3 - Che i giochi abbiano inizio
LIRA
«Che cosa posso fare per aiutarti?» chiese Callum, con la voce bassa e ferma, mentre io percorrevo avanti e indietro la lunghezza della sua stanzetta. «Come faccio ad aiutarti a prepararti per la Selezione della Regina?»
Non mi fermai. Non potevo fermarmi. Se avessi smesso di muovermi, avrei cominciato a pensare. E se avessi cominciato a pensare, mi sarei resa conto di quanto fosse davvero folle questo piano.
«Be’, per prima cosa,» dissi, contando sulle dita, «dovrai scrivere una lettera di risposta. Deve accompagnarmi a palazzo. È il mio biglietto d’ingresso. Deve dimostrare che Lord Vale ha accettato l’invito della Famiglia Reale a partecipare alla Selezione della Regina.»
Callum annuì, allungando già la mano verso la pergamena.
«Deve anche riportare il sigillo della famiglia Vale,» continuai, «e pretendono una lettera che confermi che la mia… virtù è ancora intatta.»
La mano di mio fratello si arrestò sopra il foglio.
Gli vidi la mascella irrigidirsi, appena, solo per un momento. Poi fece un cenno secco.
«Troverò il sigillo di famiglia dei Vale,» disse, pensieroso. «Il vero problema è falsificare la grafia di Lord Vale.» Tamburellò le dita sul piano della scrivania di legno. «Ha una calligrafia assurda. Svolazzi in punti dove nessuno mette svolazzi. Incrocia le T al contrario. Ho visto abbastanza sue lettere da sapere che non sarà facile.»
Sospirai, massaggiandomi le tempie. Il mal di testa mi stava montando da ore, un pulsare sordo e ostinato dietro gli occhi.
«Appunto. Dobbiamo farlo bene. Sai che controlleranno. E dev’essere perfetto.»
Callum mi guardò allora, mi guardò davvero. I suoi occhi scuri scandagliarono il mio viso, in cerca di esitazione, di dubbio, di qualsiasi segno che potessi cambiare idea.
Non ne trovò.
«Non preoccuparti delle lettere,» disse infine. «Le scrivo io. E mi assicurerò che siano perfette.»
Sbattei le palpebre. «Lo faresti per me?»
«Certo.» Sorrise appena. «Devo farlo. Altrimenti ti beccano. E poi dovrò spiegare al fantasma di Father perché ho lasciato che sua figlia sconsiderata entrasse in un palazzo pieno di draghi con addosso solo i vestiti di una ragazza morta e una lettera falsificata.»
Risi, un suono piccolo e sorpreso che mi scappò prima che potessi trattenerlo.
«E poi,» aggiunse Callum, «cos’altro dobbiamo preparare?»
Raddrizzai le spalle. «Una carrozza che mi porti a palazzo. E dei vestiti… ma per quelli controllerò il guardaroba di Lady Lira. Credo sia tutto.»
«Ho messo da parte un po’ di soldi. Posso noleggiare una carrozza.»
Mi si aggrottò subito la fronte. «Callum, non voglio che tu spenda tutti i tuoi soldi per me.»
«Non li stai usando tu. Te li do io.»
«È la stessa cosa.»
«Non è affatto così.» Incrociò le braccia. «E poi non voglio che gli altri qui scoprano il nostro piano. Noleggiare una carrozza è l’unico modo per andarcene in silenzio.»
Gli altri.
I pochi servi che lavoravano ancora in quella tenuta in rovina. La cuoca che fingeva di non vedere quando spariva del cibo. Lo stalliere che non chiedeva mai dove andasse Callum di notte.
Erano stati buoni con noi. Gentili, in modi che non avrebbero dovuto.
Ma la gentilezza non era la stessa cosa della lealtà.
E la lealtà si poteva comprare.
«Be’,» dissi piano, «se è l’unico modo, allora immagino che non abbiamo scelta.»
Callum annuì.
E nessuno dei due parlò del prezzo.
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Quattro giorni dopo.
Il Palazzo Reale.
La carrozza sobbalzò e si fermò.
Premetti il palmo piatto contro lo stomaco, cercando di placare il rivolgimento che avevo dentro. C’erano voluti quattro giorni per raggiungere la capitale, quattro giorni di strade sconnesse e notti insonni e del peso costante, schiacciante, di ciò che stavo per fare.
