanti a me che ho smesso di leggere davvero venti minuti fa, e mi ripeto questa regola in loop, quando il telefono vibra sul tavolo.
Petra. Manca una settimana a Northveil!! Sei emozionata o stai mentendo a te stessa di nuovo?
Sorrido senza volerlo. Emozionata, digito in risposta. Decisamente non sto mentendo.
Lei rimanda una fila di emoji di fuoco e io capovolgo il telefono, lo lascio a faccia in giù, e guardo fuori dalla finestra la mattina grigia di ottobre, respirando.
Il bar sa di cannella e latte bruciato. È la cosa più calda di Millhaven, finora. Sono in questo angolo da abbastanza tempo che la ragazza dietro il bancone ha cominciato a lanciarmi quelle occhiate precise di chi sta calcolando quanto a lungo ti compri un tavolo con un solo caffè, e sto per alzarmi e ordinare qualcosa che non voglio quando la campanella sopra la porta tintinna e un’ondata d’aria fredda entra insieme a quattro ragazzi.
Uno di loro ha quel tipo di presenza che fa sì che una stanza si riassesti in silenzio, senza che nessuno lo annunci.
Alto. Giacca scura. Mascella come se fosse stata messa lì apposta per creare problemi. Si muove come uno che non ha mai dovuto scusarsi per lo spazio che occupa: facile, senza fretta, e già passa in rassegna il locale come fa chi è abituato a scegliere quello che vuole, tra tutto ciò che c’è.
I suoi occhi si posano sul mio tavolo.
Poi su di me.
Alzo appena le sopracciglia e torno al libro.
«Sei nel mio posto.»
Alzo di nuovo lo sguardo. Ora è davanti al mio tavolo, le mani in tasca, e mi guarda con un’espressione a metà tra l’annoiato e il lievemente infastidito, come se fossi un ombrello bagnato lasciato nel punto sbagliato.
Mi guardo intorno con calma, in modo deliberato, e conto. Sei tavoli vuoti. Almeno.
«Ci sono sei tavoli vuoti,» faccio notare.
«Eppure,» dice lui, «sei proprio al mio tavolo.»
Lo fisso. «Sul serio? Mi stai dicendo sul serio?»
Quello dalle spalle larghe dietro di lui fa un verso che comincia come una risata e viene trasformato in fretta in un colpo di tosse. Quello alto non reagisce.
«Sei nuova,» dice, passandomi in rassegna una volta con lo stesso sguardo valutativo: rapido e completo, come se stesse facendo un calcolo e il risultato non lo impressionasse granché.
«Trasferita,» confermo. «Northveil.»
Qualcosa gli attraversa il viso. «Ember House?»
Non rispondo. In parte perché sì, e in parte perché vorrei sapere come ha fatto a indovinare, e a indovinare giusto così, prima di decidere quanto mi costi quell’informazione.
Sorride, ed è un sorriso che non arriva da nessuna parte. «Immaginavo.»
«E questo che dovrebbe significare?» chiedo.
«Significa che sembri una che non si è ancora svegliata.» Tira fuori la sedia di fronte a me e ci si lascia cadere senza essere invitato, mentre i suoi amici si sparpagliano nel locale come se fosse sempre stato il piano. «Northveil ti divorerà viva, ragazza nuova.»
Mi si scalda il viso. Odio davvero che succeda.
«Tu non sai niente di me,» ribatto.
«Io so cos’è Ember House,» dice, totalmente imperturbabile, e già fa un cenno alla ragazza dietro il bancone come se questo fosse il suo salotto. «Ragazzi-tappabuchi. Magari sviluppano qualcosa di utile, magari no.»
Si interrompe e poi lo dice. Con noncuranza. Come se non gli costasse nulla.
«Senza offesa. Ma la maggior parte di voi, qui, in realtà non ci dovrebbe stare.»
Il locale piomba in un silenzio assoluto, o forse è solo dentro la mia testa.
La maggior parte di voi, qui, in realtà non ci dovrebbe stare.
