Capitolo 5 Panico
Passarono due settimane e non ebbi più notizie dalla compagna di Sebastian. Con l’aiuto di Monalisa, una delle Luna dell’est che è mia amica, feci le mie verifiche.
Alexas è la figlia dell’Alpha Raymond, dell’Ovest. Era stata invitata alla cerimonia annuale da suo cugino, l’Alpha Leonard, l’Alpha del branco Silver Moon, dove si sarebbe svolta la cerimonia.
È l’unica figlia di Alpha Raymond. Sua madre morì dandola alla luce, e fu cresciuta da suo padre, da solo.
Monalisa scavò a fondo e arrivò perfino a procurarmi una fotografia di Alexas. Anche se non volevo ammetterlo, perché faceva un male cane, Alexas è una donna bellissima. Ha lunghi capelli castani, occhi azzurri che ricordavano quelli di Sebastian e un fisico da clessidra.
«Spero che non si faccia più vedere nelle nostre vite tranquille», mi disse Mia, e non seppi come rispondere.
«Lo spero anch’io», dissi alla mia lupa, e lei tacque. Sospirai e chiusi i fascicoli che stavo consultando nel mio ufficio da Luna.
Sebastian non era in giro: era andato in città a sbrigare qualcosa e mi aveva promesso che sarebbe tornato da me prima dell’alba. La paura mi strisciò nel cuore mentre guardavo la sua auto lasciare il branco; la seguii con lo sguardo finché non sparì.
Non potei evitare di temere che Sebastian si imbattesse di nuovo nella sua predestinata. Avrei voluto trattenerlo, ma scelsi di tenere per me preoccupazioni e paure: non potevo passare la vita a stargli addosso.
Sebastian mi assicurava ogni giorno che non mi avrebbe mai lasciata. Mi stringeva la mano ogni volta che camminavamo insieme e arrivava persino a baciarmi in pubblico, solo per dimostrare al mondo che ero ancora sua moglie legittima. La Luna del branco della montagna. La sua dolce hazel.
Ad alcuni membri del branco la cosa non andava giù, soprattutto ai tipi gelosi come Simon.
Simon e altri del consiglio di comitato facevano pressione su Sebastian perché riportasse la Luna legittima e la reclamasse, ma lui non li ascoltò mai. Non ebbero altra scelta che piegarsi alla sua decisione, perché Sebastian è l’Alpha. Simon mi odiò ancora di più e sua figlia Arabella rideva di me, ricordandomi che la mia vita era appesa a un filo.
Alcuni del consiglio, però, erano dalla mia parte, soprattutto Pamela, una delle anziane che sapeva cosa si prova. Mi capiva e sapeva quello che stavo passando. Mi consolava e mi incoraggiava a non arrendermi.
Si comportava come una madrina, e io le ero grata. L’incubo su mia madre non mi dava tregua. A volte mi svegliavo nel cuore della notte, sudata, con il cuore che martellava impazzito. Sebastian mi stringeva fra le braccia e mi calmava, assicurandomi che non se ne sarebbe andato, qualunque cosa accadesse.
Guardai fuori dalla finestra e mi accorsi che il sole stava tramontando. Con un lungo sospiro mi alzai dalla sedia alta con lo schienale e uscii dal mio ufficio, andando dritta verso casa nostra.
Quando arrivai, il cuore mi crollò. Sebastian non c’era, e la notte stava scendendo. Chiusi gli occhi per un istante, inspirai a fondo e mi diressi in cucina, per distrarmi mettendomi a cucinare.
«Tornerà da noi», borbottai tra me e me, cercando di convincermene, perché era l’unico modo che avevo per restare aggrappata a qualcosa.
Decisi di preparare la pasta, il suo piatto preferito.
«C’è qualcuno in casa?» sentii la sua voce roca; gridava dal salotto. Un sospiro di sollievo mi sfuggì dalle labbra e sbattei le palpebre innumerevoli volte per trattenere le lacrime.
«Il nostro compagno è tornato, ha mantenuto la promessa che ci ha fatto.» Mia fece le fusa nella mia testa e ne sentii l’eccitazione nella voce.
«Sono in cucina a preparare la cena per noi, amore mio!» gridai dalla cucina, e un sorriso mi sfiorò le labbra.
«Mmm… che buon profumo.» disse, e voltai la testa verso la porta per guardarlo. Aveva i capelli in disordine, che gli cadevano sulla fronte. Eppure non gli impedivano di essere bellissimo.
Lo fissai, incapace di credere che fosse davvero tornato da me. Un’ombra di cupa preoccupazione gli si posò sui lineamenti.
«Che c’è? Perché mi guardi così?» brontolò, e io sorrisi.