La preparazione vera era durata di più.
Trovare nell’armadio di Lady Lira abiti adatti a una presentazione era stato difficile. La maggior parte dei suoi vestiti era fuori moda, scolorita da anni di inutilizzo. Mio fratello aveva racimolato fino all’ultima moneta per comprarmi qualche cosa in più, un mantello qui, un paio di guanti là, e per noleggiare la carrozza che mi aveva portata fin lì.
Abbassai lo sguardo sul vestito.
Verde scuro. Semplice. Niente a che vedere con gli abiti scintillanti che le altre ragazze avrebbero indossato.
Non importa, mi dissi. Non sei qui per impressionarle. Sei qui per distruggerle.
Lo sportello della carrozza si aprì.
Un lacchè mi porse la mano.
La presi.
E scesi nella tana del leone.
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Il cortile era un caos.
Le carrozze costeggiavano il vialetto di ciottoli, a decine, una più elaborata dell’altra. I cavalli scalpitavano e sbuffavano, il fiato che si condensava nell’aria fresca del mattino. I servi si affaccendavano con bauli e bracciate di seta, urlandosi ordini l’un l’altro in una dozzina di accenti diversi.
E ovunque, ovunque, c’erano ragazze.
Nobili dame in abiti di ogni colore immaginabile, i capelli appuntati e profumati, i volti dipinti con sorrisi accurati, provati. Si muovevano in gruppetti, bisbigliando dietro mani inguantate, misurandosi a vicenda con occhi che non si lasciavano sfuggire niente.
Io ero arrivata per ultima.
La mia carrozza era stata la più economica, la più piccola, la meno impressionante. Sentivo gli sguardi delle altre ragazze scivolarmi addosso e oltre, liquidarmi prima ancora di aver davvero messo a fuoco il mio viso.
Bene.
Che mi sottovalutino.
Mi accodai in fondo alla fila, attenta a tenere la testa alta e l’espressione neutra. Intorno a me, le altre ragazze scintillavano come gioielli.
Lady Vivienne Trevanne fu la prima a scendere dalla carrozza. I capelli scuri le cadevano sulle spalle come seta e l’abito, di un cremisi profondo, ricamato con filo d’oro, le avvolgeva ogni curva. I Trevanne erano noti per la loro forza. In tutto il regno era considerata una benedizione poter dire: Che tu abbia la forza dei Trevanne.
Vivienne sembrava capace di spezzare un uomo in due a mani nude.
Mi annotai mentalmente di restarle dalla parte giusta.
Poi venne Lady Saphira Caelum.
Indossava argento e azzurro, e l’abito scintillava come luce di stelle, scintillava davvero, come se il tessuto fosse stato tessuto con diamanti polverizzati. Non camminava tanto quanto fluttuava, e i piedi parevano appena sfiorare il suolo.
Lady Elora Dorne arrivò per ultima.
Era diversa dalle altre. Più morbida. Più silenziosa. Con quell’aria timida. L’abito era di un giallo pallido, semplice, senza pretese, e i capelli castani erano stati fermati all’indietro in un’acconciatura quasi severa.
Eppure Elora era più ricca di tutti noi messi insieme.
I Dorne avevano un dono: la vita dalla terra. Le loro fattorie nutrivano più della metà del regno, e ogni bambino nato nella loro famiglia aveva il potere di far crescere qualcosa dal nulla. Grano in inverno. Fiori nel gelo. Speranza nel mezzo della disperazione.
Elora non aveva bisogno di diamanti.
Lei aveva qualcosa di molto più prezioso.
Mentre scendevamo e ci avviavamo verso il palazzo, sentivo gli sguardi addosso da ogni direzione.
I cortigiani osservavano dai balconi, i volti mezzi nascosti dietro ventagli e mani. I servi bisbigliavano dietro dita guantate, già scommettendo su chi sarebbe rimasta e chi sarebbe partita. Le guardie stavano immobili come statue, le armature che brillavano nel sole del pomeriggio.
Ogni sguardo. Ogni passo. Ogni parola.
Giudicati.
E poi,
Lady Calista Harthwell uscì dalla sua carrozza.
Pareva che la folla trattenesse il fiato.
