Capitolo 2
Il punto di vista di Lily
Tornai in camera trascinando i piedi, con le parole gelide di mio padre e il sorrisetto di Vanessa che mi rimbombavano ancora in testa. Ero abituata ai loro maltrattamenti. Avrei dovuto esserci abituata, eppure ogni volta che mi parlavano così, il pungiglione delle loro parole mi trapassava il cuore e mi lasciava addosso una miseria sorda.
Mi lasciai cadere sul letto e chiusi gli occhi, concedendomi di scivolare in una fantasia: domani avrei avuto il compleanno più bello di sempre, uno in cui Lucas mi avrebbe fatta sentire speciale e amata.
Mi ero appena sistemata in quel sogno quando il ronzio irritante della sveglia squillò, strappandomi al sonno. Stiracchiandomi come un gatto pigro, fissai per qualche minuto il muro di fronte. Non riuscivo a credere che oggi compissi diciotto anni. Invece dell’entusiasmo, mi si posò sul petto un peso familiare.
A nessuno importava che oggi compissi diciotto anni…
E poi dovevo preparare la colazione per mio padre e Vanessa e occuparmi delle altre faccende… non aveva alcuna importanza che oggi fosse il mio compleanno.
Mi trascinai fuori dal letto e mi avviai in cucina. Visto che non c’era ancora nessuno sveglio, per qualche minuto la pack house era tutta per me.
«Era ora», sogghignò Vanessa entrando in cucina con passo ondeggiante, mandando in frantumi quel momento di pace e i miei sogni ad occhi aperti. Era tutta agghindata. «Sto morendo di fame.»
Un attimo dopo scese anche Alpha Gregory e andò dritto da Vanessa, ignorando il mio: «Buongiorno, papà.»
«Buon compleanno, principessa!» esclamò, posando una tiara scintillante sui capelli di Vanessa, acconciati alla perfezione. «Stasera facciamo festa sul serio.»
Vanessa strillò di gioia e corse allo specchio nel corridoio per controllare la tiara, poi tornò indietro ansimando. «Oh, Daddy, è bellissima. Sei il migliore.»
Alpha Gregory mi degnò a malapena di uno sguardo mentre si accomodava al suo posto a tavola e prendeva il giornale del mattino. Dopo aver letto per un po’, alzò gli occhi verso di me: il primo sguardo da quando era sceso.
«Non dimenticarti di pulire prima di andartene», disse, con un tono che non ammetteva repliche.
«Sì, papà.» Annuii in silenzio, guardandoli mentre facevano colazione. Avrei mangiato dopo, quando avessero finito.
Quando ebbero mangiato se ne andarono entrambi. Finalmente sola, sparecchiai e mangiai un uovo sodo, duro come un sasso, prima di tornare in camera. Presi il vestito che avevo messo da parte, risparmiando per mesi per potermelo comprare.
Non avevo una paghetta come Vanessa, quindi dovevo mettere da parte i pochi spiccioli che riuscivo a racimolare andando al mercato e facendo commissioni in giro per il branco. Il vestito era di un bellissimo verde smeraldo, che faceva risaltare le pagliuzze dorate nei miei occhi color nocciola. Lo indossai e mi fermai davanti allo specchio, ad ammirare come mi segnasse le curve.
Per un istante breve mi immaginai bella quanto Vanessa. Mia sorella era la reginetta del branco. Era alta… senza esserlo troppo, snella, con la giusta dose di zigomi, un colore di occhi perfetto e capelli splendidi. Attirava sguardi ovunque andasse. Io invece avevo dei ricci castani che era difficile domare, nonostante tutto quello che avevo provato; i miei occhi color nocciola e il viso pieno di lentiggini mi facevano sembrare uscita dall’età dei draghi, e non aiutava il fatto che fossi grassa.
Avevo il seno più grosso, il sedere più grosso e i fianchi più larghi, e dovevo sempre nasconderli sotto vestiti larghi. Sembravo un cinghiale, accanto a Vanessa, bella come una gazzella e capace di portarsi addosso qualsiasi cosa con naturalezza. La gente mi diceva spesso che somigliavo a mia madre: la compagna di mio padre, morta poco dopo avermi messa al mondo. Il motivo stesso per cui mio padre, l’Alpha Gregory, mi odia. Per lui, ho ucciso la sua compagna.
Fissando il mio riflesso, sentii una fitta di nostalgia. Avrei voluto conoscere mia madre; forse avrei potuto provare l’amore e l’accettazione che avevo sempre desiderato, e forse mio padre mi avrebbe odiata un po’ meno.
Sistemai i miei capelli ribelli e mi misi un trucco leggero con i prodotti che Vanessa aveva buttato via il mese prima, perché la figlia di un altro Alpha, a scuola, le aveva detto che non erano adatti al suo incarnato. Soddisfatta di quel piccolo ritocco, scesi al piano di sotto.