«Sei davvero tornato?» non riuscii a non chiederglielo. Lui mi venne incontro e mi prese il viso tra le mani, poi mi asciugò le lacrime agli occhi, ed è allora che mi accorsi che stavo piangendo.
Da quell’episodio mi ero aggrappata alle emozioni come a una ferita scoperta. Il trauma e gli incubi avevano preso il controllo di ciò che sentivo.
«Sì, sono tornato da te. Sono tornato dalla mia dolce Hazel.» disse, e le sue labbra si incurvarono in un sorriso.
«Lo so che non ti fidi di me, dopo quello che è successo. Capisco da dove viene questa paura e ti prometto che mi guadagnerò di nuovo la tua fiducia. So che non mi hai creduto quando ti ho detto che sarei tornato. Ma non preoccuparti, capisco.» Annuii alle sue parole, sollevata che mi capisse.
Mi posò un bacio lieve sulla fronte e io gli sorrisi, asciugandomi le lacrime rimaste col dorso della mano.
Seb mi strinse tra le sue braccia forti e mi tirò a sé, più vicino di quanto credessi possibile; affondò il viso nel mio collo e inspirò a fondo il mio profumo, come se avesse bisogno di ricordarsi com’ero.
Mi brontolò lo stomaco e Sebastian ridacchiò.
«Prima dobbiamo nutrirti. Te lo giuro, stanotte ti servirà energia.» disse Sebastian, con un sorriso malizioso che gli piegò le labbra. Mi lasciò andare e mi aiutò a preparare la tavola.
Mangiammo dallo stesso piatto; mi imboccava e io ero felice. Sebastian mi colse mentre lo fissavo e inarcò un sopracciglio.
«Che c’è? Mi è spuntato un terzo naso?» chiese, canzonatorio. Io sorrisi alle sue battute e continuammo a mangiare.
Non volevo che sapesse cosa mi passava per la testa. Avrei voluto che quell’attimo durasse per sempre. Eppure non riuscivo a smettere di pensare ad Alexas.
E se un giorno spuntasse fuori e me lo portasse via? La paura mi strisciava nel cuore ogni volta che quel pensiero mi attraversava.
Quando finimmo di mangiare, Sebastian non mi permise di sparecchiare né di lavare i piatti. Mi prese per mano e mi aiutò ad alzarmi, poi schiacciò le labbra sulle mie, baciandomi con una passione che restava dolce. Seb mi strinse il sedere con delicatezza e io gemetti di piacere; mi sollevò e io gli avvolsi le gambe attorno alla vita, poi mi portò nella nostra stanza.
Mi fece l’amore più volte, finché non ne potei più. Sapeva dove e come toccarmi. Mi girò in posizioni diverse e mi ridusse a un groviglio di gemiti. Era come se volesse ricordarmi quanto fosse una bestia a letto, e a me piaceva.
Un mese passò in fretta, e ringraziai la dea della luna perché Alexas non comparve più nelle nostre vite.
Il rapporto tra Sebastian e me si rafforzava di giorno in giorno, e le ferite nel mio cuore si stavano rimarginando.
I consigli del comitato smisero di interrogare Sebastian sul suo destino. Eppure Simon tirava fuori la questione ogni volta che ne aveva occasione.
Sebastian e io stavamo cercando di fare un bambino, ormai avevamo sistemato ogni cosa nel branco. Avevamo preparato tre stanze per i nostri futuri bambini, perché Sebastian ne voleva tre.
Non gli importava del sesso del bambino. Mi assicurò che avrebbe accolto qualunque cosa la dea della luna ci avesse donato, e io ero così felice. Facevo raramente incubi, perché l’ansia nel mio cuore non era più così forte.
«Non sto più nella pelle all’idea di avere dei bambini con Sebastian, Mia», dissi alla mia lupa, e lei ridacchiò.
Parlare con la mia lupa era diventata un’abitudine. Mi aiutava a confessare quello che stavo vivendo e mi faceva sentire più serena. Mia ascoltava senza giudicare. Mi aiutava a ragionare e mi consolava quando ero giù.
Stavo esaminando alcuni fascicoli di affari che riguardavano il Mountain Pack e il Silver Pack quando il profumo di Sebastian mi riempì le narici.
Muschio, dolce e irresistibile. Il suo odore bastava a eccitarmi; Mia gemette nella mia mente, improvvisamente in calore.
Sollevai lentamente la testa e guardai verso la porta: era lì, appoggiato con indolenza allo stipite, e l’angolo delle labbra gli si incurvava in un sorriso malizioso.
«Troppo impegnata?» chiese.
«Sto per finire», risposi, e un sospiro di stanchezza mi sfuggì dalle labbra.
