La Principessa dei Prigionieri (Libro 2)

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Capitolo 4 - Inrisolti

Punto di vista di Margot

«Però avrei una domanda per te…» Mi schiarisco la gola, mentre le sopracciglia di Laura si sollevano in attesa.

«Dobbiamo vivere da sole?» chiesi in fretta, mentre quel pensiero mi colpiva con più forza. «Potrei almeno stare con la mia amica? Voglio dire, questo posto è decisamente abbastanza grande per due, no?» aggiunsi, guardandomi intorno, verso i soffitti alti e la stanza spaziosa, per sottolinearlo.

La sua espressione si addolcì, vedendo la supplica nei miei occhi. Quasi… colpevole, adesso?

«Be’, ehm… potrei chiedere» disse con dolcezza, con una breve alzata di spalle. «Magari anche solo per stanotte?»

La speranza mi divampò nel petto così in fretta che quasi mi fece male.

«Lo faresti?» domandai, all’improvviso piena di speranza, sporgendomi appena in avanti.

Troppo impaziente.

Troppo disperata.

Ma non me ne importava nemmeno, perché sapevo che se c’era una cosa che poteva anche solo avvicinarsi a farmi stare meglio, era riavere Cara con me.

«Certo.» Sorrise. «Come si chiama?»

«Cara Owens» risposi subito. «L’hanno lasciata da qualche parte qui vicino… non può essere troppo lontano… è stata l’ultima a scendere prima di me!»

«Va bene.» Laura annuì. «Vediamo che cosa riesco a fare…» acconsentì, e io mi ritrovai a provare una certa speranza.

Forse avevo giudicato questa donna troppo in fretta? Forse non era poi così terribile? Forse le sue intenzioni di “darci il benvenuto” nella loro città erano davvero sincere?

Eppure non riuscivo a scrollarmi di dosso quella sensazione persistente che, dietro le quinte, in quel posto ci fosse qualcosa di più sinistro. Niente mi sembrava del tutto a posto… niente.

Forse questa donna era semplicemente eccezionalmente brava a recitare la sua parte. E quindi non potevo permettermi di fidarmi di qualcuno troppo presto… nonostante la gentilezza.

Dopotutto, per lei ero senza dubbio vista come una sospetta pericolosa. Molto probabilmente pensa che io possa aver avuto a che fare con qualunque diavoleria sia successa là in prigione, quella che ci ha portati tutti qui!

E continuava a darmi fastidio il fatto che non ci rivelassero nulla… nemmeno un dettaglio.

Quanto è assurdo, poi? Oh, sì: vi spediamo via dall’isola, vi ammanettiamo, vi portiamo in un posto sconosciuto e vi rinchiudiamo in una cittadina perfettina finché non riusciamo a sistemare un paio di cose.

Era la cosa più folle che avessi mai sentito!

Questa messinscena superava perfino l’idea del progetto della prigione, perché adesso ci avevano davvero capovolti e trasformati in volontari… noi, i prigionieri!

«Laura, tempo scaduto. Andiamo avanti.» La mia postura si irrigidì di colpo quando il tono del soldato mi strappò ai pensieri: spuntò con la testa dalla porta, fissando sua moglie.

Lei si alzò in fretta, si lisciò i vestiti, e mi lanciò un altro sorriso da un miliardo di dollari con un sospiro che sembrava voler rassicurare…

«Be’, Margot, è stato un piacere conoscerti! Vediamo che cosa posso fare per la tua amichetta» disse, già arretrando verso la porta. «Il cibo dovrebbe arrivare presto e domattina verrà qualcun altro a spiegarti cosa succede dopo. Ma fino ad allora, per favore, approfitta di tutto quello che ti è stato messo a disposizione qui: è tutto tuo!» cinguettò allegra, facendomi sentire come se mi avessero appena dato il benvenuto in un maledetto villaggio vacanze per una settimana.

Non la ringraziai per niente…

Non ancora.

Perché non mi fidavo di tutto questo.

Non mi fidavo del tutto di lei.

