Capitolo 7: Quindi mi hai chiamato qui solo per farle da autista?
(Punto di vista di Sophia)
Daniel sbatté la porta e salì di sopra.
Abbassai lo sguardo sulla cravatta strana ai miei piedi, poi guardai verso le scale e, all’improvviso, mi parve tutto ridicolo.
Non avevo più neppure voglia di spiegargli niente.
Tornai in camera da letto e misi insieme i documenti del divorzio firmati e una carta di credito nel cassetto del comodino.
I soldi sulla carta erano quelli che avevo messo da parte negli ultimi tre anni, più i miei risparmi: abbastanza per restituire le spese mediche che Avery aveva coperto per mia madre allora, e tutto il denaro che la famiglia Cooper aveva speso per me in questi tre anni.
Volevo andarmene a testa alta, con i conti in pari. Senza prendere un solo centesimo dalla famiglia Cooper e senza dover loro nulla.
La mattina dopo mi svegliò il telefono impazzito di notifiche.
Lo presi in mano e vidi che tutti i principali siti di notizie avevano lo stesso titolo su di me e sulla famiglia Cooper—
[Il matrimonio dell’amministratore delegato del Cooper Group in crisi: la signora Cooper incontra un uomo misterioso a tarda notte!]
[Il matrimonio del miliardario va in pezzi e la storia si fa più piccante? Una fonte interna sostiene che la signora Cooper abbia già qualcuno di nuovo!]
Le foto erano scatti rubati, ripresi da angolazioni insidiose.
Nelle immagini ero in piedi all’ingresso della villa e, non lontano, la schiena di un uomo era stata cerchiata apposta, in modo da far sembrare che tra noi ci fosse un rapporto speciale.
C’era anche un’altra foto della cravatta che Daniel aveva gettato a terra.
Non avevo bisogno di pensarci due volte per capire chi c’era dietro. Ella avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di liberarsi di me.
Chiusi le notizie senza cambiare espressione e stavo per alzarmi quando arrivò la chiamata di mia suocera, Emily.
«Sophia! Ma non ti vergogni?!» Appena risposi, la sua voce tagliente mi perforò i timpani. «Guardati le notizie! Hai gettato disonore su tutta la famiglia! Il titolo ha cominciato a scendere fin da stamattina! Sei solo guai!»
Allontanai un poco il telefono dall’orecchio, aspettai che si stancasse di urlare, poi dissi freddamente: «Hai finito?»
«Tu… che razza di atteggiamento è?» Emily era così furiosa che a stento riusciva a parlare. «Non mi interessa che rapporto tu abbia con quell’uomo. Adesso farai una conferenza stampa e chiederai scusa! Dirai che è stato tutto un equivoco, che è colpa tua e che Daniel non c’entra niente!»
Voleva che ammettessi pubblicamente che era colpa mia, che mi prendessi tutto addosso, per proteggere Daniel e la reputazione della famiglia Cooper?
«Non chiederò scusa.» La mia voce era piatta, priva di inflessioni. «Non ho fatto niente di sbagliato.»
«Come ti permetti di rispondermi così?!» strillò Emily dall’altro capo. «Sophia, non dimenticarti chi ti ha dato questa posizione! Credi che non possa farti andare via senza un soldo e assicurarmi che in questo giro non riuscirai mai più a sopravvivere?»
«Per me va bene», dissi piano.
Emily rimase senza parole davanti al mio tranquillo «per me va bene». Per un bel po’ non riuscì a dire nulla e alla fine poté solo urlare: «Aspetta e vedrai!»
Poi riattaccò con rabbia.
Rimasi ad ascoltare il segnale di linea, con una calma assoluta dentro.
Aspettai tutto il giorno. Daniel non tornò a casa, non chiamò nemmeno una volta.
Pareva che anche lui avesse deciso che l’avevo tradito e non vedesse l’ora di prendere le distanze da me.
Quando calò la notte e stavo per riposarmi, lo schermo del telefono si illuminò all’improvviso.
ID chiamante: Daniel.
Esitai, ma risposi lo stesso.
