La Principessa dei Prigionieri (Libro 2)

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Capitolo 3 - Sopravvivenza

Punto di vista di Margot

Me ne stavo lì.

A fissare.

Le file di vestiti. Le scarpe allineate con cura. La vita che sembrava essere stata… preparata per me?

Arricciai il naso, disgustata.

«Non è reale…» mormorai tra me e me, scuotendo la testa come se quello bastasse a scacciare la sensazione che mi strisciava sotto pelle.

La sensazione che tutta quella storia fosse pensata come uno scherzo crudele.

Era questo?

Prendere delle ragazze da condizioni da prigione e portarle al candore più impeccabile? Dare loro una falsa speranza di normalità?

Mi sembrava di essere entrata in qualcosa di completamente costruito…

Qualcosa di cui non avevo nemmeno accettato di far parte…

Il petto mi si strinse, l’irritazione che ribolliva sotto la stanchezza mentre mi voltavo di scatto, distogliendomi dall’armadio.

Non volevo guardarlo ancora. Non volevo pensare al motivo per cui fosse tutto lì.

Non volevo pensare a chi si aspettasse che indossassi quei vestiti… a recitare qualunque parte avessero scritto per me.

Sbuffando a denti stretti, attraversai in fretta il pianerottolo e mi infilai in bagno.

Quello spazio bianco e luminoso quasi mi accecò.

Troppo pulito.

Troppo lucido.

Troppo perfetto.

Andai dritta al lavandino e aprii il rubinetto più forte del necessario; l’acqua si precipitò rumorosa nel silenzio mentre puntellavo le mani sul bordo.

Il mio riflesso mi fissava.

A malapena riconoscibile.

Capelli in disordine.

Occhi rossi, e uno particolarmente gonfio. Il livido, più piccolo di quanto mi aspettassi, che si allargava sul viso…

Serrando la mascella, distolsi lo sguardo. Non volevo vedere quanto sembrassi distrutta e brutta…

Mi strofinai le mani sotto l’acqua, più forte del necessario, come se provandoci abbastanza avessi potuto lavarmi via l’intera giornata.

Ma non potevo.

Il modo in cui mi avevano strappato via tutto.

Sparito.

Semplicemente… sparito.

Mi si chiuse di nuovo la gola.

Allungai la mano verso l’asciugamano rosa pallido, asciugandomi in fretta le dita prima che—

Din Don!

Mi immobilizzai.

Il suono tagliò la casa come una lama.

Scattai con la testa verso la porta.

Il campanello?

Chi diavolo…

Prima ancora che riuscissi a capirci qualcosa, la porta d’ingresso si aprì e poi si richiuse.

«Merda…» sussurrai, lasciando cadere l’asciugamano mentre uscivo di corsa dal bagno; il battito mi martellava mentre mi dirigevo verso la cima della scala.

«Eccoti! Dai, scendi, per favore!» arrivò la voce di una donna, allegra e squillante.

Completamente fuori posto, lì dentro…

Sbatté le palpebre, confusa, guardandola dall’alto.

Lei sporse il viso da sotto la rampa per guardarmi, come se fosse una visita qualunque.

Sorrideva a tutta bocca.

Troppo.

Inclinai appena la testa, continuando a fissarla.

Chi… era?

Perché sembrava appena uscita da un picnic estivo mentre io mi sentivo come se fossi strisciata fuori dall’inferno?

Piano, cominciai a scendere.

Un gradino alla volta.

Osservandola.

Studiandola.

Cercando di capire a che gioco stessimo giocando.

Arrivai in fondo, e fu allora che lo vidi…

Mi si fermò il respiro.

Più in là nel corridoio, vicino alla cucina, c’era un soldato: postura dritta, un’arma tenuta con noncuranza tra le mani mentre lanciava un’occhiata nella nostra direzione.

A controllare…

Il mio corpo si tese all’istante mentre deglutivo a fatica.

Merda… perché uno di loro è qui dentro?!

«Margot, giusto?» trillò la donna, riportando la mia attenzione su di lei.

Annuii lentamente, lo sguardo che scivolava tra lei e il soldato.

«Laura!» si presentò. «Dai, andiamo a sederci…»

Seguii con passo incerto i riccioli neri e vivaci che si era legata in una coda alta, guardandoli ondeggiare mentre camminava.

