La Selezione della Regina dei Draghi

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5 - Le tredici rose

CASSIAN

Lei sorrise con dolcezza. «Sì, Vostra Altezza. Ma il mio povero marito, che gli dèi gli diano requie, è morto prima che la nostra unione fosse mai consumata.»

Inarcai un sopracciglio. «Ah. Mi dispiace sentirlo.»

«Una perdita tragica» disse, con voce civettuola. «Ma trovo conforto nell’opportunità che mi ha portato. Essere qui. Stare davanti a voi.»

Le rivolsi un sorriso rigido. «Grazie» dissi, e mi congedai alla svelta, più in fretta che potei.

Col trascinarsi della serata, la mia pazienza si assottigliò. Ogni ragazza sembrava uguale. Lo stesso sorriso. La stessa riverenza. Lo stesso bagliore disperato negli occhi, come se stessero tutte facendo un’audizione per una parte che neppure capivano.

I miei amici continuavano a parlare, continuavano a mettere in classifica le ragazze come fossero cavalli a un’asta.

Mi chinai verso Lord Hawke e mormorai: «Pensi davvero che qualcuna di loro sia pronta a cavalcare un drago? Pensi che la metà di loro ne abbia mai visto uno da vicino?»

Lui ridacchiò, ma il tono era più serio del solito. «Forse Lady Trevanne non batterà ciglio. Ma Lady Elora? Non riesco a immaginarla mentre monta un drago senza svenire. Non stai scegliendo solo una moglie, Cassian. Stai scegliendo una cavalcatrice. Una sovrana. Devi scegliere qualcuno abbastanza forte da reggere il peso di questo regno.»

Fissai la sala da ballo scintillante e sentii un nodo serrarmi il petto.

«Dovere» borbottai, amaro.

La parola mi lasciò in bocca il sapore della cenere. «Conosco il mio dovere. Me l’hanno ricordato ogni giorno della mia vita. Ma dimmi: come dovrei scegliere quella giusta, quando ogni ragazza qui dentro finge di essere qualcosa che non è? Come posso sapere chi è davvero, se tutto ciò che vedo è una recita?»

Nessuna mi sembrava vera. Nessuna mi sembrava… giusta.

E mi spaventava più di quanto volessi ammettere.

«Tutto ciò che conta è che, alla fine della Selezione, ci sarà una donna al tuo fianco, e sarà la tua Regina. Non basta?» chiese Reginald, portandosi un calice alle labbra.

«Basta?» sbuffai, con la parola che mi graffiava la gola, amara. «E se non fosse chi fingeva di essere?»

Lasciò uscire una risata secca e mi diede una pacca sulla spalla. «Mi stai dicendo che ti importa davvero, Cassian? Perché lo sappiamo entrambi: non ti importa. Ti importa almeno di sposarti?»

Non risposi.

Perché aveva ragione.

Mentre il ballo continuava intorno a me, gli abiti che vorticavano, le risate che rimbalzavano sul soffitto a volta, l’odore di vino e rose che gravava nell’aria, non sentivo altro che un lento, corrosivo peso alla base della schiena. La corona. Un fardello. Le aspettative che non ho mai chiesto.

Non ho mai voluto essere re.

E di certo non volevo una moglie che fosse soltanto un altro pezzo ben piazzato nel rompicapo reale.

Ma la voce di mio padre infestava ogni decisione. Assicurati una sposa. Scegli un legame solido. Rafforza la linea di sangue. Era stato chiarissimo.

Così restai lì, come un burattino con un sorriso dorato, a fare ciò che ci si aspettava.

Lo sguardo mi scivolò di nuovo sul mare di ragazze. Avevo già parlato con la maggior parte di loro, offerto saluti imparati a memoria e annuito al momento giusto. Erano bellissime, tutte quante levigate e perfette, con abiti pensati per impressionare e voci addolcite per compiacere.

Poi qualcosa cambiò.

O forse ero io.

Dall’altra parte della sala, una figura mi catturò l’attenzione, qualcuno che prima non avevo notato.

Non era come le altre.

Un modesto abito verde. Niente gioielli. Nessun sorriso dipinto. I capelli erano intrecciati, ma non nel modo elegante che preferiva mia madre. Sembravano raccolti in fretta. Non portava collane né orecchini: solo un unico anello d’oro al dito, che brillò quando la luce del lampadario lo colpì.

E non mi stava guardando. Non ci provava nemmeno.

