La Principessa dei Prigionieri (Libro 2)

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Capitolo 6 - Buongiorno?

Punto di vista di Margot

Per qualche secondo beato, dopo essermi svegliata, mi sono dimenticata dove mi trovavo.

Dimenticata dei soldati.

Dimenticata dei camion.

Dimenticata della prigione.

Dimenticata di lui...

Ho tenuto gli occhi chiusi mentre mi muovevo sotto le lenzuola morbide, il corpo appesantito dalla stanchezza, finché la realtà non è tornata a schiantarsi addosso a me, lentamente.

La casa.

La città.

L’indagine.

Lasciare Coban...

Al pensiero di lui mi si è stretto il petto, dolorosamente, mentre sbattevo le palpebre e mi svegliavo del tutto.

Mi ha accolto il silenzio.

Troppo silenzio.

Ho aggrottato appena la fronte, girando la testa verso l’altro lato del letto.

Vuoto.

La coperta accanto a me era accartocciata e abbandonata, e di Cara non c’era traccia.

All’istante mi si è chiuso lo stomaco.

Mi sono tirata su di scatto, facendo una smorfia quando una fitta di indolenzimento mi ha attraversato il corpo per via del viaggio infinito e dello stress di ieri. Mi dolevano le gambe mentre le portavo giù dal materasso, i piedi nudi che affondavano nel tappeto spesso.

«Cara?» La voce mi è uscita roca, impastata di sonno.

Nessuna risposta.

Il panico ha minacciato di salire per un istante, poi—

Il rumore dell’acqua che scorreva mi è arrivato da oltre il pianerottolo.

La doccia…

Il sollievo ha allentato qualcosa che avevo stretto nel petto.

Ah...

Stava bene.

Era ancora qui.

Ho espirato in modo tremante, passandomi una mano tra i capelli arruffati, prima di alzarmi lentamente in piedi.

Alla luce del giorno, la stanza sembrava ancora più assurda.

Enorme.

Più una suite di un hotel di lusso che un posto dove, teoricamente, ci tenevano contro la nostra volontà…

Mi sono avvicinata alla finestra piano, ancora avvolta in una delle camicie bianche extralarge che avevamo trovato nei cassetti la sera prima, dopo aver finalmente ceduto e smesso di farci divorare entrambe da crolli emotivi e sfinimento.

La cena era stata... strana.

Pizza al formaggio, semplice.

Però, dannazione, buonissima.

Ci eravamo sedute al tavolo da pranzo al piano di sotto a mangiare fette unte, mentre ogni pochi minuti ci scivolavano giù lacrime a caso, ogni volta che una di noi nominava qualcosa…

La prigione…

Gli uomini…

O che diavolo ci stesse succedendo adesso…

Il cibo era arrivato con patatine fritte, anelli di cipolla, bibite, salsa all’aglio e perfino barrette di cioccolato dopo, come se fossimo a un maledetto pigiama party invece che intrappolate dentro una città controllata dai militari.

Il senso di colpa per averne apprezzato anche solo un po’ mi era rimasto pesante sullo stomaco tutta la notte.

Perché niente di tutto questo avrebbe dovuto sembrare confortevole.

Non dopo tutto.

Non dopo averli lasciati indietro.

Soprattutto lui.

Ho deglutito a fatica a quel pensiero, raggiungendo le tende e spalancandole con uno strappo.

Una luce accecante è esplosa nella stanza all’istante.

Ho sibilato piano, strizzando gli occhi.

«Gesù...»

Il cielo fuori era di un azzurro doloroso.

Da qualche parte lì vicino cinguettavano degli uccelli.

Sembrava...

Pacifico.

C’erano dei giardinieri lì vicino…

Dei veri giardinieri…

Due uomini anziani che tagliavano cespugli e modellavano siepi come se fosse un quartiere da sogno in periferia.

Fiori annaffiati.

Alberi potati.

Casette perfette color pastello che brillavano sotto il sole.

Era orribile.

Come guardare qualcuno lucidare una bara.

Poi li ho visti…

Soldati!

A coppie, che pattugliavano con noncuranza i marciapiedi, i fucili penzolanti dalle mani, mentre ridevano tra loro come se fosse solo un altro normale turno del mattino.

Come se non ci fossero decine di ragazze terrorizzate intrappolate dentro quelle case.

Mi si è stretto il petto.

Eravamo davvero bloccate lì.

Completamente intrappolate in questo incubo da cartolina…

«Quella doccia era davvero una figata...»

Quasi ho urlato: tutto il mio corpo ha sobbalzato violentemente mentre mi giravo di scatto, stringendomi il petto.

Cara era dietro di me con un asciugamano in mano, e mi fissava come se fossi impazzita.