In casa era già un via vai frenetico. I decoratori entravano e uscivano di corsa, urlandosi indicazioni a vicenda, appendendo festoni e sistemando fiori. La festa doveva cominciare la sera ed era appena mezzogiorno; mi chiesi perché fossero tutti così nel panico.
Dalla cucina mi arrivò al naso il profumo delizioso di una torta appena sfornata e, per un attimo, mi concessi di immaginare che fosse tutta per me.
Buttai fuori un respiro e mi incamminai verso il posto segreto di Lucas: una piccola radura nel bosco, vicino al confine delle terre del branco. Era lì che Lucas mi aveva chiesto per la prima volta di essere la sua ragazza, dopo che ci eravamo scambiati il nostro primo bacio. Di sicuro avrebbe reso speciale quel compleanno.
Quando arrivai alla radura, lo stomaco mi si strinse per l’emozione: mi aspettavo di trovare qualche decorazione, ma non c’era nulla, e di Lucas neppure l’ombra. Forse era stato trattenuto da qualcosa; in fondo contano i pensieri, non gli addobbi, mi dissi.
I minuti diventarono ore… e l’entusiasmo iniziale si trasformò in inquietudine. Lucas non arrivava mai in ritardo, non ai nostri appuntamenti. Passarono quattro ore e non comparve. A quel punto lo sapevo: la casa del branco doveva essere già piena zeppa di gente per la festa.
Un’ora dopo era già buio, e non riuscii a sopportare l’attesa oltre. Con il cuore pesante lasciai il posto segreto e mi avviai verso casa. Lucas doveva essere stato davvero occupato. Man mano che mi avvicinavo alla casa del branco, la musica e le risate si fecero più forti: un promemoria tagliente della celebrazione di cui non facevo parte.
«Andrò in camera mia, mi cambio e poi vado a vedere come sta Lucas», mormorai tra me e me.
«Non è quella l’altra “sorella strana” — Lily Stone?» annunciò qualcuno al microfono, e io mi immobilizzai. Quando mi voltai, vidi il gruppo di amiche di Vanessa. Mi vennero incontro subito, stringendomi da ogni lato e rendendomi impossibile proseguire verso la mia stanza.
Gli altri risero, gli occhi che mi scorrevano addosso soffermandosi sul vestito con disprezzo. Ormai ero stata scoperta: non aveva più senso nascondersi. «So che siete tutte stupide, ma non pensavo foste abbastanza stupide da non capire che vivo qui anch’io… e questo significa che posso entrare e uscire quando mi pare. Se le vostre menti abbagliate dall’alcol vi avessero lasciato ragionare, avreste notato che stavo salendo di sopra, nella mia stanza».
«Wow!» esclamarono le ragazze all’unisono, applaudendo, sempre ridendo. «Che cosa ti rende così sfacciata oggi? Sarà la nuova era?» chiese una di loro.
«Dovrebbe essere il vestito,» fece notare un’altra.
«Mi chiedo da quale istituto di beneficenza sia andata a raccattarlo. Passa da casa mia più tardi, ho un sacco di vestiti dieci volte migliori di quello che hai addosso. Consideralo un gesto per aiutare una disgraziata come te.»
«E questo non mi renderebbe stupida quanto te, Aria?» La riconobbi. Era la figlia del Beta. «Ho sentito che dovrai rifare il secondo anno per la terza volta di fila. Che peccato, tesoro… tutte le tue amiche si saranno diplomate e se ne saranno andate prima che tu riesca a recuperare,» ribattei con un sorriso.
Aria sbuffò, irritata. Vidi che le mie parole l’avevano colpita in pieno. Le altre ridacchiarono, e ognuna di loro distolse lo sguardo. Aria sbuffò ancora e intrecciò le mani, fissandomi con finta derisione.
«Almeno il mio ragazzo non mi ha piantata in asso per andare alla festa di compleanno di mia sorella invece,» disse.
Il cuore mi si punse di paura a quelle parole. Poteva voler dire una cosa sola… Lucas era venuto alla festa, proprio come sospettavo. Ignorando le provocazioni, le spinsi da parte e passai oltre. Adesso avevo ben altro a cui pensare: trovare Lucas.
Perlustrai il salotto pieno di gente, la cucina, perfino il giardino sul retro, ma di Lucas non c’era traccia. Minuto dopo minuto, il nodo nello stomaco si stringeva. Dov’era finito? Perché non mi aveva semplicemente detto che era alla festa di Vanessa? Probabilmente era stato suo padre a costringerlo a venire.
Come ultima risorsa, mi avviai al piano di sopra. Il secondo piano era off-limits per la festa, ma pensai che Lucas potesse essere salito per sfuggire al rumore. Odiava le feste quanto me. Però, mentre passavo davanti alla stanza di Vanessa, le orecchie captarono delle voci soffocate dall’interno.