Mi limitai a ricambiarle con un sorriso a labbra strette e la guardai andarsene, gli stivali di suo marito che martellavano lungo il corridoio, seguiti dal suono più lieve delle sue infradito che si affrettavano dietro di lui.

La porta si aprì, poi si richiuse, lasciandomi di nuovo in un silenzio mortale.

«Cazzo!» lasciai uscire, all’improvviso bisognosa di quell’esagerato sospiro d’aria.

Tutta la visita di Laura e di suo marito, adesso, sembrava non fosse mai avvenuta. Come se me la fossi immaginata.

Scossi la testa, sperando che mantenesse la parola e che almeno riuscisse a portare Cara qui per la notte…

Così avremmo potuto fare il punto insieme senza orecchie indiscrete…

Elaborare insieme quanto fosse stato orribile l’intero giorno…

Tirai su col naso per ricacciare indietro le emozioni, con la sensazione di aver già pianto abbastanza per oggi, e mi diressi invece verso la cucina, esplorandola più a fondo stavolta.

Aprii di nuovo il frigorifero, presi una seconda bottiglia d’acqua, la svitai e cominciai a bere.

Immagino che questa potesse essere una cosa buona di questo posto: l’acqua gelida che avevano messo in frigo…

Sospirai piano, lasciando che gli occhi vagassero con più attenzione, mentre cominciavo ad aprire cassetti e pensili per trovare posate, piatti e le altre cose essenziali della cucina…

Poi mi spostai verso la grande isola, appoggiai la bottiglia e mi lasciai andare contro il piano di marmo con un gemito.

Ora che l’adrenalina si era consumata, mi faceva male tutto il corpo. L’occhio pulsava con regolarità. I polsi bruciavano ancora per via delle manette.

Ma era il petto a farmi più male…

Perché ogni secondo di quiete in quel posto non faceva che farmi pensare a lui.

Coban.

Che cosa stava facendo in quel momento?

Aveva perso completamente la testa quando gli avevano detto che non saremmo tornati?

Un nodo mi salì in gola, doloroso.

Me lo figuravo quasi.

La furia.

Le urla.

La violenza.

Perché non c’era modo che l’avesse accettato in silenzio.

Nessun modo.

Soprattutto dopo la settimana splendida che avevamo appena passato…

Dopo il modo in cui, finalmente, tra noi le cose avevano cominciato a sembrare… vere.

Strinsi forte gli occhi.

Basta!

Pensare a lui rendeva tutto solo più difficile…

Inspirai lentamente, poi mi raddrizzai e ripresi a girare per la cucina senza meta.

Poi—

Din, don!

Mi immobilizzai all’istante.

La bottiglia per poco non mi scivolò dalle dita.

Subito dopo arrivò un altro colpo.

Più forte, stavolta.

Fissai il corridoio, ogni muscolo del corpo che si tendeva mentre il silenzio tornava a posarsi sulla casa.

Attraverso il vetro opaco accanto alla porta d’ingresso, distinguevo una sagoma grande.

Sicuramente un uomo.

Un altro soldato…

Per un orribile secondo mi aspettai che la porta si aprisse e basta. Che entrassero come se fossero i padroni, come avevano fatto Laura e Tyler…

Ma non successe.

Invece—

BAM. BAM. BAM.

Un bussare più duro fece tremare la casa.

«Signorina Belle, apra!»

La voce profonda abbaiò attraverso il legno, facendomi sobbalzare.

Continuai a fissare il corridoio un secondo di troppo, con lo stomaco che mi si attorcigliava per il nervosismo.

Forse era solo la cena di cui aveva parlato Laura?

«Margot Belle!» urlò di nuovo il mio nome, più impaziente, mentre altri colpi seguivano, martellando la porta.

In quel momento mi costrinsi a muovermi.

In fretta.

Non volevo mettere ulteriormente alla prova la sua pazienza.

Il pavimento freddo premeva sotto i miei piedi nudi mentre uscivo dalla cucina e imboccavo il corridoio, con il battito che martellava sempre più forte a ogni passo verso la porta.

La raggiunsi lentamente.

Esitai.

Poi la sbloccai con cautela e la aprii…

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