La Compagna Proibita del Re Alfa

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Capitolo 4 Nightmare

Capitolo 04 Il passato

Hazel

«Che cosa ci fai nella foresta, piccola principessa?» Mi voltai verso quella voce familiare e sorrisi.

La voce dolce di una donna che mi cantava una ninna nanna e mi leggeva le storie prima che mi addormentassi.

«Sto cercando funghi, mamma. È tanto che non li mangiamo. Sono stanca di carne e verdure.» Lo dissi voltandomi, e ripresi a raccoglierne.

«La foresta non è un posto sicuro per te, né per chiunque alla tua età. È troppo pericoloso. Mi hai spaventata.» Vidi la preoccupazione negli occhi di mia madre, e tirò un lungo sospiro.

Un sospiro di sollievo, perché aveva ritrovato la sua principessa scomparsa.

«Mi dispiace essere venuta nella foresta senza il tuo permesso. È solo che… lo sapevo che non me l’avresti lasciato fare, e per questo ho deciso di sgattaiolare via.» Confessai, rigirandomi nervosa l’orlo del vestito tra le dita.

«Va bene. Non farlo mai più senza il mio permesso, d’accordo?» chiese, e io annuii. «Possiamo comprare i funghi al mercato, non devi arrivare fin qui. Dai, torniamo a casa.»

Mamma mi sorrise con calore, mi prese le manine e ci incamminammo verso il branco. Dopo pochi passi, si fermò di colpo, come per ascoltare.

Alzai la testa e guardai mia madre, confusa, perché non capivo che cosa stesse succedendo.

«Mamma, c’è qual…» Stavo per dire altro, quando lei mi fece cenno di stare zitta. «Shhh…» disse.

Si abbassò alla mia altezza e mi strinse le mani, poi diede una piccola stretta. Nei suoi occhi c’era paura, e le sue mani tremavano sulle mie.

«Voglio che tu corra verso il branco e non ti azzardare a guardarti indietro, qualunque cosa succeda, va bene?» mi disse, e un sorriso triste le sfiorò le labbra.

«E tu?» chiesi, spaventata e in ansia.

«Non preoccuparti di me, va bene? Voglio che tu ascolti la tua mamma.» Mi scostò alcune ciocche dal viso e me le infilò dietro l’orecchio con delicatezza, poi mi posò un bacio lieve sulla fronte.

«Voglio che tu abbia questo.» Si sfilò in fretta dal collo una collana d’oro puro e me la agganciò al collo, poi sorrise.

«Abbi cura di questa collana, d’accordo.» Io annuii. «Va bene. Promettimi che tornerai da me e da papà.» Le lacrime mi scesero dagli occhi, perché le sue parole mi suonavano come un addio.

«Corri! Sono vicini. Cercherò di distrarli, va bene?» sussurrò, quasi gridando. Io ubbidii, esitante. Mi voltai e iniziai a correre, proprio come mi aveva ordinato mia madre. Questa volta non volevo essere testarda.

Quando fui un po’ lontana, sentii un grido di dolore…

«Mamma…»

Mi svegliai dall’incubo. Il cuore mi martellava contro la gabbia toracica; chiusi gli occhi e le lacrime mi colarono. Le mani andarono al collo e sfiorai la collana.

«Mamma…» dissi quasi sottovoce, stringendola con forza, come se così potessi calmarmi. Non l’ho mai tolta da quando me l’ha agganciata al collo.

«Hazel… stai bene? Hai fatto un incubo?» mi chiese Sebastian; credo di aver gridato così forte da svegliarlo.

«Perché? Perché tutti mi lasciano sempre completamente sola?» gli domandai. Lui rimase in silenzio. Mi prese il viso tra le mani e mi asciugò le lacrime, ma continuavano a scendere.

Mi sentii di nuovo come una bambina di sette anni, sola e spaventata. Quel ricordo era così vivo nella mia mente, come se fosse accaduto pochi minuti prima.

«Non ti lascerò tutta sola. È solo un brutto sogno. Sono qui con te. Non ti lascerò tutta sola, va bene?» disse, con una voce che calmava e che portava con sé una promessa.

Chiusi gli occhi e lasciai uscire un respiro profondo. Perché i ricordi del passato stavano tornando a galla? Forse era stato ciò che era successo tra me e Sebastian a scatenarli. Avevo paura di perdere qualcun altro che mi fosse caro.

Mi strinse in un abbraccio forte, mi accarezzò la schiena con una dolcezza infinita e mi diede una piccola stretta. Chiusi gli occhi e mi lasciai abbracciare, perché avevo bisogno di conforto. Non volevo sentirmi di nuovo sola e abbandonata. Volevo la certezza che non sarei stata una piccola principessa sola e spezzata.

«Forza, devi dormire un po’. Non ti lascerò, d’accordo?» ripeté, riprendendo le parole di prima, e io annuii, asciugandomi le lacrime rimaste.

Mi scostò dal viso alcune ciocche scure e le infilò dietro l’orecchio, poi posò un bacio lieve sulla mia fronte. Chiusi gli occhi: le sue labbra erano calde e consolanti contro la mia fronte sudata.

