Capitolo 5: La scadenza si avvicina
Avevo appena riattaccato la chiamata di Emily.
Quelle sue parole cattive, avvelenate… non me ne importava nulla.
Che storia del “restituisci tutto quello che la famiglia Cooper ti ha dato”… ah. Non mi è mai interessato niente di tutto questo.
In questi tre anni ho annotato ogni strisciata di carta, ogni centesimo che ho speso.
Quando me ne andrò, restituirò tutto, fino all’ultimo spicciolo.
L’unico legame tra me e la famiglia Cooper è la promessa di Avery.
Ora la scadenza è quasi arrivata. È ora che me ne vada.
Tornai alla villa e spalancai la porta. Mi pietrificai.
In salotto, Daniel era seduto sul divano, con un’espressione cupa.
Accanto a lui c’era Ella.
Indossava abiti firmati nuovi di zecca e teneva in mano una borsa in edizione limitata.
Appena mi vide entrare, si alzò subito, con quel sorriso innocente che conoscevo fin troppo bene.
«Sophia, sei tornata! Daniel era in pensiero per te, così mi ha portata apposta qui per vederti e spiegarti cosa è successo in ospedale.»
«Dove sei stata?» domandò Daniel con freddezza.
«Sono solo uscita a fare una passeggiata.» Mi cambiai le scarpe con calma.
«Sophia, non essere più arrabbiata con Daniel.» Ella mi si avvicinò cercando di prendermi sottobraccio, ma io feci un passo di lato per evitarla.
La sua mano rimase sospesa a mezz’aria. Un lampo d’imbarazzo le attraversò il viso, poi guardò Daniel con un’espressione da vittima.
«Daniel, hai visto? Sophia è davvero arrabbiata… è tutta colpa mia. Se non ci fossi io, voi due non litighereste.» Fece una pausa, poi all’improvviso sollevò la borsa e la agitò verso di me. «Ah, giusto, Sophia, non è bella questa borsa? Me l’ha appena regalata Daniel, ha detto che è per compensare la mia mano ferita. È così premuroso con me.»
Quell’aria compiaciuta era semplicemente ridicola. Non avevo nemmeno voglia di concederle una seconda occhiata; fissai Daniel senza espressione. «Sono stanca. Voglio riposare.»
«Sophia! Che atteggiamento è questo? Ella ha fatto tutta questa strada per venirti a trovare per gentilezza, e tu tratti così un’ospite?»
«Un’ospite?» Li guardai entrambi. «Da quando al signor Cooper piace portarsi gli ospiti in camera da letto?»
Mi riferivo a tre anni prima, quando lo avevo beccato per caso a riportare Ella nella sua stanza. Il volto di Daniel si incupì all’istante, contrariato in modo evidente.
Proprio in quel momento gli squillò il telefono. Era il suo assistente, Jack Gray.
Mi lanciò un’occhiata tagliente, poi, trattenendo la rabbia, disse a Ella: «Aspettami un momento, devo occuparmi di una cosa nello studio.»
In salotto rimanemmo solo noi due. L’atmosfera cambiò all’istante.
L’espressione innocente sul viso di Ella svanì in un secondo.
Mi si avvicinò e abbassò la voce: «Sophia, sei proprio consapevole di te stessa, eh? Sai che è arrivato il momento di toglierti di mezzo.»
La guardai gelida. «Non preoccuparti, ti cederò molto presto il posto di signora Cooper. Non c’è bisogno che tu sia così ansiosa.»
La mia calma non fece che irritarla di più.
Si morse il labbro; lo sguardo le cadde su un vaso sul mobile decorativo lì vicino: faceva parte della mia dote, un regalo di Avery.
Un ghigno le attraversò le labbra e all’improvviso allungò la mano per spingere il vaso.
Capivo perfettamente cosa stesse tentando di fare. Ma non avevo nemmeno voglia di muovermi. Ero nauseata da questi giochetti.
Crash.
Il vaso andò in frantumi.
La porta dello studio si spalancò di colpo e Daniel piombò fuori.
Vedendo i cocci sul pavimento ed Ella “tremante” lì accanto, il suo volto si fece completamente nero. «Sophia! Che ti prende adesso? Sei impazzita?»
Ella gli si buttò subito tra le braccia, le lacrime che le rigavano il viso per lo spavento: «Daniel, non dare la colpa a Sophia… forse non voleva… ha solo detto che non lascerà nemmeno una cosa in questa casa per me…»
Quelle parole riuscirono davvero a far scattare Daniel.
