La Selezione della Regina dei Draghi

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4 - Il ballo di benvenuto

LIRA

«Sì. Lady Lira Vale. C’è qualche problema?» chiesi, cercando di mantenere la calma anche se il cuore mi martellava ancora nel petto.

L’Istruttore Reale scosse il capo. «No, no. Sono soltanto sorpreso. Come sai, tuo nonno non si presenta a corte da molti anni. Non eravamo certi che avrebbe onorato l’invito.»

Per poco non sospirai di sollievo. Dunque era quello, semplice curiosità.

«Viviamo lontano dal palazzo,» risposi. «A cavallo ci vogliono tre giorni dalle montagne. La salute di mio nonno non gli permetterebbe un viaggio così lungo, ma manda i suoi omaggi.»

«Capisco…» mormorò, posando ancora una volta gli occhi sulla lettera.

Poi alzò lo sguardo su di me. «Bene, benvenuta, Lady Lira. Puoi andare nella grande sala. Il ballo di benvenuto è già cominciato. Ti auguro buona fortuna.»

Accennai un rapido cenno del capo e mi allontanai, attenta a non muovermi troppo in fretta e attirare altra attenzione. Volevo soltanto sparire tra la folla prima che cambiasse idea e mi richiamasse indietro. Le spalle si sciolsero appena quando uscii dalla fila.

La grande sala da ballo risplendeva di luce dorata. I lampadari, sospesi in alto, versavano un chiarore soffuso sulle ragazze nei loro abiti e sui nobili già riuniti. Ogni cosa scintillava come un sogno. Ma per me era un sogno costruito sulle menzogne.

«Lady Lira Vale?» chiamò qualcuno.

Mi voltai verso la voce. Un’attendente di corte era lì, con qualcosa di rosso in mano.

«Sì?» risposi, mantenendo un tono cortese.

Si avvicinò e sollevò una rosa.

«Ecco. Ogni lady nella Selezione della Regina Drago deve indossare questa rosa, così la corte sa chi siete,» spiegò.

La fissò con cura sul mio abito verde smeraldo. Abbassai lo sguardo, sentendone il peso premere contro il petto. Non solo il tessuto: anche il segreto che mi portavo dentro.

«Va bene. Grazie,» dissi piano.

L’attendente mi osservò per un istante in modo un po’ strano, poi fece un breve inchino e se ne andò. Forse aveva notato che qualcosa non quadrava. O forse ero io, ancora una volta, a farmi paranoie.

La sala fremeva d’eccitazione, ma sotto a tutto quello c’era anche tensione. L’aria sembrava quasi troppo pesante. Ci stavano conducendo nel cuore del palazzo, alla nostra prima apparizione ufficiale come concorrenti.

Il ballo di benvenuto.

Ognuna di noi aveva la stessa rosa rossa appuntata all’abito. Un unico fiore che ci segnava come parte della Selezione. Un simbolo della nostra occasione. Un simbolo della lotta che ci aspettava.

Sfiorai la mia con leggerezza. I petali di seta erano morbidi, eppure a me parevano taglienti. Un avvertimento. Non ero lì per una corona né per l’amore. Ero lì per la giustizia.

Le altre ragazze erano disposte in file perfette, tutte bellissime, impeccabili, sicure di sé. Indossavano sete luccicanti e gioielli che scintillavano sotto le luci. Avevo scelto il vestito migliore che fossi riuscita a trovare nel guardaroba di Lady Lira, ma anche così non reggeva il confronto. Non avevo una cameriera ad aiutarmi a vestire. Nessun precettore di corte a dirmi come comportarmi. Non mi ero nemmeno truccata. Solo una treccia semplice tra i miei ricci castani. Sembravo… anonima.

Eppure tenni la schiena dritta. Dovevo farlo. Perché ero arrivata fin lì.

Poi i grandi battenti della sala si spalancarono e il silenzio calò sulla stanza come una tenda pesante.

La famiglia reale era arrivata.

Il Re Drago Edric Valemont e la Regina Drago Seraphina entrarono per primi, solenni e padroni di sé. La loro presenza riempì lo spazio, anche senza una parola.

Dietro di loro venne il Principe Ereditario Cassian.

E, in un istante, ogni sguardo si spostò.

Camminava come se non gli importasse nemmeno di essere lì. Era bello, proprio come dicevano. Di una bellezza ingiusta, in effetti. I capelli scuri erano pettinati con cura, e la linea netta della mascella catturava la luce mentre guardava intorno, palesemente annoiato. A malapena ci degnò di uno sguardo.

Eppure vidi come alcune ragazze lo fissavano, come se fosse già loro. Non le biasimavo. C’era qualcosa di magnetico in lui, persino nel suo disinteresse.

Ma io non ero lì per lui. Non ero lì per innamorarmi.

Ero lì per farla pagare alla famiglia reale.

La regina Seraphina fece un passo avanti e sollevò appena il mento prima di rivolgersi a noi.