Quel bacio mi ricordò l’ultimo bacio di mia madre nella foresta, sulla fronte. La paura mi strisciò nel cuore. Le ferite che avevo medicato per anni si erano riaperte.

Sebastian mi aiutò a stendermi di nuovo sul letto e mi sistemò il cuscino, poi sorrise. Era un sorriso di rassicurazione, come a dirmi che non se ne sarebbe andato. Un sorriso piccolo mi si disegnò sulle labbra.

«Vado a prenderti un bicchiere d’acqua in cucina.» Stava per voltarsi e scendere dal letto, ma la mia mano lo afferrò d’istinto e lui si girò a guardarmi, aggrottando le sopracciglia.

«Per favore, non lasciarmi», dissi, e le lacrime mi scesero dagli occhi. Il cuore mi martellava così forte contro le costole che pensai sarebbe esploso da un momento all’altro.

«Vado solo in cucina a prenderti un bicchiere d’acqua. Torno prima che tu te ne accorga», disse, e io scossi la testa quasi subito.

«Sto bene, non ho sete», risposi, e un sorriso forzato mi comparve sulle labbra. Mi spostai sul letto per fargli posto.

Aggrottò le sopracciglia, ma annuì lo stesso. Sapeva che stavo mentendo, mi conosceva fin troppo bene. Facevo pena a mentire, ma in quel momento non mi importava.

Mi avvicinai a lui e lui mi attirò nel suo abbraccio caldo; mi raggomitolai contro di lui, più vicina che potevo. Lo sentii posare le labbra sulla sommità del mio capo e un piccolo sospiro mi sfuggì. La presa con cui lo stringevo si fece più forte.

«Buonanotte», sussurrò, con una voce dolce e quieta. Io risposi aggrappandomi a lui, sperando che stavolta riuscisse a mantenere la promessa. Non mi avrebbe lasciata tutta sola, come avevano sempre fatto tutti.

Non avrebbe buttato via i sei anni che avevamo trascorso insieme come marito e moglie. Dopo essere rimasta sveglia per qualche minuto, alla fine riuscii ad addormentarmi, e quella volta l’incubo non tornò.

Sbatté dolcemente le palpebre per scacciare la vista offuscata. Tirai un sospiro di sollievo quando mi resi conto che Sebastian era accanto a me. Non se n’era andato, come mi aveva promesso.

Aveva mantenuto la promessa.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime, ma sbattei le palpebre innumerevoli volte per trattenerle. Non potevo fare a meno d’immaginare un giorno in cui mi sarei svegliata in un letto vuoto e freddo.

Dormiva con una pace tale che non me la sentii di svegliarlo. Scesi dal letto, mi infilai i leggings da yoga e indossai la sua maglietta per avvolgermi del suo odore, poi uscii per la corsa del mattino, come tutti gli altri giorni.

I membri del branco mi guardavano come se mi fosse spuntata una seconda testa, o qualcosa del genere. Non avevo bisogno di una profetessa per capire che cosa stesse succedendo.

«Ormai sanno già che il loro Alpha ha trovato la sua predestinata durante la cerimonia annuale», dissi a Mia, e lei ululò nella mia testa. Il cuore mi martellava contro la cassa toracica, e paura e preoccupazione avevano la meglio su di me.

In alcuni sguardi vedevo felicità; altri mi osservavano con pietà. Era il sogno di ogni branco che il proprio Alpha trovasse la compagna predestinata, perché significava che sarebbe diventato più forte.

Mi chiesi se importasse loro di me, di come mi sentivo e di tutti i sacrifici che avevo fatto per loro, per il branco. Tornai a casa di corsa, con il cuore che batteva all’impazzata per lo sforzo e per una paura inspiegabile.

«Buongiorno.» Sebastian mi salutò e sorrise non appena entrai nella nostra stanza. Era già sveglio. Aveva fatto la doccia; aveva gli occhi ancora umidi e addosso un profumo di fresco.

Le mie labbra si incurvarono in un sorriso pallido in risposta al suo saluto, poi andai in bagno a rinfrescarmi. Mi tolsi i vestiti e mi misi sotto l’acqua calda. Rimasi sotto la doccia qualche minuto, con la mente che vagava senza meta.

Tornai in camera e mi cambiai con abiti comodi. Il cuore mi sprofondò quando mi guardai nello specchio a figura intera. Avevo gli occhi arrossati e gonfi.

Quando ebbi finito, andai dritta alla macchina per aspettare Sebastian, così avrebbe potuto venire a portarci alla riunione. Arrivò e si accorse che ero già seduta dentro. Non mi concentrai su quello che faceva mentre entrava: la mia mente era lontana chilometri dal mio corpo.

Mi scossi quando mi toccò la mano posata sulle cosce. Guardai le nostre dita intrecciate, poi alzai lentamente la testa verso di lui e i nostri sguardi si incastrarono. Mi persi in quelle iridi blu oceano e il cuore mi saltò un battito.

