Capitolo 4
Punto di vista di Fiona
«Guarda che cosa hai fatto!»
La voce di Victoria era così stridula che quasi mi spaccava i timpani.
Aveva gli occhi cerchiati di rosso, eppure si aggrappava ancora alla sua postura altezzosa — come un pavone sul punto di andare in pezzi, con le piume ostinatamente rizzate.
«Lo sapevi benissimo che Emily era la mia migliore amica! Adesso tutta la scuola dice che la mia dolce e gentile amica è andata a letto con il mio futuro cognato! Sai come mi chiamano sui forum? Una ruffiana! Una mezzana! Fiona, perché non potevi venire prima da me? Perché hai deciso di fare di testa tua!»
Dio, era davvero capace di essere così sfacciata da rigirare la storia a suo piacimento?
L’angolo della bocca mi si incurvò in un arco di scherno. «Wow. Povera, povera te, cara cugina. Da come mi accusi e mi condanni, per un attimo non riesco quasi più a distinguere il giusto dallo sbagliato. Sembra quasi che sia stata io a spogliare Emily e a spingerla sotto Caleb.»
«Tu—!»
Victoria ebbe un sussulto, le pupille ridotte a due spilli.
Alzò un dito tremante e me lo puntò contro. «Una fidanzata che non è nemmeno capace di tenersi stretto il proprio uomo. Credo che tu pensi che sputtanare una cosa del genere davanti a tutti sia una specie di gloria? Non hai fatto altro che schiaffeggiare te stessa!»
«Ah, sì?»
Sorrisi appena e feci un passo avanti. Victoria indietreggiò d’istinto, finché la schiena non urtò il freddo mobile intagliato, facendo tintinnare il candeliere d’argento che aveva all’altezza del gomito.
Aveva paura di me. Quella paura, immaginavo, nasceva dalla naturale avversione degli esseri umani per i licantropi.
Eppure non le aveva mai impedito, nemmeno una volta, di tormentarmi e bullizzarmi a parole per tutta la nostra infanzia.
Oggi, però, non ero venuta a regolare vecchi conti.
«Allora dimmi, cugina: che cosa avrei dovuto fare? Ingoiare tutto e poi venire da te in lacrime, a supplicarti di farmi giustizia? Avrei dovuto sperare che andassi a implorare la tua cara amica Emily, chiederle di farsi da parte con eleganza, per favore, di smettere di distruggere l’amore tra me e il mio fidanzato? È questo?»
«Non doveva forse andare esattamente così?»
Victoria strillò, le unghie quasi conficcate nei palmi.
La guardai infuriarsi, la guardai disfarsi.
All’inizio non avevo capito fino in fondo perché fosse così furiosa.
Forse perché non sopportava di vedere la creaturina timida che aveva sempre conosciuto — schiacciata dalla scomparsa dei genitori, ridotta a vivere della carità altrui — trovare ancora dentro di sé la forza di alzare la bandiera della sfida aperta. E per di più sotto quei capelli rossi odiosi, con quelle lenti ridicole e spesse come fondi di bottiglia.
Mi lasciai scivolare sulle labbra un sorriso lieve. «Victoria, visto che ti sta tanto a cuore la reputazione della famiglia, io avrei un’ottima idea per “salvare la faccia”.»
Abbassai la voce, lasciando guizzare qualcosa di pericoloso nei miei occhi, come la lingua di un serpente. «Perché non sposi tu Caleb? Il suo nome è già rovinato, e la famiglia Thorne ha bisogno di un matrimonio rispettabile per fermare l’emorragia. Potresti perfino dire al mondo che ho semplicemente fatto provare il prodotto al mio buon’amica Emily per me — per vedere se quel piccolo dono di un licantropo riesce davvero a mandare qualcuno in paradiso e riportarlo indietro.»
Il volto di Victoria impallidì all’istante. Barcollò, reggendosi al bordo del mobile, le dita che tremavano come foglie secche al vento.
Sapevo che ogni parola che pronunciavo cadeva come un pugnale avvelenato, affondato con precisione nella sua ferita più viva, più vulnerabile.
Non avrebbe mai immaginato che, quando si trattava di umiliare la gente, anch’io potessi arrivare ai vertici dell’arte.
«Basta!»
Il viso scavato di Arthur era diventato livido, i baffetti sulle guance gli tremavano.
Non riuscì più a trattenersi e dovette intervenire per fermare quella farsa.
«Fiona, come puoi dire oscenità così sfacciate davanti a tutti? I tuoi genitori non ti hanno mai dato un’educazione come si deve?»
Sollevai il mento e lo fissai dritto negli occhi.
«Mi dispiace, zio. Prima che i miei genitori se ne andassero, le buone maniere che avevo imparato servivano a offrire gentilezza agli altri.»
Ma dopo che erano spariti senza preavviso l’anno in cui compii dodici anni — senza lasciarmi nemmeno una sola parola —
Arthur mi aveva portata qui in affidamento, e per dieci lunghi anni non avevo sopportato altro che trascuratezza e intrighi.
La parola buone maniere aveva da tempo perso qualunque potere di farmi sentire al sicuro.
