Capitolo 2 Primo sguardo
Il punto di vista di Draco
«Io… io mi dispiace, signor Giordano. Io, io…» balbettò, mentre gli andavo addosso come un predatore.
«Dov’è la mia spedizione?» ringhiai, facendo girare un coltello tra le dita come fosse un manganello.
«Io n-n-non s-so… c-c-che… di c-cosa st-sta p-pa-parlando, D-D-D…» sputò fuori a stento, e in quel momento un odore mi colpì, forte, nauseante.
«Cazzo! Non di nuovo, Draco. Pare che tu abbia un certo effetto sulla gente.» Gino se la ride, portandosi una mano sul viso.
«Che devo fare, comprarmi una fottuta scorta di pannolini per questi uomini fatti? Cristo. Schifoso di merda, dimmi dov’è la mia spedizione. Non lo chiedo un’altra volta.» Lo sputai fuori fermandomi a un palmo da lui. Respiravo forte, la faccia rossa di rabbia, gli occhi piantati nei suoi.
«Te l’ho detto. Non lo so, Don. Io non mi metterei contro di te. Non lo so.» Singhiozzò, con le lacrime che gli colavano sulle guance e il moccio che gli schizzava dal naso. Era un disastro, quell’uomo.
«Jose, Jose, Jose. TSK TSK TSK.» Scossi il capo e ricominciai a far danzare il coltello tra le dita, ostentando ogni movimento.
Feci un cenno a Gino perché prendesse posizione. Lui afferrò la mano di Jose e gli aprì le dita, una per una.
«No… no… non farlo, ti prego!» strillò come una checca.
«Stavo solo eseguendo degli ordini. Non è stata un’idea mia.» Lo sputò fuori.
«Dov’è la mia fottuta spedizione.» Appoggiai la lama su un suo dito e premetti, tagliando la pelle finché non comparve una linea sottile di sangue.
«L’hanno mandata dall’altra parte. È finita in un magazzino abbandonato a quarantacinque minuti da qui. Poi verrà trasportata in Messico.» Pianse, e io gli attraversai l’osso con un colpo secco, mozzandogli il dito. Urlò come se lo stessero ammazzando. Quel fottuto stridio acuto… non lo sopporto.
«Urla come una piccola puttana, capo.» Gino rise, scuotendo la testa.
«Gino.» Mi bastò guardarlo in un certo modo. Lui sapeva già. È per questo che è il mio secondo.
«Ci penso io. So esattamente di che magazzino sta parlando. Cazzo, là fuori non ci va mai nessuno. Sì, è a quarantacinque minuti… ma non per noi.» Lo disse mentre dava ordini ai miei uomini di muoversi.
Se non mi riprendevo quella spedizione di armi e munizioni, ci rimettevo una valanga di fottuti soldi. E tutte quelle maledette armi erano in fottute mani sbagliate.
L’avevo fatto portare nel mio ufficio, nel mio club, l’Obsidian. Ma giù, nel sotterraneo. Tanto ero già lì. Quei bastardi mi avevano rubato.
L’Obsidian è uno dei miei locali più redditizi. È bello, elegante. Specchi su quasi tutte le pareti, luci basse. Tavolini in marmo bianco e nero, tendaggi pesanti. Di sopra c’è l’Obsidian che vede il pubblico: un club di classe, elegante. Alcol, musica, gente che balla. C’è una zona VIP.
E poi c’è una parte ancora più esclusiva, oltre le corde di velluto rosso e la tenda nera illuminata dalla luce ultravioletta. Quella è solo per i membri. A chi fa domanda facciamo controlli approfonditi. E là dietro ci sono regole precise. Massimo due drink. Una regola che non permettiamo si infranga.
Poi c’è questo posto. Un piano sotto. Combattimenti clandestini. Può entrare chiunque. Due bar, uno a ciascuna estremità. Zone per le scommesse. C’è tutto.
Il mio ufficio è vicino al ring. Mi piace guardare i combattimenti mentre lavoro. E ogni tanto mi unisco anch’io.
Il vetro è a due vie: io vedo loro, ma loro vedono solo se stessi.
«Che c’è, capo? Che cosa ti ha attirato?» disse, seguendo il mio sguardo verso la finestra, cercando di capire cosa stessi fissando con tanta attenzione.
Scossi la testa, come se potessi scacciare quell’immagine.
«Allora, Jose, Jose… che dovrei fare con te? Di certo non sei stato un bravo ragazzo. Hai provato a prenderti ciò che non è tuo.» Girai intorno alla sedia, gli afferrai i capelli e gli tirai la testa all’indietro.
Qualcosa mi catturò. O meglio, qualcuno. Nel ring stava entrando una cosina minuscola. Dannazione, è di una bellezza indecente.
Gino si voltò, seguì la direzione dei miei occhi. «Ah, adesso capisco. Cazzo, è adorabile. Vuoi che vada a prenderti il numero?» disse con un’aria da scemo, muovendo le sopracciglia.
«Cosa? No!» Provai ad aggiungere altro, ma la vista di lei mi lasciò senza parole.
«Capo, non puoi dirmi che non era quello che stavi guardando.» Indicò lei, alzando un sopracciglio. Io sospirai e tagliai la gola a Jose da un orecchio all’altro.
«Pulisci questo pezzo di merda. Toglimelo di vista.» Ordinai, mentre la mia attenzione tornava alla mia piccola.
«È minuscola, capo. Però è dannatamente adorabile.» disse Gino, avvicinandosi alla scrivania dove ormai mi ero seduto, a guardarla.
«Sai cosa fare, Gino.» dissi, senza staccare gli occhi da lei.