Mi fermai per un momento, sperando di essermi sbagliata. Non aveva senso che la festeggiata fosse nella sua stanza proprio mentre la festa stava appena cominciando. Ma controllare non mi sarebbe costato nulla.
La mano mi rimase sospesa sulla maniglia, esitante. Poi lo sentii: la risata di Lucas, seguita dal risolino sensuale di Vanessa. Il sangue mi si gelò. Appoggiai l’orecchio alla porta.
«Dovresti solo respingerla, Lucas,» arrivò ora la voce di Vanessa. «Non fa per te. Insieme saremmo molto più forti. La mia lupa è più potente, a differenza sua che non ha una lupa e, per quel che ne so, oggi non ne ha avuta nessuna, e sai cosa significa quando qualcuno non riceve la propria lupa il giorno del diciottesimo compleanno. Pensaci, Lucas: potresti diventare il prossimo Alpha se ci unissimo.»
Il cuore mi martellava nel petto, mentre tendevo l’orecchio per cogliere la risposta di Lucas.
«Lo so, lo so!» ribatté, con la voce bassa e roca. «Ma sto con Lily da tre anni. Non posso mica mollare Lily così, di punto in bianco, soprattutto il giorno del suo compleanno. La distruggerei. Quindi dobbiamo prendercela con calma… senza forzare, con intelligenza. Tanto non avevo nemmeno intenzione di finire con Lily, comunque.»
Un sussulto mi sfuggì dalle labbra prima che riuscissi a fermarlo. Indietreggiai inciampando, urtai un tavolino nel corridoio. Il vaso sopra traballò e precipitò a terra, frantumandosi in mille pezzi.
Le voci nella stanza si spensero di colpo. Un attimo dopo la porta si spalancò e Vanessa comparve sulla soglia, i capelli perfetti appena scompigliati, addosso soltanto una vestaglia di seta. Alle sue spalle, Lucas si affannò a infilarsi la camicia, il viso pallido per lo shock.
«Bene, bene,» cantilenò Vanessa, battendo le mani mentre un sorriso crudele le si allargava sulle labbra. «Guardate un po’ chi abbiamo qui. Lily, la piccola spia.»
Rimasi impietrita, lo sguardo che saettava da Vanessa a Lucas. «Come… come hai potuto?» gli sussurrai, con la voce che mi si spezzava.
Lui fece un passo avanti, alzando le mani in gesto conciliante. «Willow, posso spiegare—»
«Oh, piantala, Lucas.» Vanessa lo interruppe, alzando gli occhi al cielo. «Basta recite, per favore. Mettiamola fuori dalla sua miseria… se lo merita, di sapere la verità.»
Poi si voltò verso di me. «Davvero pensavi che potesse volerti sul serio? Guardati: niente lupo, niente potere, niente da offrire. Sei patetica, Lily. Lo sei sempre stata e lo sarai sempre.»
«Lucas, ti prego.» Lo implorai, con le lacrime che mi rigavano il viso. «Dimmi che non è vero. Ci amiamo, no?»
Ma Lucas non riusciva a sostenere il mio sguardo. «Mi dispiace, Lily. Non volevo che lo scoprissi così.»
Vanessa rise. «Ah, questa è splendida. Credevi che ti amasse? Svegliati, sorellina. Eri solo un riempitivo, finché non fosse arrivato qualcosa di meglio.»
La stanza prese a girarmi intorno, eppure mi rifiutavo di credere che stesse succedendo davvero. Forse era costretto; Vanessa aveva il modo di far fare a chiunque ciò che voleva.
Vanessa si voltò di nuovo verso Lucas. «Sai cosa devi fare adesso, vero? È ora di chiudere questa farsa, una volta per tutte.»
Lo vidi esitare, gli occhi che guizzavano tra me e Vanessa. Poi, all’improvviso, colsi l’istante in cui la sua decisione si fece dura come pietra, e il mio cuore andò in frantumi.
«Fallo!» lo incalzò Vanessa. «Rifiutala, adesso!»
Il tempo rallentò mentre lui avanzava verso di me. Avrei voluto correre, nascondermi… qualunque cosa pur di rimandare il colpo che stavo per ricevere, ma i piedi mi sembravano inchiodati al pavimento. Guardai, come da una distanza enorme, le labbra di Lucas muoversi…
«Io, Lucas Steele, ti rifiuto, Lily Stone, come mia compagna.»
Il dolore fu immediato, totale. Mi parve che l’anima mi venisse strappata a brandelli. Ansmai, stringendomi il petto, mentre l’agonia del suo rifiuto mi attraversava il corpo. Crollai a terra, lottando contro il buio che, lentamente, mi si chiudeva addosso.
L’ultima cosa che vidi, prima che l’oscurità mi inghiottisse, fu il sorriso trionfante di Vanessa.
Poi… il nero.