«Oh mio Dio!» ho ansimato.

Le sue sopracciglia sono schizzate in su, poi è scoppiata a ridere.

A ridere davvero.

«Gesù Cristo, Margot», sbuffò. «Calmati! Non mi hai sentita uscire?»

«Ero distratta!» mi difesi, senza fiato, premendo il palmo con più forza contro il cuore impazzito.

Poi però la guardai davvero.

E sbattei le palpebre.

Perché lei sembrava…

Diversa.

Più luminosa.

Più pulita.

I capelli umidi le ricadevano sciolti sulle spalle, e si era cambiata con uno dei vestiti dell’armadio di sopra.

Giallo pallido.

Un tessuto morbido che le segnava la vita alla perfezione prima di scendere fluido lungo le gambe.

Le stava benissimo.

E, in qualche modo, questo mi fece odiare quel posto ancora di più.

«Sembri molto più… luminosa oggi», ammisi con cautela.

Cara fece spallucce a disagio, abbassando lo sguardo su di sé.

«Io… avevo bisogno di sentirmi di nuovo umana», disse piano. «La doccia ha aiutato. I vestiti puliti hanno aiutato.»

Le dita sfiorarono leggermente il tessuto del vestito.

«E sinceramente?» sospirò. «Ero stanca di puzzare da criminale.»

Quella mi colpì più forte del previsto.

Perché non aveva torto.

«Anche il tuo livido oggi non sembra poi così male», aggiunse dopo avermi studiato il viso.

Aggrottai appena la fronte, poi mi avvicinai allo specchio della toeletta. Il mio riflesso mi fissò: capelli biondi in disordine, occhi gonfi e il livido attorno all’occhio già in fase di sbiadimento.

Aveva ragione.

Poteva andare molto peggio.

Perché ne avevo avuti decisamente di peggiori…

«Allora quel soldato colpisce come una stronzetta», borbottai, asciutta.

Cara scoppiò in un’altra risata.

Una vera, stavolta.

E per un istante?

Sembrò quasi normale.

Quasi…

Poi tornò il silenzio.

Pesante.

La realtà che si insinuava di nuovo.

Sospirai piano. «Vado a rinfrescarmi anch’io, allora.»

«Ti sentirai meglio dopo», promise Cara con dolcezza, mentre si avviava verso il comò e apriva subito i cassetti, come se la curiosità le fosse finalmente tornata.

Io, intanto, mi costrinsi ad andare verso l’armadio.

Di nuovo, file di vestiti mi accolsero. Come se qualcuno avesse già pianificato con cura tutta la nostra esistenza lì dentro.

Alla fine allungai la mano verso un abito rosa pallido con scollo all’americana.

Lungo e svolazzante.

Tessuto morbido.

Bellissimo, a dire il vero.

Lo avrei adorato ovunque. Ovunque tranne che lì.

«Almeno ci hanno dato un asciugacapelli!» annunciò all’improvviso Cara, eccitata.

Alzai lo sguardo mentre tirava fuori dal cassetto l’attrezzo col filo, lasciandolo sbattere con teatralità contro il legno.

Sbuffai appena dal naso, senza condividere il suo entusiasmo.

Oggi il petto mi faceva ancora troppo male.

E desiderava ancora troppo la cella che un tempo odiavo.

Perché almeno lì…

Avevo lui.

La luce del bagno si accese quando entrai, richiudendo piano la porta alle mie spalle.

Mi fissai nello specchio a lungo, prima di sfilarmi lentamente la maglietta troppo grande.

I miei vecchi vestiti erano rovinati.

Sporchi.

Strappati.

I capelli mi caddero sciolti lungo la schiena in nodi aggrovigliati mentre mi spogliavo del tutto, facendo una smorfia per i lividi che mi macchiavano la pelle.

Stavo malissimo.

Stanca.

A pezzi.

E la parte peggiore? Ci ero abituata.

Ogni singola volta che la vita sembrava darmi qualcosa di buono… me lo strappava via di nuovo.

Mi ributtava sempre giù, fino al fondo.

Sempre.

Aprii l’acqua della doccia in fretta, prima di sprofondare ancora.

Il calore mi colpì subito la pelle, strappandomi un respiro tremante mentre l’acqua scorreva sul corpo indolenzito.

Chiusi gli occhi.

Lasciandomi finalmente respirare per la prima volta da ieri.

I saponi e gli shampoo dal profumo costoso, allineati con ordine lungo la parete, non facevano che rendere quel posto ancora più irreale.

Tutto fornito.

Tutto controllato.

Tutto finto…

Alzai il viso verso l’acqua, lasciando che impregnasse i capelli annodati mentre la mente tornava a vagare.

A Coban…

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