La Sposa Sostituta

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Capitolo 5 - La storia di Lark

«Vostra Altezza...»

Sbottai.

«Tu non sei Lady Isabelle, quindi chi sei? E che ci fai qui al suo posto?!»

Ero in piedi nella stanza in penombra del Principe Rowan, col cuore che mi martellava nel petto e la verità che aleggiava pesante nell'aria tra noi. Aveva scoperto il mio segreto. Non ero Lady Isabelle e le conseguenze sarebbero state terribili. Come avrei fatto a dirgli che la vera Lady Isabelle era morta?

Come avrei potuto dirgli che si era tolta la vita pur di non sposarlo?

Come potevo dirglielo?

Potevo vedere la delusione dipinta sul suo volto, la rabbia che covava nei suoi occhi iniettati di sangue. Il suo ordine mi risuonò nelle orecchie, duro e definitivo.

«Vattene. Subito.»

Il panico mi travolse, stringendomi l'anima con le sue dita gelide. Andarmene?

Se me ne fossi andata, sarei morta. Non c'era altro destino per me se non la morte. Mi lasciai cadere in ginocchio, col cuore che andava in pezzi a ogni singhiozzo che mi sfuggiva dalle labbra. «La prego, Vostra Altezza,» supplicai con voce tremante. «Lei non capisce. Se me ne vado, mi aspetta solo la morte.»

«Non posso andarmene. Sono una schiava e il mio vecchio padrone mi ucciderà se torno indietro.»

Lo sguardo del Principe Rowan era freddo, indifferente. «Restare qui non è meglio per te,» rispose, con un tono duro come la pietra.

La disperazione mi attanagliava. Non potevo tornare dai Carstairs, ai tormenti e agli abusi. Cosa avrei raccontato loro?

Come avrei spiegato la morte della loro figlia?

Strisciai più vicino, col pavimento di marmo sporco che mi graffiava le ginocchia, ma non mi importava. Dovevo fargli capire. «La supplico,» gridai, aggrappandomi alle sue lenzuola luride. «Mi prenda come sua schiava, se deve. Farò qualsiasi cosa, purché non debba tornare là.»

«Mi lasci pulire i suoi alloggi, la sua stanza, mi lasci accudirla. Farò qualsiasi cosa!»

Le mie lacrime cadevano sul pavimento lercio, mischiandosi alla polvere e al sudiciume. Alzai lo sguardo su di lui, con la vista offuscata dal pianto. «Non mi importa dell'aspetto di questo posto. Non mi importa nemmeno dell'odore, Lei è il mio padrone e la servirò lo stesso, Vostra Altezza, con tutto il cuore.»

Il silenzio di Rowan era assordante, ma non era un rifiuto. Mi aggrappai ancora a quel barlume di speranza. Lentamente, iniziai ad alzarmi, sentendo la mia risolutezza rafforzarsi. «Comincio adesso,» sussurrai, con la voce roca per il pianto.

«Inizio a pulire subito e vedrà che ha bisogno di me.»

La stanza era un porcile, specchio del caos e dell'incuria del suo occupante. Iniziai col togliermi di dosso gli strati di vestiti superflui. Non ce n'era bisogno, visto che avrei dovuto pulire la stanza.

Sentivo gli occhi del Principe su di me mentre mi sfilavo i guanti e rimuovevo gli strati extra del mio abito.

Avrei pulito.

Gli avrei fatto vedere che non ero una nullità totale e che non dovevo essere scartata.

Trovai un secchio e lo riempii d'acqua, con le mani che tremavano mentre recuperavo uno straccio. Quella sarebbe stata la mia penitenza, la mia prova di lealtà.

Iniziai dai pavimenti: erano incrostati e lerci. Strofinai a terra con vigore, le lacrime che si mescolavano all'acqua mentre lavoravo. Sentivo gli occhi di Rowan addosso, una sentinella silenziosa nell'angolo della stanza. La sua presenza era un costante promemoria della mia situazione fragile. Ma mi rifiutai di lasciare che la paura mi paralizzasse. Ogni passata di straccio era una preghiera, una supplica di pietà.

«Renderò questo posto degno di Lei,» mormorai, più a me stessa che a lui. Lo sporco sembrava infinito, ma lo era anche la mia determinazione. Strofinai finché le dita non mi fecero male, finché l'acqua non divenne nera di sporcizia. Passai agli scaffali, rimuovendo anni di incuria e rivelando il legno pregiato sottostante.

Mentre lavoravo, la mia mente vagava agli eventi che mi avevano portata lì. Non potevo tornare indietro; se lo avessi fatto, avrei dovuto pagare per la morte di Isabelle Carstairs. Una morte per la quale sarei stata incolpata, che fossi colpevole o meno.

Passarono le ore e la stanza si trasformò lentamente. Aprii quante più imposte potevo, affinché entrasse aria fresca.

Raccolsi i vestiti stantii e appiccicosi e le lenzuola sporche, mettendoli in bagno per dopo. Il pavimento iniziò a brillare, l'aria divenne più respirabile. Ero esausta, il corpo protestava a ogni movimento, ma non potevo fermarmi. Non finché non gli avessi dimostrato il mio valore.