Stava parlando con un’altra ragazza, le spalle rilassate, il linguaggio del corpo indecifrabile. Non sembrava nervosa. Non sembrava impressionata. Anzi, pareva… annoiata.

«Chi è quella ragazza?» chiesi a Reginald, accennando con il capo nella sua direzione.

Seguì il mio sguardo e strizzò gli occhi.

«Oh, non saprei. Immagino sia la figlia di qualche lord di minor conto…»

Continuai a osservarla. C’era qualcosa in lei che rendeva ovattato tutto il resto della sala.

«Sai chi è?» domandò Reginald agli altri lì vicino.

Tutti scossero la testa.

«Non abbiamo la minima idea di chi sia», disse uno di loro, con una scrollata di spalle.

«Be’, qualcuno dovrà pur conoscerla», borbottai, più tra me che per loro.

Non stava cercando di farsi notare. Non inseguiva la mia attenzione. Eppure ce l’aveva.

C’era qualcosa in lei, qualcosa di affilato sotto la quiete. Un guizzo di fuoco dietro quegli occhi color ambra. Non stava giocando la partita come gli altri. A dire il vero, non sembrava importarle affatto.

Socchiusi gli occhi.

Chi diavolo era?

Non conoscevo il suo nome, non ancora. Ma mentre restavo lì, a guardarla dall’altra parte della stanza, una cosa la sapevo con certezza.

Era diversa.

Mi costrinsi a distogliere lo sguardo, riportando l’attenzione alle conversazioni in corso. Ma la sua immagine mi rimase in mente come fumo che rifiuta di dissolversi.

Avrei giocato la partita. Proprio come tutti gli altri.

LIRA

La sala del trono del palazzo Valemont era ancora più grandiosa di quanto avessi immaginato: archi enormi che salivano come guglie verso il soffitto, stendardi dorati appesi a ogni parete, accesi dalla luce morbida del sole che filtrava attraverso le vetrate istoriate. Stavo in fila con le altre dodici ragazze, in una riga ordinata: schiena dritta, il cuore che martellava così forte che ero certa qualcuno potesse sentirlo.

Ogni cosa sembrava fin troppo levigata. Fin troppo perfetta. Non apparteneva a ragazze come me.

Ci avevano chiamate lì per incontrare la regina. La regina Seraphina, la Regina dei Draghi che governava, madre di quel principe cupo che a malapena degnava una di noi di uno sguardo.

Anche lei, un tempo, era stata al nostro posto. Però dubitavo che fosse entrata in quel palazzo con scarpe prese in prestito, indossando un vestito rattoppato tre volte lungo le cuciture.

Nella sala regnava il silenzio, rotto soltanto dal fruscio degli abiti. Seta, raso e pietre preziose scintillavano tutto intorno.

Il mio vestito verde, al confronto, sembrava semplice, persino smorto. Ma tenni alto il mento.

Parlò per primo l’istruttore reale, con una voce alta e gonfia d’orgoglio.

«Ognuna di voi è consapevole del peso di questo momento» esordì. «Diventare una Regina dei Draghi è la più grande delle ambizioni. È la ricompensa per anni di preparazione: magia, grazia e dovere.»

Le sue parole erano fatte per impressionare. Forse anche per spaventarci. Ma io ne avevo sentite di peggiori, crescendo. Le parole non mi spaventavano. Le persone sì.

«Molte di voi falliranno» disse. «Ma se arriverete alle prove del drago, verrete ricordate con grande rispetto.»

Fallire non era la mia preoccupazione più grande.

Tenni il volto impassibile, gli occhi avanti, fingendo come le altre. Ma dentro facevo quello che avevo sempre fatto: osservare. Calcolare. Misurare i rischi.

Cassian sedeva poco distante, sprofondato sulla sedia come se non avesse voglia di essere lì. Il suo viso non lasciava trapelare nulla, ma colsi quel guizzo nei suoi occhi. Stava prestando più attenzione di quanto volesse far credere. Non sapevo che cosa pensasse di tutto questo, però non mi aveva guardata nemmeno una volta.

Bene.

Poi avanzò la regina, aggraziata e solida. La sala parve immobilizzarsi intorno a lei. Parlava con potere, ma senza collera. Più come qualcuno che non ha bisogno di alzare la voce per incutere timore.

«Mie care dame» disse. «Siete qui non soltanto per conquistare il favore del Principe della Corona, ma anche per dimostrare di essere degne di legarvi a un drago.»

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