Mi ruggì contro: «Basta! Chiedi scusa a Ella, subito!»
Guardai quella farsa che avevo davanti e mi sentii sfinita, fino al midollo.
«Non chiederò scusa. Non ho fatto nulla di male.»
Detto questo, non avevo nemmeno più voglia di guardarli. Mi voltai e salii al piano di sopra. Alle mie spalle arrivarono i singhiozzi di Ella e la rabbia trattenuta di Daniel, mentre la consolava.
A notte fonda, la villa era di un silenzio spaventoso.
Non accesi la luce. Trascinai fuori una valigia dalla cabina armadio e la aprii sul pavimento.
Vivevo lì da tre anni, eppure le cose che mi appartenevano erano miseramente poche: non bastavano nemmeno a riempire una valigia.
Qualche vestito, qualche libro, un set di strumenti da disegno. Questo era tutto il mio matrimonio di tre anni.
Accovacciata a terra, cominciai a riporre le cose una a una. I vestiti erano piegati con cura, tutta roba economica che mi ero comprata da sola.
Gli abiti firmati che lui faceva mandare… non ne presi nemmeno uno. Tanto li avrebbe indossati presto Ella.
I dorsi dei libri erano segnati dall’uso. Mi avevano tenuto compagnia molto più a lungo di Daniel.
Le matite di quel set da disegno erano temperate a punta fine. Passandoci sopra i polpastrelli, quella consistenza appena ruvida mi riportò a quei giorni nel mio appartamento in affitto, quando disegnavo fino a notte fonda.
Allora ero povera, ma ogni tratto lo facevo per me stessa.
Proprio in quel momento, dal piano di sotto arrivò la voce di Ella, dolce e incerta: «Daniel, è così tardi… Ho paura a tornare a casa da sola, e mi fa ancora male la mano… Posso restare stanotte?»
Le mani mi si fermarono a metà.
Trattenni il respiro e appoggiai l’orecchio alla porta fredda, aspettando la risposta di Daniel dal piano di sotto.
Un secondo, due secondi, tre secondi…
Alla fine sentii la voce di Daniel. «…La stanza degli ospiti è giù. Puoi stare lì.»
«Bang.» Il rumore della porta della stanza degli ospiti, al piano di sotto, che si chiudeva.
Scivolai lentamente verso il basso fino a sedermi sul pavimento, con la schiena contro la porta.
Mi ricordai del giorno in cui mi ero trasferita lì, tre anni prima: seduta a terra proprio così, guardandomi attorno nella camera da letto piena di speranza.
Allora pensavo che il tempo avrebbe cambiato ogni cosa, che la mia pazienza e i miei compromessi, un giorno, sarebbero stati visti.
Ma erano passati più di mille giorni e notti, e da lui non avevo mai ricevuto nemmeno un solo abbraccio sincero.
Fuori dalla finestra, il cielo passò dal nero al grigio, poi dal grigio al bianco. Rimasi seduta sul pavimento, le gambe raccolte, il mento appoggiato sulle ginocchia.
Da sotto giunse, fioca, la risatina di Ella: come un ago sottile, che ogni tanto mi pungeva il cuore.
Non mi mossi.
Pensai alle innumerevoli notti di quei tre anni, passate da sola in una stanza vuota: lui a cene di lavoro fino all’alba, lui a sbrigare affari nello studio, lui che “casualmente” accompagnava Ella in ospedale… io sempre sola in quel letto enorme, ad addormentarmi al suono del mio stesso respiro.
E oggi, finalmente, non gli importava nemmeno più di fingere.
Mi voltai a guardare quella valigia, nera e silenziosa, che conteneva tutto il peso dei miei tre anni di vita.
Tre anni prima l’avevo trascinata dentro colma di speranza e, tre anni dopo, era sempre la stessa valigia, ma ciò che conteneva sembrava più leggero.
Non perché ci fosse meno bagaglio, ma perché mi avevano svuotato il cuore.
Mi abbracciai le ginocchia e, all’improvviso, risi.
Quel sorriso sbocciò lentamente nella luce dell’alba, come una consapevolezza tardiva, amara e dolce insieme. Risi e risi, finché le lacrime caddero.
Lacrime mute, che scivolavano dalle guance al mento, gocciolando sul dorso della mano: calde all’inizio, poi presto fredde.
Questo spettacolo a una sola attrice… era ora che calasse il sipario.