Era bella, non c’era altro modo per dirlo. Capelli come oro filato, occhi come brina d’inverno, labbra piegate in un sorriso che non arrivava mai del tutto allo sguardo. L’abito era bianco, immacolato, ricamato con filo d’argento che catturava la luce a ogni movimento. Sembrava un abito da sposa.
Posò il piede sui ciottoli come se le appartenessero già.
Come se il palazzo fosse già suo.
Lo sguardo le scivolò sul cortile, sulle altre ragazze, sui servi, sulle guardie, e la vidi calcolare. Soppesare. Architettare.
Non avevo mai incontrato Calista Harthwell prima di allora.
Eppure lo sapevo già: era una pretendente al trono.
«Entrate, signore! Avanti, avanti!»
Una voce risuonò nel cortile, attirando ogni sguardo.
In cima alla scalinata stava un’istruttrice reale, una donna sulla cinquantina, dai capelli grigi e dai tratti taglienti, con occhi a cui non sfuggiva nulla. Batté le mani una volta, secco, come uno schiocco di frusta.
«Per favore, disponetevi in fila indiana. Raccoglieremo prima le vostre lettere sigillate, poi potrete entrare nella grande sala per la cerimonia di benvenuto.»
La fila si formò in fretta.
Io presi posto proprio in fondo.
Il cuore mi martellava.
Lo sentivo in gola, alle tempie, fin sulla punta delle dita. Se la lettera non fosse stata giusta, se il sigillo fosse risultato imperfetto, se la grafia non avesse convinto, se qualunque dettaglio mi avesse tradita...
Non si sarebbero limitati a cacciarmi.
Mi avrebbero giustiziata.
Spacciarsi per una nobile era tradimento.
E il tradimento significava morte.
Lo sapevi, mi dissi. Conoscevi il rischio. L’hai scelto lo stesso.
La fila avanzava rapida.
Una ragazza dopo l’altra si faceva avanti, consegnava la lettera e veniva fatta passare. L’istruttrice a malapena le guardava: un controllo svelto del sigillo, un cenno, un gesto verso le porte.
Ma più mi avvicinavo all’inizio, più il nodo nello stomaco si stringeva.
Le mani mi tremavano.
Le intrecciai dietro la schiena, affondando le dita nei palmi finché il dolore non mi ancorò al presente.
Respira.
Respira soltanto.
Alla fine...
Toccò a me.
Feci un passo avanti.
Lo sguardo dell’istruttrice mi passò addosso, una volta, due, valutando. Mi costrinsi a restare immobile sotto quel peso, a mantenere un’espressione morbida e disponibile, come immaginavo sarebbe apparsa la vera Lady Lira.
Nervosa. Entusiasta. Un po’ sopraffatta.
Niente di più.
«La vostra lettera, mia lady», disse l’istruttrice.
Gliela consegnai.
Le dita non tremarono.
Brava ragazza, mi dissi. Tieni duro.
L’istruttrice prese la lettera. Esaminò prima il sigillo, facendo scorrere il pollice sulla ceralacca cremisi, in cerca di imperfezioni, di segni di manomissione.
Poi lo ruppe.
E cominciò a leggere.
Io trattenni il respiro.
I secondi si dilatarono. Ognuno sembrava un’ora.
Leggeva lentamente. Con cura. La fronte le si increspò appena e le labbra si muovevano mentre seguiva le parole.
Non aveva dedicato tanto tempo a nessuna delle altre lettere.
Non a quella di Vivienne. Non a quella di Saphira. Nemmeno a quella di Calista.
Perché ci mette così tanto?
Era la grafia? La formulazione? La firma?
Callum aveva sbagliato?
Avevo sbagliato io?
Il panico sussurrò in fondo alla mente, morbido e insinuante.
Rinuncia.
Ti hanno scoperta.
Scappa prima che ti trascinino nelle segrete.
Ma non mi mossi.
Non potevo muovermi.
I piedi erano piantati sul selciato, le mani ancora intrecciate dietro la schiena, il volto fissato in quella maschera accurata e gradevole.
L’istruttrice finì di leggere.
Ripiegò la lettera con lentezza.
E poi alzò lo sguardo su di me.
La fronte era aggrottata. Gli occhi erano acuti, più acuti di un attimo prima.
«Lady Lira of the Vale?» chiese.
Sul suo viso passò un lampo di confusione.
Mi gelai.
Lo sa.
Lo sa.
