La Moglie Incinta Ha Lasciato il Suo CEO

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Capitolo 3 Firma dell'accordo di divorzio

«Cosa?!»

L’espressione di Alex cambiò in un istante e lui piombò giù per le scale a passi rapidi e decisi, interrompendola a metà frase. In camera rimase soltanto Emily.

Aprì la bocca, ma alla fine ingoiò le parole: «Sono incinta».

Era la prima volta che Emily lo vedeva perdere il controllo.

Alex aveva un carattere calmo, distaccato. Fin da bambino era stato cresciuto come erede dei Baker, educato a non mostrare mai le proprie emozioni.

Persino davanti a progetti aziendali da centinaia di milioni, non lo aveva mai visto aggrottare la fronte.

Eppure adesso, al solo sentire che Grace era svenuta, era impallidito dall’ansia.

Quell’espressione preoccupata sul suo volto freddo era mai stata rivolta a lei, anche solo una volta?

Il viso delicato di Emily si fece amaro e cupo, e il cuore le doleva come se qualcuno glielo strizzasse.

Dal piano di sotto salivano le voci concitate della servitù.

Distinse appena il rumore di Alex che portava personalmente Grace in ospedale.

Emily scoppiò a ridere, all’improvviso. E mentre rideva, le lacrime le scivolarono giù.

Tre anni di matrimonio a contratto, vissuti come un’ombra incapace di vedere la luce, a custodire un’unione che esisteva soltanto di nome.

Aveva sempre creduto che col tempo sarebbero nati dei sentimenti, che prima o poi Alex si sarebbe voltato a guardarla.

Invece, al posto del suo affetto, aveva ricevuto le carte del divorzio e la notizia che stava per tornare con il suo primo amore.

Se le cose stavano così, non c’era motivo di dirgli del bambino.

E non voleva neppure che suo figlio chiamasse un’altra donna “mamma”.

«È meglio così», sussurrò Emily tra le lacrime. Se le asciugò in fretta, poi si voltò verso l’armadio e cominciò a preparare la valigia.

In quei tre anni aveva comprato lì dentro un numero miserabile di vestiti; aveva speso molto di più in libri professionali.

In pratica, una sola valigia bastava per contenere tutto.

Mise via soltanto i suoi abiti.

I gioielli e le borse firmate che Mrs. Baker le aveva regalato rimasero dov’erano. Ogni pezzo al suo posto, intatto, come se le sue mani non li avessero mai sfiorati.

Non erano mai stati ciò che desiderava.

Emily trascinò la valigia fino alla scrivania; lo sguardo le si fermò un attimo sulle carte del divorzio. Poi, con una calma risoluta, si voltò e uscì senza voltarsi.

Quella volta, non si voltò.

Da quel momento non era più Mrs. Baker: era soltanto Emily.

Alex rientrò a casa solo a sera inoltrata, con addosso la rassicurazione del medico: lo svenimento di Grace era stato passeggero, dovuto semplicemente a un calo di zuccheri, niente di più.

Appena varcò la soglia, lo accolse il buio più totale.

Di solito, per quanto tardi tornasse, Emily era raggomitolata sul divano con un libro, ad aspettarlo.

Quando lo vedeva, lo posava subito; gli si illuminavano gli occhi e gli correva incontro chiedendogli se avesse mangiato, se fosse stanco, e via così.

Ora non gli aveva nemmeno lasciato una luce accesa.

Era arrabbiata perché le aveva chiesto il divorzio?

O pensava che non le stesse dando abbastanza?

Alex serrò le sopracciglia. «Emily, scendi. Dobbiamo parlare.» Gli rispose il silenzio. «Sono sfinito e non ho tempo per questi giochetti», aggiunse, la voce tagliente per l’irritazione.

Non arrivò comunque alcuna risposta. Alex socchiuse gli occhi scuri.

Addormentata così presto?

Salì le scale senza fare rumore, ma lo sguardo gli scivolò nello studio, irresistibilmente attirato dalle carte del divorzio distese sulla scrivania, con la firma di Emily già impressa, netta e definitiva.

Gli occhi di Alex si strinsero pericolosamente, e un’ombra gli attraversò lo sguardo.

Prese l’accordo di divorzio e lo esaminò con attenzione. Non era affatto un falso.

Alex provò un’irritazione inspiegabile.