«Vieni a prendermi al The Gilded Lounge.» La sua voce era impastata d’alcol, perentoria. «Stanza 888.»
Detto questo, senza aspettare la mia risposta, riattaccò.
Rimasi con il telefono in mano, fissando lo schermo ormai nero, e mi lasciai sfuggire una risata amara contro me stessa.
Anche a questo punto, continuava a trattarmi come un’autista a sua completa disposizione?
Stavo per spegnere il telefono, poi ci ripensai: va bene. Alcune cose è meglio dirsele in faccia, per evitare qualunque strascico in futuro.
Mezz’ora dopo, guidai fino al The Gilded Lounge.
Quando arrivai davanti alla porta della stanza 888 e stavo per spingerla, dalla fessura filtrarono risate e voci.
«Daniel, sei proprio un pessimo amico. Quand’è che ti metti ufficialmente con Ella? Noi stiamo solo aspettando di venire al tuo matrimonio!» lo punzecchiò un uomo.
Un’altra voce intervenne subito: «Appunto! Ella è bella e gentile, ed è pure una pittrice famosa. Non come quella Sophia che ti ritrovi in casa: è un pezzo di legno. Ho sentito che ti ha tradito di recente? Una donna così l’avresti dovuta cacciare da un pezzo!»
La voce dolce di Ella risuonò, con la giusta misura di ferita e premura: «Non parlate di Sophia in questo modo... Daniel e lei sono marito e moglie, dopotutto... È colpa mia. Se non fossi tornata...»
Trattenni il respiro, in attesa.
In attesa che quell’uomo dicesse anche solo una parola per difendere la mia dignità.
Ma tutto ciò che udii fu lo sbuffo freddo e impaziente di Daniel.
«Bevi.»
Non mi difese, non mi protesse, non mostrò nemmeno un’ombra di emozione.
Come se la donna di cui stavano parlando con tanta cattiveria non avesse nulla a che fare con lui.
Inspirai a fondo, ricacciai giù tutto l’amaro e aprii la porta della saletta privata senza un’espressione in volto.
La stanza rumorosa si zittì all’istante.
Tutti si voltarono verso di me. Gli uomini che fino a un attimo prima ridevano a crepapelle avevano tutti un’aria un po’ imbarazzata.
Ella si comportò ancor di più come un coniglietto spaventato, rintanandosi d’istinto dietro Daniel, con gli occhi pieni di «panico».
Daniel, ubriaco, sollevò la testa; quando vide che ero io, le sue belle sopracciglia si aggrottarono subito e lo sguardo divenne gelido come il ghiaccio.
«Perché ci hai messo così tanto?»
Nel suo tono c’era un rimprovero ovvio, naturale, come se fosse scontato.
Ignorai gli sguardi di tutti e mi avvicinai dritta a lui, con voce fredda: «Non mi hai detto di venire a prenderti?»
«Sophia, non te la prendere con Daniel, ha bevuto troppo...» Ella fece un passo avanti timidamente, tentando di fare la parte della brava persona.
Daniel si alzò barcollando; la sua figura alta emanava una presenza oppressiva.
Non venne verso di me. Invece indicò Ella al suo fianco, con quell’espressione fragile e delicata, e disse in tono autoritario:
«Si è fatto tardi. La mano di Ella non è ancora guarita. Non è sicuro che torni a casa da sola. La accompagni tu, prima.»
L’aria parve congelarsi.
Lo guardai: quel viso bello eppure senza cuore, quella mano tesa a indicare un’altra donna.
Ecco cos’era. Si era ubriacato a notte fonda e mi aveva chiamata fin lì non per farsi riportare a casa.
Ma per farmi... da autista alla donna che amava.
All’improvviso risi.
In quella risata c’erano scherno verso me stessa, sollievo e la leggerezza di aver finalmente trovato uno sfogo a tutte le umiliazioni accumulate in questi tre anni.
Guardai Daniel e chiesi con chiarezza, parola per parola:
«Quindi mi hai chiamata qui solo per farmi da autista alla signorina Price?»