«Vi do il benvenuto. Tra voi c’è la futura Regina dei Draghi di Aurelia», disse, con una voce ferma ed elegante.

«Una di voi ha la possibilità di sposare il principe ereditario Cassian e regnare al suo fianco. Una di voi sarà la sua sposa. Una di voi diventerà una cavalcatrice di draghi.»

Il suo sguardo scivolò su tutte noi, e le sue parole rimasero sospese nell’aria come una sfida.

«E devo avvertirvi: la posta in gioco è altissima.»

Strinsi le mani lungo i fianchi, e la rosa rossa mi sfiorò le dita.

Sì. La posta in gioco era altissima.

Ma non ero venuta fin qui per giocare pulito.

.................

CASSIAN

Il discorso di mia madre continuava a scorrere, monotono, ma i miei pensieri erano lontani dalle sue parole.

Me ne stavo di lato, ascoltando a metà, fingendo interesse mentre i miei amici — nobili delle famiglie più potenti di Aurelia — si radunavano attorno a me. Parlavamano delle ragazze, ovviamente. Con la stessa eccitazione con cui scommettevano sui duelli o sceglievano i cavalli prima di una battuta di caccia. Solo che, questa volta, stavano vivisezionando il mio futuro.

«Lady Calista Harthwell è tra le favorite», disse Lord Benton, sporgendosi con un sorriso d’intesa. «Ha la magia del fuoco. Taheer potrebbe gradirla. Suo padre, praticamente, possiede il consiglio. Saresti pazzo a non scegliere lei.»

Gli concessi un mezzo sorriso. «È ben preparata, glielo riconosco. Ma non si tratta solo di magia o di chi sia suo padre. Le prove dei draghi decideranno, alla fine.» Lasciai vagare lo sguardo per la sala, passando in rassegna le donne. «Per lei non sarà una passeggiata.»

«E Lady Vivienne Trevanne?» chiese un altro amico.

«Forza bruta. Quella ragazza potrebbe probabilmente lanciarti da una parte all’altra del campo d’addestramento. Ed è affilata come una lama. Non è qualcosa che si trovi spesso in una donna.»

Alzai un sopracciglio, l’angolo della bocca che mi si piegava in un ghigno. «Dovrebbe impressionarmi?» borbottai. «Ho sentito dire che è un po’… intensa. Dovrò giudicare con i miei occhi.»

Poi saltò fuori il nome di Lady Elora.

«È timida», riprese Benton. «Ma il nome di suo padre compensa ampiamente.»

Mi voltai verso di lei. Se ne stava vicino a una colonna, impegnata con tutte le forze a non farsi notare. Bellissima, sì, ma dolorosamente schiva. Benton non aveva torto.

«I miei genitori sarebbero entusiasti se la sposassi», dissi piano. «La famiglia Dorne praticamente sfama tutto il regno. Controlla fattorie e raccolti. Eppure qui ci sono molte pretendenti. Intendo dare a tutte una possibilità equa. Ognuna di loro potrebbe diventare regina.»

Benton sbuffò. «Non una qualunque. Dev’essere qualcuno di abbastanza degno da cavalcare un drago. Pensi davvero che qui siano tutte uguali? No. Tu sei legato a Taheer, il drago più potente in vita. Chiunque ti stia accanto dovrebbe essere più di una faccia carina con un cognome famoso.»

Aprii la bocca per ribattere che non mi importavano potere e politica, ma prima che potessi dire qualcosa un attendente mi fece cenno di avanzare per le presentazioni.

Eccoci.

Una dopo l’altra, le ragazze si misero in fila, offrendo i loro sorrisi migliori e battendo le ciglia. Io annuivo, sorridevo con educazione e ripetevo gli stessi complimenti insipidi. Dei, quanto sembrava tutto una recita.

«Altezza! Sono Lady Juliette Crestfall. Sarebbe un onore essere scelta come vostra Regina!» strillò quasi una ragazza, a un soffio dal mio orecchio.

Sbattei le palpebre. «Sì… Piacere di conoscervi», dissi, con voce piatta, già intento a guardare oltre lei.

«Lady Elora Dorne», annunciò l’attendente.

Lei fece un passo avanti, con gli occhi bassi. «S-Sì, Altezza. È davvero un onore essere qui», sussurrò, a malapena udibile.

Le rivolsi un sorriso piccolo, neutro. «Spero che la serata vi stia piacendo.» Quando annuì, passai oltre.

Poi arrivò un nome che mi costrinse a fermarmi.

«Lady Cassandra Evernight.»

Quel nome… lo conoscevo.

Mi voltai, e lei era lì. Alta, sorprendente, in un abito con una scollatura così profonda che dovetti impormi di guardare ovunque tranne che il suo seno pieno. La sua presenza era… studiata.

«Lady Cassandra», dissi lentamente. «Perdonatemi. Ero convinto che foste sposata.»

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