Indossava un vestito a fiori color lilla pallido e infradito bianche… e, oso dirlo, sembrava perfino… rilassata?

In realtà era impeccabile. Dolorosamente in ordine.

Come se appartenesse a un mondo completamente diverso da quello da cui mi avevano appena trascinata via.

La seguii nella zona giorno, le spalle che si irrigidivano mentre passavo accanto al soldato.

Non si mosse.

Non disse una parola.

Ma i suoi occhi mi seguirono.

Come un peso sulla schiena.

Laura si sedette su uno dei divani come se fosse la cosa più naturale del mondo, mentre io scelsi quello di fronte.

«Posso solo immaginare la giornata che hai avuto…» disse con dolcezza.

E una risata amara per poco non mi sfuggì…

«Già, immagino che essere ammanettata e presa in faccia non fosse sulla mia cartella del bingo!» ribattei, con una voce più tagliente di quanto avessi voluto.

Le parole rimasero sospese nell’aria.

Pesanti.

Ma Laura si limitò a sbattere le palpebre. Colta alla sprovvista.

Bene…

Perché avevo smesso di fingere che tutto questo fosse accettabile!

Nel corridoio sentii il soldato schiarirsi la gola con forza, e io espirai lentamente, costringendomi a calmarmi.

Non perché ne avessi voglia.

Ma perché non avevo scelta.

Non ero stupida…

«Io… ehm… sì, mi dispiace per quello», disse, lisciandosi goffamente le mani sul vestito.

Non dissi nulla.

La fissai e basta.

«Comunque…» riprese in fretta, chiaramente a disagio adesso. «Io vivo qui, in città. Sono sposata con Tyler — quello là fuori.» Indicò, e io mi irrigidii.

Certo che era sposata con uno di loro!

«A ognuna di noi mogli è stato assegnato un ruolo, per farvi sentire i benvenuti mentre siete qui.»

Benvenuti?! Solo quella parola mi fece ribollire di nuovo il sangue!

«Perché? Sei prigioniera anche tu?» chiesi prima di riuscire a fermarmi.

La sua reazione fu immediata.

Gli occhi che si spalancarono.

Il corpo che si irrigidì.

«No, affatto!» disse in fretta, troppo in fretta. «Qui ci trattano bene… proprio come faranno con te.»

Certo…

Annuii lentamente, anche se ogni istinto nel mio corpo urlava che c’era qualcosa di sbagliato nella sua risposta.

«Comunque…» continuò, forzando di nuovo un tono allegro. «Pensavamo che sarebbe stato carino organizzare una cena domani sera. Un piccolo evento di benvenuto.»

Una maledetta cena?!

La guardai sbigottita, inorridita.

«Potrai socializzare, rivedere i tuoi amici…» aggiunse.

E il cuore mi diede un piccolo strappo a quelle parole…

Cara…

«La cena verrà consegnata qui stasera», proseguì. «Potrai mangiare, riposarti, rinfrescarti, cambiarti…»

Ma si sentiva? Si rendeva conto di quanto suonasse folle tutto questo?! Era come se avessero girato un interruttore, passando dalla brutalità alla… ospitalità, all’improvviso!

Non aveva senso…

«Ma il mio consiglio è… ti prego…» abbassò leggermente la voce, «non provare ad andartene o a scappare…»

Eccola.

La verità sotto a tutto il resto.

«Ci sono misure predisposte — punizioni — e la verità è che, ovviamente, hanno bisogno di voi…» aggiunse, sostenendo il mio sguardo.

Bisogno di noi?!

Più che altro ci avevano intrappolate!

«Non me ne andrò», dissi semplicemente, dopo averci pensato un attimo — e anche per via del signor militare che stazionava appena fuori dalla porta… «Non sono un’idiota.»

Ma era la verità.

Non avrei lasciato Cara, e sapevo bene che non aveva senso provare a mettersi contro un’intera squadra addestrata militarmente… non avevamo idea di dove fossimo, non avevamo un posto dove andare, quindi a cosa sarebbe servito scappare?

Quella era la nostra vita, d’ora in poi, e finché non avessimo potuto camminare libere, l’unica priorità era sopravvivere.

Sopravvivere…

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