E poi, quello che avevo detto stasera davanti a tutti? Paragonato a ciò che Caleb aveva fatto davanti a tutti, cos’era, in fondo?
«Difficile da immaginare.» Arthur mi passò in rassegna dalla testa ai piedi con i suoi occhi gelidi. «Nel mio ricordo, Caroline era una donna così elegante e gentile. Eppure ha dato alla luce una figlia maleducata come te.»
Il nome di mia madre fece sobbalzare il sangue che mi ribolliva dentro, costringendolo a un moto improvviso, innaturale.
«Avete conosciuto mia madre?»
Tesi le orecchie, e un calore bruciante mi salì alle guance.
Per quanto ne sapevo, mio padre — l’erede degli Sterling — si era ritirato da tempo. Aveva sempre vissuto nella tenuta ancestrale degli Sterling, conducendo una vita quasi del tutto tagliata fuori dal mondo.
I suoi rapporti con la famiglia di mio zio non erano mai stati stretti. Anzi, si poteva dire che tenessero le distanze da qualunque parente.
Certo, solo crescendo avevo capito: forse era perché mia madre era una licantropa purosangue. La loro unione aveva attirato un’enorme pressione sociale. E c’era la necessità di nascondere ciò che tanti bramavano: la stirpe dal sangue dorato.
Fissai gli occhi di mio zio, il cuore che mi martellava nel petto.
Per anni ero rimasta nell’ombra, rinchiusa in quella biblioteca, cercando una traccia del cosiddetto “Libro Proibito di Dio” di cui mia madre mi aveva parlato, e la vera ragione dietro la scomparsa sua e di mio padre. Non ero mai riuscita a scalfire nulla.
E adesso, sentendo mio zio pronunciare il nome di mia madre, tutto il sangue nel mio corpo cominciò a bollire.
«Certo che l’ho incontrata: al matrimonio di tuo padre. Una conoscenza di passaggio.» Arthur arricciò il labbro con disprezzo. «Peccato che l’unione tra lupo e umano possa produrre soltanto un mezzosangue mediocre e irragionevole come te.»
Lottai per tenere a bada il bruciore che mi divorava dentro, quasi sentendo il sapore del sangue là dove le zanne mi avevano punto l’interno del labbro.
«La mediocrità è un gene che non posso cambiare. Ma l’irragionevolezza… quella l’ho assorbita in questi anni, vivendo della carità altrui. Non credete, zio, che questa creatura orgogliosa e irragionevole che vedete davanti a voi stasera sia esattamente uguale a vostra figlia, carne della vostra carne?»
«Tu…!» Victoria esplose finalmente. «Mezzosangue miserabile dal sangue impuro! Con quale diritto ti paragoni a me?»
Perse ogni controllo, afferrò il candeliere d’argento dal tavolo e lo scagliò dritto contro di me.
Crack.
Lo spigolo mi sfiorò la guancia, aprendo una sottile linea di sangue.
E nello stesso istante, la superficie di quella ferita cominciò a corrodersi.
Un dolore acuto mi attraversò come una lama. Abbassai lo sguardo sul sangue nel palmo: era già passato dal rosso vivo a un nero profondo.
Argento!
«Victoria!»
A quella vista, un guizzo balenò negli occhi grigio torbido di Arthur. Ringhiò un rimprovero secco a sua figlia, mentre si precipitava avanti fino a mettersi davanti a me.
«Fiona! Stai bene?»
«Victoria! Sai cosa fa quella cosa a Fiona! Per quanto tu sia arrabbiata, non avresti mai dovuto agire con tanta avventatezza.»
«Padre, davvero hai intenzione di schierarti dalla sua parte? Questa puttana mezzosangue non muore così facilmente! Il veleno che le esce di bocca mi fa molto più male di qualunque taglio di un candeliere d’argento!»
Stringendomi la guancia, mi raddrizzai lentamente dalla posizione accovacciata.
Non riuscivo a reprimere una fitta di preoccupazione — non perché il viso potesse restare sfigurato, non perché potessi essere ferita gravemente.
Ero preoccupata perché il dolore improvviso di poco prima stava già cominciando, passo dopo passo, ad attenuarsi.
Sapevo che era la stirpe del lupo dorato dentro di me a guarire la ferita. E sapevo che, nel modo in cui Arthur mi guardava adesso —
tutta quella presunta premura era una menzogna. La verità era l’indagine, la curiosità.
Non potevo permettere che sembrassi illesa.
Non potevo permettere che vedessero che non avevo davvero paura dell’argento.
Non potevo lasciare che un’anima viva scoprisse che nelle mie vene scorreva sangue puro e potente di lupo dorato.
«Il mio viso… fa male! Fa malissimo! Dannazione! Victoria, mi vuoi uccidere?!»
Mi accovacciai sul posto e misi in scena un’agonia teatrale.
Proprio in quell’istante, il maggiordomo socchiuse la porta, tremando.
La scena davanti a lui lo lasciò chiaramente senza parole.
«Mr. Sterling, questo—»
«Che c’è!»
Arthur si voltò verso il maggiordomo con impazienza.
«Il professor Thorne è qui.»
