Capitolo 4
Il punto di vista di Lily
Mi si schiusero gli occhi a fatica, con la testa che pulsava per il peggior mal di testa che avessi mai provato.
Per un istante rimasi immobile, cercando di rimettere insieme i pezzi di ciò che era successo. Poi, come un’onda, mi tornò addosso ogni cosa. Il rifiuto di Lucas, le parole di Vanessa quella notte, il dolore che avevo sentito quando Lucas mi aveva respinta. Tutto quello che avevo temuto si era davvero avverato… la dea della luna sapeva proprio come fare i regali di compleanno migliori.
Mi tirai su di scatto, ignorando la vertigine che mi investì. Dunque non era stato un incubo. Il peso nel petto bastava a dimostrare che era tutto vero. Quella era la mia nuova realtà, ed era desolante.
«Buon compleanno a me», mormorai amaramente, con la voce roca.
Mentre mi coprivo il viso con entrambe le mani, cercando di ricordare dove avessi messo gli antidolorifici in camera, la porta della mia stanza venne spalancata e Lucas piombò dentro di corsa. Quando mi vide, un sollievo gli invase il volto.
Il cuore mi si serrò in una fitta quando i nostri sguardi si incrociarono. Una parte di me voleva urlargli di andarsene, di non farsi mai più vedere, ma un’altra parte… quella che lo amava ancora nonostante tutto, voleva che mi stringesse tra le braccia e mi dicesse che sarebbe andato tutto bene. Solo che io ero stanca. Stanca davvero.
«Che cosa vuoi?» chiesi raddrizzando le spalle, fulminandolo con lo sguardo. «E quello che ho visto un attimo fa era sollievo? Credevi di avermi ammazzata con la sceneggiata che hai fatto? Scommetto che ne saresti stato felice.»
«No!» scosse la testa e si precipitò al mio fianco. «Sono solo… sono solo felice che tu stia bene. Mi sono preoccupato, sei caduta male.»
«Che bella notizia!» sbuffai. «Adesso puoi anche andartene, per favore? Vai dalla tua fidanzata… non voglio mai più vederti vicino a me.»
«Lily, io…» cominciò, ignorando le mie minacce, poi esitò. Lo guardai mentre inspirava a fondo e riprovava. «Mi dispiace per tutto. Mi dispiace di averti tradita e per tutto quello che ho detto e che tu devi aver sentito. Quello che ho fatto… quello che ho detto… è imperdonabile, ma spero…»
Risi senza allegria, interrompendolo. «Hai ragione, Lucas. Quello che hai fatto è imperdonabile e non sono nemmeno sicura di avere la bontà di perdonarti. Era solo questo che dovevi venire a dirmi?»
Scosse la testa, gli occhi che guizzavano nervosi verso la porta e poi di nuovo su di me. L’espressione gli si fece seria. «Lily, ascoltami. Devi andartene da qui, non sei più al sicuro. Devi andare via.»
«Andare via?» lo fissai, cercando di capire di cosa stesse parlando adesso. «Cioè lasciare il branco? Sei impazzito? È perché adesso sposi mia sorella che vuoi che me ne vada? Quanto spazio potrò mai occupare restando qui? O è stata lei a metterti in testa questa cosa? È stata lei, vero?»
«No!» gridò Lucas, passandosi una mano tra i capelli. «Mi hai sentito la prima volta? Ho detto che qui non sei più al sicuro, quindi devi andartene.»
Sbatté le palpebre; capii che non stava scherzando. La confusione cancellò una parte della mia rabbia. «Di che cosa stai parlando?»
Si passò di nuovo una mano tra i capelli, per la seconda volta in pochi minuti: di solito era il segno che era agitato. «Ho sentito una cosa poco fa. Tuo padre e Vanessa, tua sorella… stanno preparando qualcosa. Qualcosa di brutto. Devi andartene, adesso!»
La mente mi girò tra curiosità e paura. Dopo tutto quello che era successo, anche questo? Era l’ennesima manovra di Vanessa?
«Lucas, piano. Che cosa hai sentito, esattamente?» chiesi.
Ma Lucas si stava già muovendo. Afferrò un borsone dal mio armadio e cominciò a buttarci dentro dei vestiti. «Non c’è tempo di spiegare tutto. Devi fidarti di me, Lily. Qui sei in pericolo.»
«E ti aspetti che venga con te? Tu che mi hai tradita poche ore fa», sibilai, scendendo dal letto. «Ascolta, Lucas: per mio padre e Vanessa io non conto niente. Se è questo il pericolo di cui parli, sappi che per me è la normalità. Quindi per favore…»
Prima che potessi finire, Lucas attraversò la stanza e mi afferrò la mano, inchiodandomi con lo sguardo. «Perché sei così maledettamente testarda? Ti ho appena detto che la tua vita è in pericolo e tu sei qui…» si interruppe, lasciandomi la mano. «Scusa se ho alzato la voce, ma non m’importa se devo caricarti sulle spalle. Dobbiamo andarcene ora.»
«Va bene!» raddrizzai le spalle. «Vengo con te, ma devo controllare una cosa. Dammi qualche minuto. Devo parlare con mio padre.» Lo dissi con una voce più ferma di quanto mi sentissi. Avevo passato tutta la vita a cercare di meritare l’amore di mio padre, a cercare un posto in quella famiglia. Non potevo andarmene senza risposte.
Lucas mi guardò come se fossi impazzita. «Lily, no! Dobbiamo andare.»
Ma io mi stavo già muovendo, uscendo a passo deciso dalla mia stanza e scendendo le scale. Lo trovai nel suo studio, sprofondato nella sua solita pila di scartoffie. Appena mi vide, alzò lo sguardo da quello che stava facendo, con un’espressione calma.