In quelle sei parole sento tutta la comunità del Vermont. I silenzi misurati alle riunioni quando entravo in una stanza. Il modo in cui gli amici di mio padre si bloccavano a metà frase quando mi avvicinavo. Il compleanno in cui la figlia della mia vicina diede fuoco per sbaglio alle tende della cucina e tutti applaudirono come se fosse la cosa più bella che avessero mai visto, e io rimasi lì con un piattino di carta e una fetta di torta in mano, dodici anni, e già imparavo a far dire al mio viso: niente.
Sono sei anni che so cosa pensano tutti. Mi sono trasferita in un altro stato e mi sono iscritta alla scuola soprannaturale più competitiva del Paese proprio per smettere di sentirlo.
Sono qui da undici minuti.
«Quella era offesa eccome,» ribatto, e la mia voce esce più ferma di quanto mi senta, il che è un piccolo miracolo.
Lui scrolla le spalle.
Comincio a raccogliere le mie cose perché mi mancano due secondi per dire qualcosa che non potrei assolutamente rimangiarmi e mi sono promessa, mi sono davvero sinceramente promessa, di non esplodere prima ancora che il mio nuovo inizio cominci sul serio.
«Scappi già?» mormora, senza nemmeno guardarmi.
Ugh.
Mi fermo.
Mi giro di nuovo.
«Qual è esattamente il tuo problema con me?» La voce resta piatta. A malapena. «Non mi conosci. Non mi hai mai vista in vita tua. Ero qui a farmi gli affari miei e tu sei entrato e hai deciso di essere odioso con una perfetta sconosciuta senza motivo. Perché?»
Allora mi guarda, davvero, e per un singolo secondo qualcosa guizza dietro quegli occhi grigi, qualcosa che non riesco a leggere. Poi si richiude.
«Non odioso,» dice con calma. «Onesto. C’è differenza. Le ragazze che non sanno cosa sono non durano a Northveil. Lo capirai in fretta, oppure non capirai più niente.»
Mi si stringe la gola. Mi rifiuto di lasciarlo trapelare dal viso.
«Wow.» Inclino appena la testa. «È il discorsetto motivazionale che fai a tutti o io sono speciale?»
Quello dalle spalle larghe fa di nuovo quel verso a metà tra un colpo di tosse e una risata, più forte stavolta.
La mascella di quello alto si muove, appena.
«Rhydan,» dice con cautela quello dalle spalle larghe, con una nota di avvertimento sotto.
Rhydan. Ok. Preso nota.
Lui sostiene il mio sguardo per un altro istante, poi si alza, senza fretta, prende la borsa, e mi rendo conto che non aveva mai avuto intenzione di ordinare nulla. È venuto qui apposta per questo.
«Buona fortuna,» dice, e suona esattamente come il contrario, e poi se n’è andato.
La caffetteria torna a essere stranamente rumorosa.
Mi risiedo perché in questo momento le mie gambe non sono del tutto affidabili e fisso il mio caffè freddo e respiro lentamente dal naso e mi dico che non importa. È uno sconosciuto. Non mi conosce. Nessuno in tutta questa città mi conosce ancora.
È questo il punto. È per questo che sono venuta.
Il telefono vibra. Petra, di nuovo.
HO ANCHE appena incontrato una persona orribile, ha scritto. Dimmi che la tua prima giornata è stata peggio.
Per poco non mi scappa da ridere ad alta voce. Prendo il caffè. Rispondo: Il mio mi ha detto che non appartengo a questo posto, prima ancora che disfacessi le valigie.
Quattro secondi. E lei: MI SERVONO il suo nome e il suo orario.
Metto il telefono a faccia in giù e guardo la porta da cui sono spariti Rhydan e i suoi amici e mi faccio una seconda promessa, lì, nel calore di cannella e latte bruciato, seduta nel posto che qualcuno si è preso, in una città in cui mi sono trasferita da sola.
Mi guarderà dimostrare che ogni singola parola è falsa.
Qualunque sia il prezzo.
Mi serve solo che la mia magia collabori.
Abbasso lo sguardo sulle mani.
Niente. Nemmeno un tremolio.
Bene. Ecco... Un problema alla volta.
