8 - Cosa nascondono i tunnel
LIRA
Mi immobilizzai.
Lentamente mi voltai, e lei era lì. Lady Amara Fenwick, appoggiata con noncuranza al muro, con quel solito sorrisetto obliquo che portava addosso come una seconda pelle.
«No,» dissi con calma, tenendo la voce ferma. «Sto solo esplorando.»
Inclinò la testa, squadrandomi con uno sguardo che diceva chiaramente che non ci credeva nemmeno per un istante. I suoi poteri le rendevano fin troppo facile comparire dal nulla, avvolgendosi nell’invisibilità. Non c’era da stupirsi se non l’avevo sentita. Tra tutte le ragazze di questa selezione maledetta, era l’ultima che volessi alle calcagna.
«Esplorando?» ripeté, la voce densa di divertimento. «Audace da parte tua, considerando che il resto di noi se ne sta nei corridoi principali come docili pecorelle. Ma tu non mi sembri il tipo docile, Lira of the Vale.»
Il cuore mi martellò nel petto, ma tenni l’espressione composta e mi costrinsi a sorridere. «Mi piace prendere confidenza con l’ambiente, tutto qui.»
Nei suoi occhi guizzò la malizia mentre si avvicinava. «Sei interessante. Te lo concedo. Ma fa’ attenzione: certi vecchi corridoi hanno le orecchie. E gli piace spettegolare.»
Si girò sui tacchi e si allontanò ondeggiando, lasciandomi lì, a cercare di non crollare per il sollievo. Avevo le mani umide.
Troppo vicino.
La prossima volta avrei dovuto stare più attenta. Amara aveva quasi beccato me. Me lo imposi come promemoria: evitarla, se avessi voluto sgattaiolare di nuovo in giro. Sapevo che aveva dei poteri, ma non avevo capito che fosse così veloce. O così curiosa.
Eppure non avevo alcuna intenzione di rinunciare.
Mi voltai di nuovo verso il muro, le dita che sfioravano la pietra gelida. Poi lo sentii: una fessura lieve, quasi invisibile, nascosta dietro un arazzo lacero. Il respiro mi si bloccò. Piano, spinsi contro quel punto e, con un gemito sommesso di pietra antica, la parete cedette.
Si rivelò un passaggio stretto.
Senza esitare, entrai; all’imboccatura del passaggio c’era una torcia, e la presi.
L’aria era umida e odorava di terra vecchia. Le pareti erano vicine, fin troppo, e le ombre danzavano nella luce tremolante della torcia. Ma non mi importava. Era questo che mi serviva. Quel tunnel nascosto poteva essere la chiave di tutto: origliare, muovermi di nascosto, fuggire se fosse stato necessario. Era perfetto.
Avanzai in punta di piedi, il cuore che rimbombava a ogni passo, mentre nella mente tracciavo già la mappa delle svolte. Me lo sentivo nelle ossa: era importante. Era mio.
Poi lo udii: dei passi.
Spensi la torcia e mi appiattii contro la parete, trattenendo il fiato.
I passi si fecero più forti, più vicini, poi si fermarono.
«Interessante,» mormorò una voce.
Il sangue mi si ghiacciò.
Il Principe ereditario Cassian.
«Chiunque tu sia,» disse, la voce bassa e curiosa, «è meglio che tu speri che io non ti trovi!»
Non mi mossi. Non respirai. La sua voce rimbalzò nel passaggio, affilata e pericolosa. Dopo un momento, il suono dei suoi passi si affievolì.
Solo allora lasciai uscire il fiato.
Riaccesi la lanterna con le mani che mi tremavano e mi inoltrai di corsa nel passaggio, con gli occhi spalancati e all’erta. L’aria si fece più fredda, il cunicolo più stretto. Trovai un sentiero laterale, a malapena abbastanza largo da lasciarmi passare, e mi ci infilai strusciando di lato. A terra c’era una torcia arrugginita, il manico avvolto in una stoffa sfilacciata. La raccolsi e la accesi con la lanterna, poi spensi quest’ultima per risparmiare combustibile.
Il nuovo tunnel si contorceva con una curva secca e scendeva in pendenza. Mi mossi in fretta ma con cautela, mentre alle mie spalle rimbalzavano echi lievi. Non sapevo se fosse Cassian o qualcos’altro, ma non avevo nessuna intenzione di restare lì ad aspettare per scoprirlo.
Poi, all’improvviso, il cunicolo angusto si aprì.
Entrai in una caverna immensa.
La torcia illuminava a malapena lo spazio, eppure ne sentivo la vastità. Il soffitto spariva nel buio, e l’aria era densa, quasi viva. Feci un passo avanti, con il terreno irregolare sotto gli stivali.
Una grotta. Una grotta proprio sotto il palazzo.
Chi altri sapeva che esisteva?
Allora lo udii: un suono basso, ritmico. Un pulsare. Come un battito cardiaco, lento e costante. La fiamma della torcia vacillò e io mi immobilizzai.
Il suolo tremò.
Le ombre si mossero.
E poi li vidi: due enormi occhi dorati che brillavano nel buio.
Indietreggiai barcollando, e la torcia mi scivolò di mano.
Un drago.
Un drago vero, vivo, terrificante.
Le sue scaglie nere luccicavano come ossidiana, e si muoveva con una grazia innaturale, incombeva su di me. Non riuscii nemmeno a gridare. Il corpo mi si serrò, bloccato.
Avrei dovuto correre quando ne avevo la possibilità. Non sarei mai dovuta venire qui. Che cosa mi era saltato in mente?
Sarei morta.
Ma il drago non attaccò.
Invece espirò un fiato fumoso che mi investì, caldo e stranamente rassicurante. E poi lo sentii, non con le orecchie, ma dentro la testa.
«Non appartieni a questo luogo, piccola», disse. La sua voce era profonda e antica, e mi echeggiò nelle ossa. «Lascia questo posto e non dire a nessuno ciò che hai visto. Se tieni alla vita, dimenticherai questo incontro.»
Lo fissai, a bocca aperta. Avevo mille domande: perché era lì? Perché sotto il palazzo? I draghi vivevano lontano da Aurelia, nel Dragon’s Keep a Elderich. Che cosa ci faceva quello lì?! Che cosa stava custodendo?
Ma non riuscii a parlare. La forza del suo sguardo mi teneva muta.
Così annuii. Piano. Tremando.
Raccolsi la torcia e arretrai, mentre il drago mi osservava per tutto il tempo. I suoi occhi dorati non battevano mai le palpebre.
Appena raggiunsi il tunnel, mi voltai e corsi.
Non mi fermai finché non fui tornata all’ingresso nascosto, con i polmoni in fiamme e le mani che mi tremavano. Mi infilai nei corridoi del castello come un’ombra, e mi voltai un’ultima volta.
L’arazzo oscillò piano nella brezza, nascondendo l’entrata alla vista.
Ora un segreto viveva dentro di me. Uno che avrei custodito, almeno per il momento.
Ma sapevo che non era finita.
Il drago mi aveva avvertita. Però io l’avevo visto. L’avevo trovato.
Avevo la sensazione che l’avrei rivisto.