«Mi dispiace. Mi dispiace davvero per tutto, Hazel.» Lo disse e mi strinse appena la mano. La sua era calda contro la mia, e deglutii a fatica.

Rimasi in silenzio a guardarlo, perché non sapevo che cosa dirgli. Le labbra mi si piegarono in un piccolo sorriso e mi sfuggì un sospiro. Il tragitto fino alla riunione trascorse muto. Guardai fuori dal finestrino, trovando un po’ di pace nella bellezza della natura e negli uccelli in volo.

Alla fine arrivammo e c’erano tutti: i consigli, tutti quanti. Li salutai, ma non mi sfuggirono quelle occhiate strane.

La riunione cominciò, perché avevamo molto di cui discutere: questioni riguardanti il nostro branco e le nuove idee imparate durante la cerimonia annuale.

Intervenni poco, e non era da me. Per la maggior parte del tempo la mente continuava a vagare, e fui orgogliosa di Sebastian perché guidò la riunione con grande sicurezza. Capiva quello che stavo passando e non mi mise pressione.

Un sospiro di sollievo mi uscì dalle labbra quando, finalmente, la riunione giunse al termine.

«Sebastian, dobbiamo parlare.» William, uno dei membri del consiglio, lo disse a Sebastian afferrandogli la mano e trascinandolo via.

La paura mi strisciò nel cuore; non mi avevano chiamata ad accompagnarli, e non era strano. Di solito si consultavano con entrambi su qualunque cosa riguardasse il branco.

Chiusi gli occhi e inspirai a fondo. Forse, qualunque cosa stessero per discutere, non aveva bisogno anche del mio parere, mi dissi.

Sebastian seguì l’uomo con esitazione; dopo pochi passi si fermò e si voltò a guardarmi. Io gli sorrisi e annuii, rassicurandolo che non doveva preoccuparsi. Io starò bene.

«Abbiamo saputo che hai trovato la tua compagna predestinata durante la cerimonia annuale del Silver Pack», sentii dire dall’uomo calvo, e deglutii nervosamente. Il cuore mi martellava e le mani cominciarono a tremarmi senza controllo, ma feci del mio meglio per restare calma.

«Qual è il tuo piano? Quando pensi di portarla nel branco e reclamarla?» chiese senza alcun pudore l’uomo calvo; non gli importava minimamente di quello che le sue parole mi stavano facendo.

Sebastian rimase in silenzio. Mi domandai perché non rispondesse. Stava pensando a una data? Quel pensiero mi contorse lo stomaco e mi fece male il cuore, come se qualcuno lo stesse strizzando fino a ridurlo a un respiro minuscolo, e mi diventasse difficile respirare.

Sebastian girò la testa per guardarmi e io non riuscii a fare altro che distogliere lo sguardo.

«Non ho alcuna intenzione di portarla nel mio branco né di reclamarla. Mountain pack ha già una Luna, ed è Hazel Del Mundo. La mia compagna scelta.» Lo disse, e un sospiro di sollievo mi sfuggì dalle labbra; solo allora mi resi conto che stavo trattenendo il fiato.

Chiusi gli occhi, e una sola lacrima mi scivolò dall’occhio sinistro.

«Che testardo.» Il vecchio rise, beffardo.

«Faresti meglio a pensarci bene, ragazzo. Tuo padre era coraggioso. Ha reclamato la sua predestinata e l’ha presa come Luna. Perché teneva al branco e alla sua discendenza.» Lo disse senza vergogna.

Conoscevo la storia del padre di Seb, Alpha Adam. L’avevo sentita dai membri del branco da quando ero bambina, e mio padre me l’aveva raccontata anche lui, dato che era il suo Beta. Quando Adam trovò la sua predestinata, la reclamò immediatamente e la rese la sua Luna. Abbandonò la compagna scelta e la bandì dal suo branco.

Le parole dell’uomo calvo erano come un pugnale d’argento a doppio filo che mi trafisse il cuore senza pietà. Mi voltai e mi incamminai verso la nostra auto, parcheggiata all’ingresso, lontano da dove stavano in piedi.

Non volevo più ascoltare la loro conversazione. Le lacrime mi scorrevano dagli occhi senza sforzo; entrai in macchina, allacciai la cintura e poi girai la testa a guardare Sebastian e il vecchio.

Li vidi discutere, e fui grata di non essere là in mezzo. Era evidente che Simon era contento che Sebastian avesse trovato il suo destino.

Simon anni prima voleva Sebastian per sua figlia Arabella. Però Sebastian aveva scelto me e lo aveva rifiutato. So che ce l’ha ancora con me: sta cercando un modo per vendicarsi, non mi è mai piaciuta.

Mi asciugai le lacrime con il dorso della mano. Non capii nemmeno come Sebastian fosse entrato in auto: aveva lo sguardo carico di rabbia. Si allacciò la cintura e chiuse gli occhi, passandosi le dita fra i capelli neri come la pece.

«Hai intenzione di seguire il suo consiglio?» gli chiesi, trattenendo il fiato.

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