Capitolo 4: Mai abbastanza
PUNTO DI VISTA DI CREMA
A Janine non importava niente di ciò che diceva Giovan.
Non le importava di cosa pensasse il re.
Per lei contava soltanto Giovan.
«Non mi importa più, Giovan», disse.
«Mi manchi.»
«Voglio stare con te.»
Prima ancora che riuscissi a elaborare quelle parole, Janine si sedette sulle ginocchia di Giovan.
«Vattene», disse Giovan.
«Qualcuno potrebbe vederti.»
Cercò di allontanarla.
Ma Janine gli avvolse le braccia attorno al collo e lo baciò.
«Oh!»
Mi pietrificai.
Le parole mi scivolarono fuori prima che potessi fermarle.
Giovan mi guardò.
Per un attimo gli si spalancarono gli occhi.
Poi la sua espressione tornò normale.
«Vieni qui», disse a Janine.
La tirò più vicino.
Le loro labbra per poco non si sfiorarono di nuovo.
La mia lupa guaì.
Il dolore mi colpì all’istante.
Non riuscivo a pensare.
Non riuscivo a respirare.
Sapevo del loro passato.
Sapevo che c’erano state voci.
Ma vederlo con i miei occhi…
era insopportabile.
«Che cos’è questo?» chiesi.
Era una domanda stupida.
Sapevo benissimo cosa stavo vedendo.
Janine mi guardò.
Poi inarcò un sopracciglio.
E questo mi fece arrabbiare ancora di più.
Era il mio primo giorno da moglie di Giovan.
E stavo già guardando mio marito con un’altra donna.
Che pena.
Che umiliazione.
Mi voltai e scappai.
Fuori di casa.
Nel bosco.
Mi trasformai nella mia forma di lupo.
Il dolore era troppo.
«Ahhhh!»
Il mio grido riecheggiò tra gli alberi.
Non riuscivo a smettere di pensare.
E se non fosse stata la prima volta?
E se si vedessero di nascosto?
«Maledizione!»
Continuai a correre.
Finché non raggiunsi la cima della collina.
Solo allora mi fermai.
Le lacrime mi rigavano il muso.
Piansi.
E piansi.
Finché lo sfinimento non mi trascinò nel sonno.
Quando mi svegliai era buio.
Era passato un giorno intero.
E io ancora non sapevo cosa fare.
Janine aveva sempre voluto ciò che era mio.
Questo lo sapevo.
Ma Giovan…
Lui non lo capivo.
Perché farlo davanti a me?
Perché ferirmi così, senza neppure nasconderlo?
Se amava Janine…
perché non lottare per lei?
Perché sposare me?
Inspirai a fondo.
Poi mi trasformai di nuovo.
E corsi verso casa.
Al cancello rallentai.
Ti prego…
fa’ che Janine non ci sia più.
Andai dritta in camera mia.
Per quanto fossi ferita, avevo comunque delle responsabilità.
Sarei stata una buona moglie.
Mi sarei conquistata la famiglia di Giovan.
E non avrei mai lasciato che Janine si prendesse ciò che era mio.
Mai.
Aprii la doccia.
Acqua fredda mi si riversò addosso.
Dalla testa.
Giù lungo il corpo.
Il freddo mi schiarì la mente.
A poco a poco.
Mi fece sentire più forte.
Più calma.
Dopo la doccia mi avvolsi in un accappatoio leggero.
Quando uscii, i capelli erano ancora bagnati.
Poi—
sentii una voce.
Giovan.
Mi immobilizzai.
Non mi aspettavo che fosse lì.
All’improvviso mi sentii scoperta.
Debole.
Mi strinsi le braccia al petto.
Cercando di coprirmi.
«M-Mi dispiace», mi sfuggì.
Mi affrettai verso l’armadio.
Allungai la mano verso il pigiama.
Poi…
lo sentii alle mie spalle.
Vicino.
Molto vicino.
Il suo respiro mi sfiorò la nuca.
E tutto il mio corpo si irrigidì.
«Non devi scusarti, tesoro», disse Giovan, piano.