«Ah, Lily», disse. «Spero che tu ti senta meglio.»
Le mani mi si serrarono a pugno lungo i fianchi. «Perché?» incalzai, la voce che tremava mentre le lacrime mi riempivano gli occhi. «Perché non riesci ad amarmi come ami Vanessa? Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?»
Sospirò, richiudendo il portatile. «Lily, lo so che sei sconvolta. Forse dovremmo parlarne quando ti sarai calmata…»
«No!» urlai, sorprendendo perfino me stessa. Era la prima volta che gli alzavo la voce. «Voglio delle risposte, e le voglio adesso!»
Mi fissò a lungo, con un’espressione vuota, indecifrabile. Poi, all’improvviso, sorrise — e io feci un passo indietro, sconvolta. Non era un sorriso gentile.
«Benissimo», disse, e la voce gli si fece di colpo gelida. «Vuoi la verità? L’avrai. Ti odio perché sei la ragione per cui ho perso la mia compagna. Non saresti mai dovuta far parte di questa famiglia, fin dall’inizio.»
«Sempre la stessa storia», mi morsi il labbro, cercando di non piangere. «Ho passato ogni singolo momento della mia vita a chiedere scusa per questo. Mi dispiace che Mom sia dovuta morire mettendomi al mondo, ma sono anche sicura che non avrebbe mai voluto che tu dessi la colpa a me della sua morte. Non ho chiesto io di nascere.»
«Oh, piantala!» sbottò. «Abbiamo mentito, d’accordo! Non è morta dandoti alla luce… è morta proteggendoti. Ha dato la sua vita per te…»
Rimasi immobile, mentre il peso di quelle parole mi piombava addosso. «Che… che cosa stai dicendo?»
Si alzò e venne fin dove ero, sovrastandomi. «Il tuo sangue, Lily… è speciale, e tu sei il contenitore. Da bambina sei stata affidata alla mia compagna da uno strano uomo, con l’ordine che lei dovesse prendersi cura di te e proteggerti. Immagino che lo abbia preso sul personale.»
«Non… non è vero.» Una lacrima mi scivolò sulla guancia e la voce mi si spezzò. «Lei era mia madre… mi ha messa al mondo…»
«E tu credi che tratterei mia figlia come tratto te?» sogghignò. «Per favore… non farmi ridere.»
Le lacrime mi bruciavano negli occhi, ma mi rifiutai di lasciarle cadere. «Allora perché mi hai tenuta con te per tutto questo tempo? Avresti potuto sbarazzarti di me nel momento in cui la tua compagna è morta. Perché tenermi qui solo per maltrattarmi?»
«Perché», disse, e il sorriso gli divenne crudele, «le ho fatto una promessa e intendo mantenerla. A proposito…» Si interruppe, tornò alla scrivania, afferrò un fascicolo e me lo tese. «Ti ho ottenuto un posto per il college nel territorio del branco vicino.»
Mi girò la testa; non poteva essere vero. «Tu… tu vuoi che me ne vada?»
Annui, e la sua voce si rivestì di un tono quasi paterno. «Ti farebbe bene. Un’occasione per ricominciare da capo, e io potrei finalmente avere un po’ di pace in casa mia.»
«Non voglio andarmene, Father, ti prego…» singhiozzai, cercando di avvicinarmi, ma lo sguardo duro sul suo volto mi fermò.
E allora capii.
«Stai mentendo», sussurrai, voltandomi verso di lui. «Non c’entra il college, vero? Stai cercando di liberarti di me.»
Il sorriso gli scivolò via all’istante, sostituito da un ghigno mentre mi guardava con disprezzo. «Brava ragazza. Sempre troppo sveglia per il tuo bene.» Poi sospirò. «Sì, la verità è che te ne saresti andata comunque stanotte, e non appena lo farai ti dichiarerò una vagabonda; e se proverai mai a tornare, sarai trattata da vagabonda… giusto perché tu lo sappia, ci sono molti branchi che odiano i vagabondi. Ti auguro la migliore fortuna a sopravvivere là fuori.»
Barcollai all’indietro, urtando con la schiena lo spigolo del tavolo nella stanza. «Non puoi farlo», dissi, con un filo di voce. «Sono tua figlia.»
«Non sei mia figlia!» ripeté. «Sei solo una stupida ragazza senza lupo, con del sangue eccezionale che ti scorre dentro. Hai tempo fino a mezzanotte per andartene, oppure ti farò trascinare fuori di qui e buttare fuori con le mie mani. Sbrigati, mia carissima, Lily… il tempo non è tuo amico.»
Mi sentivo intorpidita mentre mi trascinavo fuori dal suo studio e tornavo nella mia stanza, dove Lucas aveva finito di fare i bagagli. Non appena mi vide, mormorò:
«Mi dispiace tanto, Lily… non avrei mai pensato… non lo sapevo…»
Annuii, perché non mi fidavo della mia voce. Nel giro di un solo giorno, tutto il mio mondo era crollato. Il mio ragazzo, mia sorella, mio padre, e una madre che non era mia madre, dopotutto. Da ragazza odiata da padre e sorella ero passata a essere una… BASTARDA! Tutti mi avevano tradita… non mi rimaneva niente.
Pochi minuti dopo raggiunsi il confine delle terre del branco con la borsa in mano e Lucas che mi stava addosso, a pochi passi. Continuava a chiedere scusa e a implorare il mio perdono, ma io ero riuscita a evitarlo.
Oltre quelle terre… adesso sarei stata una preda… ma andava bene. Non avevo più nulla da perdere.
Senza voltarmi, attraversai i cancelli in auto.