Infine mi avvicinai al principe Rowan, che aveva osservato tutto in silenzio. Avrei dovuto cambiargli le lenzuola e lavarlo, ma ciò avrebbe richiesto di spostarlo sulla sedia a rotelle. E a giudicare dall'aspetto della sedia, una gamba sembrava rotta.

Gli occhi del principe Rowan erano imperscrutabili, la sua espressione illeggibile. Mi inginocchiai di nuovo davanti a lui, con le mani scorticate e sanguinanti per il lavoro. «Non ho ancora finito. Ma riuscite a vedere cosa posso fare?» dissi, con voce appena udibile. «Vi prego, lasciatemi restare.»

Lui non disse nulla, ma il suo sguardo si addolcì, solo di una frazione. Bastava. Feci un respiro profondo, chinando il capo. «Continuerò a servirvi, a dimostrarvi la mia lealtà», promisi. «Renderò la vostra vita più facile, in ogni modo possibile.»

Il silenzio di Rowan si protrasse, ma io mantenni la posizione, in attesa. Sapevo che non dovevo forzarlo a darmi una risposta.

........

Più tardi uscii dalla stanza del principe Rowan; la porta cigolò leggermente chiudendosi alle mie spalle. Mi servivano altre provviste; gli alloggi del Principe avevano un disperato bisogno di una pulizia profonda, ed ero determinata a restituire almeno una parvenza di dignità a quelle stanze trascurate.

Mentre mi affrettavo lungo il corridoio, vidi le guardie di stanza davanti ai suoi alloggi fissarmi minacciosamente. Improvvisamente, una figura emerse dalle ombre. Un uomo alto, dalla corporatura nervosa e con un ghigno perenne stampato in volto. I suoi occhi scintillarono di malizia quando incrociarono i miei, e sentii un brivido corrermi lungo la schiena.

«Ah, tu devi essere la nuova sposa del Principe», strascicò le parole, con la voce grondante di condiscendenza. «Sono Lark, l'intendente che un tempo ha avuto la sfortuna di occuparsi del nostro caro principe Rowan.»

Mi sforzai di fare un sorriso educato, sperando di mascherare il mio disagio. «Piacere di conoscerti, Lark. Stavo giusto cercando dove poter prendere altri prodotti per la pulizia.»

Lark si avvicinò, accentuando il ghigno. «Prodotti per la pulizia? Che ottima scusa! Faresti meglio ad abituartici, ragazzina. Gli alloggi del Principe saranno la tua nuova casa, e se fossi in te non nutrirei sciocchi pensieri di fuga.»

«Le guardie di stanza qui non ti lascerebbero superare nemmeno questo corridoio senza un ordine del Re. Non puoi mai lasciare gli alloggi del Principe.»

Il cuore mi sprofondò nel petto a quelle parole, ma mantenni la calma. «Perché dovrei voler scappare? Sono la moglie del Principe. Sono qui per servirlo.»

Rise, un suono aspro e stridente che echeggiò nel corridoio. «Servire il Principe, certo. Lascia che ti ricordi una cosa, mia cara. Il principe Rowan non è l'erede al trono. È il principe caduto in disgrazia, messo da parte e dimenticato. A nessuno qui importa di lui, nessuno qui vuole avere a che fare con lui. Sei stata portata qui per occuparti di lui finché vivrà. La Corona non fornirà una sola moneta per lui. Onestamente, a volte penso che stiano aspettando che smetta di aggrapparsi alla vita e muoia.»

Lo fissai scioccata. «Ma è ancora un principe! Come possono aspettarsi che badi a se stesso se non gli forniscono nulla?»

Gli occhi di Lark brillarono mentre guardava la collana che portavo al collo. La sua mano scattò in avanti e afferrò il ciondolo, sollevandolo leggermente. «Questo sembra prezioso. Che ne dici di iniziare con questo?»

Mi ritrassi di scatto, stringendo la collana in modo protettivo. «No! Questa è mia. Non puoi prenderla.»

Era l'unica cosa. L'unico legame che avevo con la mia madre naturale. L'unica cosa che mi aveva lasciato. Non potevo perderla.

Non dovevo perderla mai.

Il suo ghigno si trasformò in un ringhio. «Bene, fa' come vuoi.» Mi afferrò bruscamente i polsi e mi strappò via i bracciali d'oro, poi allungò le mani per strapparmi gli orecchini. Una fitta di dolore mi attraversò, ma mi rifiutai di gridare.

«Questi frutteranno qualche moneta», disse, ispezionando i gioielli prima di intascarli.

«Ti procurerò i prodotti per la pulizia che ti servono. Forse qualche ingrediente per della zuppa, se questo basterà a pagare anche quella.»

Lo fulminai con lo sguardo, con le mani che tremavano di rabbia e umiliazione. «Non è giusto», sussurrai, più a me stessa che a lui.

Lark ignorò la mia protesta. «Un'ultima cosa», disse, voltandosi per andarsene. «Il principe Rowan segue una dieta liquida. Dagli solo zuppe, non riesce a digerire nient'altro.»

Detto questo, sparì lungo il corridoio, lasciandomi lì in piedi, a ribollire in un misto di rabbia e confusione. Come ero finita in quella situazione? Cosa aveva fatto il principe Rowan per meritare un simile trattamento?

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