Prima che potessi reagire, mi cinse con le braccia.
Le sue labbra mi sfiorarono il collo.
Rabbrividii.
Il mio corpo reagì prima ancora della mia mente.
«Vieni qui», sussurrò lui.
Mi fece girare, così che fossi rivolta verso di lui.
Ma nel momento in cui incrociai il suo sguardo...
ricordai.
Janine.
Seduta sulle sue ginocchia.
Che lo baciava.
Che gli sorrideva.
Esitai.
Giovan se ne accorse.
«Sei irresistibile», disse.
I suoi occhi scivolarono su di me.
Non sul mio viso.
Non sui miei sentimenti.
Solo su di me.
«Toccami.»
Suonava più come un ordine che come una richiesta.
Mi prese la mano e me la posò sul petto.
La mia mente mi diceva di fermarmi.
Di respingerlo.
Ma il mio cuore era debole.
Un pensiero orribile mi attraversò la mente.
Forse, se per lui fossi stata abbastanza...
non avrebbe desiderato Janine.
Forse, se lo avessi reso felice...
avrebbe scelto me.
Forse dovevo solo impegnarmi di più.
Essere migliore.
Essere tutto ciò che voleva.
Quel pensiero faceva male.
Eppure non riuscivo a smettere di sperare.
Lasciai che mi tirasse più vicino.
Mi lasciai dimenticare.
Solo per un po’.
Ma anche mentre mi stringeva...
la mia mente vagava.
Mi avrebbe mai guardata così fuori dalla nostra stanza?
Mi avrebbe mai lodata davanti agli altri?
Mi avrebbe mai scelta per prima?
Oppure contavo solo quando eravamo soli?
«Aiutami», disse Giovan.
Mi ci volle un momento per capire.
Lo aiutai.
Mi tremavano le mani.
Non perché fossi timida.
Perché avevo paura.
Paura che, qualunque cosa facessi...
non sarebbe comunque bastata.
Mi baciò.
E io gli restituii il bacio.
Cercando disperatamente di credere che significasse qualcosa.
Cercando disperatamente di dimenticare Janine.
Per un attimo...
quasi ci riuscii.
«Stai migliorando.»
Furono le uniche parole che mi concesse.
Poi si alzò.
E se ne andò.
Scomparve in bagno.
Pochi minuti dopo tornò, in pigiama.
Come se non fosse successo niente.
Come se non gli avessi appena dato tutto quello che avevo.
«La cena dovrebbe essere pronta», disse.
Non aspettò una mia risposta.
Uscì e basta.
La porta si chiuse alle sue spalle.
E, così...
tutto tornò normale.
Fissai il soffitto.
Una sensazione di vuoto mi si allargò nel petto.
Aveva lodato il mio corpo.
Aveva goduto del mio affetto.
E poi...
se n’era andato.
Come se non contasse nulla.
Avevo fame.
Non avevo mangiato tutto il giorno.
Così mi vestii e mi avviai verso la sala da pranzo.
Prima di uscire controllai il mio riflesso.
Janine poteva essere ancora lì.
Rifiutavo di sembrarle debole.
«Sei così generoso», sentii dire a Janine.
I miei passi si bloccarono.
Era seduta comoda al tavolo.
Sorrideva.
Rideva.
Come se quello fosse il suo posto.
Il re ridacchiò.
Strinsi i pugni.
Che sfacciata.
Quando entrai nella sala da pranzo, erano già tutti seduti.
Avevano perfino iniziato a mangiare.
Ero in ritardo.
«Mi fai pena, Crema», disse re Dior.
«Hai sempre l’aria stanca per via di come ti prendi cura del tuo Alpha.»
«Non preoccuparti.»
«Ci farai l’abitudine.»
Il calore mi salì alle guance.
Abbassai lo sguardo.
Il ricordo di ciò che era successo di sopra mi balenò nella mente.
E dall’altra parte del tavolo...
Janine sogghignò.
Come se sapesse esattamente perché ero in ritardo.
Come se avesse vinto qualcosa.
E per la prima volta quella sera...
mi chiesi se non fosse davvero così.