Per un istante l’eleganza di quella grafia familiare lo tenne prigioniero: non riusciva a decidersi a firmare. Un solo tratto, e la linea fra scelta e conseguenza sarebbe svanita per sempre.

L’irritazione nel cuore di Alex crebbe all’istante, e neppure lui sapeva spiegarsene il motivo.

La penna fu scaraventata sulla scrivania con un tonfo sordo.

Gli occhi scuri di Alex erano di una profondità inquietante.

Era soltanto un matrimonio di convenienza: tre anni compiuti, era ora di separarsi in buoni rapporti.

Era questo il finale che aveva previsto fin dall’inizio.

Eppure lei se n’era andata come se non avesse legami, lasciandolo lì a chiedersi se fosse stata tutta una recita accuratamente preparata. Alex si tirò la cravatta con un’irritazione crescente, e la mano gli scivolò quasi automaticamente verso la tazza da tè sulla scrivania.

Era completamente vuota. Nemmeno una goccia.

In passato, ogni volta che si occupava degli affari dell’azienda, sulla scrivania c’erano sempre tè calmanti o zuppe rinfrescanti…

Proprio in quel momento il telefono squillò.

Alex lasciò uscire una risata fredda. «Alla fine devi comunque venire da me. Se sapevi che sarebbe finita così, perché recitare?»

Dava per scontato che fosse Emily.

Ma quando rispose, sullo schermo comparve il nome “Grace”.

La sua presa sul telefono si serrò all’istante.

Alex rimase in silenzio per mezzo secondo. «Pronto.»

La voce di Grace tremò leggera, poco più di un sussurro. «Alex… mi gira ancora la testa. Resti… con me per un po’?»

«Sono sola in ospedale e ho un po’ paura.»

Di solito Alex sarebbe andato via subito.

Ma in quel momento, senza volerlo, aggrottò la fronte. «Il medico ha detto che è solo un calo di zuccheri. La persona che ho trovato per assisterti è molto professionale, non preoccuparti.»

«Ho questioni di lavoro da sbrigare. Riattacco.» Senza darle il tempo di rispondere, chiuse la chiamata di colpo.

Dall’altra parte, Grace ascoltò il segnale continuo; la vulnerabilità sul suo volto si spense, sostituita da un’ombra cupa.

Strinse il telefono con forza, le unghie quasi a conficcarsi nel palmo.

Alex non era affatto in azienda!

Doveva essere tornato a casa… eppure quella donna, Emily, continuava a restargli nella testa. Un lampo improvviso, tagliente, di calcolo le illuminò lo sguardo.

Intanto, Emily trascinò il corpo sfinito fino al proprio appartamento.

Era un posto che aveva comprato prima di sposarsi.

Piccolo, circa sessanta metri quadri, una sola camera, ma per lei era un rifugio privato. Emily lasciò la valigia in un angolo e si abbandonò sul divano, lasciando che il silenzio la avvolgesse.

Dopo un lungo riposo, prese il telefono e lo sguardo le si fermò su un contatto in rubrica.

Negli ultimi anni quell’azienda era diventata famosa a livello internazionale, puntando su una fusione di minimalismo ed estetica occidentale.

Era perfettamente in linea con la filosofia di design di Emily.

Tre anni prima aveva inviato il curriculum e non era passato inosservato. Sophia Lee, allora direttrice del design, era rimasta colpita all’istante dalla brillantezza dei suoi lavori.

Sophia l’aveva chiamata di persona per invitarla a unirsi al team, arrivando perfino a dirsi pronta a richiedere per lei un posto nella sede di Parigi.

All’epoca, pensieri e cuore di Emily erano stati completamente assorbiti da Alex, e lei aveva rifiutato. Adesso… Emily inspirò a fondo, per farsi coraggio, e compose il numero.

Poco dopo, qualcuno rispose.

La voce allegra di Sophia arrivò chiara. «Emily?»

Emily si strinse le labbra. «Sì, Director Lee, buongiorno.»

Dall’altra parte ci furono due secondi di silenzio. «Che c’è, hai cambiato idea? Hai finito di fare la moglie a tempo pieno?» Il tono sembrava casuale, quasi indifferente, ma Emily colse il calore sottile che vi si nascondeva sotto.

Le sue labbra si incurvarono in un sorriso sincero. «Prima avevo alcune questioni personali che hanno rimandato tutto. Mi dispiace!»

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