«Non sforzarti troppo. Vedo la stanchezza nei tuoi occhi. Ultimamente stai lavorando tanto, ti serve riposo.» Si avvicinò e si sedette sulla vecchia sedia di legno dal gusto d’altri tempi.
Mi strappò la penna di mano, richiuse il fascicolo e lo spinse via.
«Devo finirlo», borbottai, cercando di allungarmi verso il fascicolo e la penna, ma lui mi afferrò le mani. Tirai un sospiro di resa e smisi di oppormi, perché era così forte.
Mi tenne le mani tra le sue e le strinse appena, poi cominciò a massaggiarmi le nocche pallide, e fu maledettamente piacevole.
«Visto? Hai bisogno di riposo. Magari di una pausa dal lavoro», disse, con una voce bassa che mi scivolò addosso come una carezza.
«Mmm…» mormorai, godendomi quel massaggio gratuito. Alzai lo sguardo verso di lui e i nostri occhi si incastrarono; il mio cuore si sciolse in una pozza.
«Che ne dici se finiamo tutto e poi andiamo in vacanza?» propose.
«E il branco?» La mia voce era piena di preoccupazione. Non avevamo mai lasciato il branco da quando Sebastian ne aveva preso il comando. Eravamo stati occupati a costruirlo.
«Matteo e la Gamma si occuperanno di tutto. Non devi preoccuparti di questo.» Fece spallucce con noncuranza.
Uscimmo dal mio ufficio e ci avviammo a casa a piedi. Lungo la strada parlammo, scherzammo, ci punzecchiammo e ci riempimmo gli occhi di natura. Sebastian colse un fiore di campo e me lo porse.
Quel gesto mi scombussolò: il cuore prese a battermi più in fretta e nello stomaco mi si agitarono farfalle. Mi sentii come un’adolescente appena innamorata. Era un dono semplice, eppure scaldava l’anima.
Preparammo la cena insieme, mangiammo e andammo dritti in camera. Ero sfinita per tutto quello che avevo fatto durante la giornata, così non facemmo l’amore.
Sebastian mi strinse fra le braccia e mi tirò a sé; io gli cinsi la vita con forza e appoggiai la testa sul suo petto duro e virile, ascoltandogli il cuore, e quel suono mi quietò. Non so come sprofondai in un sonno profondo.
Eppure, anche nel sonno, sentii Sebastian sfilarsi dalla mia stretta, cosa insolita. Aggrottai la fronte e sbattei le palpebre più volte per scacciare l’appannamento dagli occhi; lo intravidi mentre usciva dalla stanza in pantaloncini e a piedi nudi.
«Che succede? Siamo sotto attacco?» Non potei fare a meno di preoccuparmi, perché Sebastian non mi aveva svegliata per dirmi cosa stesse accadendo.
Scesi dal letto, infilai le sue pantofole e uscii dalla stanza. Percorsi la grande scalinata, tenendomi al corrimano per non perdere l’equilibrio.
Il cuore mi martellava nel petto a ogni passo. Una paura senza nome mi si insinuò dentro e presi qualche respiro per calmarmi.
Un’espressione cupa mi si fissò sul viso quando guardai verso l’ingresso e vidi Sebastian, Matteo e una donna fermi davanti alla porta.
Non riuscivo a capire chi fosse, perché mi dava le spalle. Aveva il corpo pieno di lividi e i vestiti a brandelli; sembrava arrivata da un campo di battaglia, anche per l’odore di sangue fresco che impregnava l’aria.
Parlavano a bassa voce e non riuscivo a capire di cosa stessero discutendo. Forse Sebastian aveva chiesto loro di tenere il tono basso per non svegliarmi.
Al pensiero mi si sciolse il cuore. Tirai un lungo, lento sospiro e mi avvicinai alla porta per scoprire che cosa stesse succedendo. Forse potevo aiutarli a trovare una soluzione, chi può dirlo?
«Che succede? Che cosa le è capitato? È stata maltrattata dal suo compagno?» incalzai, una domanda dopo l’altra.
Sebastian e Matteo si immobilizzarono appena sentirono la mia voce, e io aggrottai la fronte di fronte alla loro reazione. Urlava qualcosa… non riuscivo a capire cosa.
«Ehi, che cosa ti è successo? Il tuo compagno ti ha maltrattata? Deve essere punito, perché nel branco di montagna non incoraggiamo certi comportamenti.» La mia voce uscì ferma, e dentro aveva una promessa di morte.
Calò il silenzio. Un silenzio così totale che sentivo il cuore pulsarmi nelle orecchie. La donna si voltò con rigidità, e il mio cuore si fermò per un istante quando ne vidi il volto per intero.
