La Compagna del Principe Alfa

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Capitolo 3: Solo una crepa

Giovan capì che qualcosa non andava nell’istante in cui posò lo sguardo su Crema.

Era terrorizzata.

Non nervosa.

Non timida.

Terrorizzata.

Per un attimo, il dubbio gli strisciò nella mente.

Aveva frainteso tutto?

Da quando avevano annunciato il fidanzamento, si era convinto che fosse ciò che lei desiderava. Che avesse accettato con gioia il futuro che le veniva messo in mano.

Ma la donna che gli stava davanti, adesso, non somigliava per nulla a qualcuno che avesse ottenuto ciò che voleva.

Sembrava in trappola.

Quella consapevolezza avrebbe dovuto contare di più.

Invece prevalse la frustrazione.

Dentro di lui c’erano già troppe emozioni aggrovigliate.

Rabbia.

Risentimento.

Desiderio.

Confusione.

E nessuna di quelle cose aveva più senso.

Lo sguardo gli rimase sul suo viso.

Poi su come le dita si aggrappavano, disperate, alla vestaglia.

«Non devi guardarmi come se stessi per farti del male», disse piano.

Crema abbassò gli occhi.

Quella reazione semplice lo irritò più di quanto avrebbe dovuto.

Perché aveva paura.

E perché una piccola parte di lui sapeva di esserne la causa.

La stanza sprofondò nel silenzio.

Denso.

Sgradevole.

Nessuno dei due sapeva cosa dire.

Nessuno dei due sapeva come colmare la distanza tra loro.

E in qualche modo, pur essendo a pochi passi l’uno dall’altra, quella distanza sembrava impossibile da attraversare.

La mattina dopo, Crema si svegliò lentamente.

Ogni muscolo del corpo le sembrava esausto.

La notte precedente le tornò addosso a frammenti che avrebbe voluto cancellare.

Non per ciò che era accaduto.

Per la confusione che le era rimasta addosso dopo.

Fissò il soffitto per lunghi istanti.

La stanza le pareva estranea.

Fredda.

Troppo grande.

Troppo vuota.

Giovan non c’era.

Un sentimento strano le si posò nel petto.

Sollievo.

Delusione.

Confusione.

Tutto insieme.

Alla fine si costrinse a scendere dal letto.

Quel gesto semplice le risultò più difficile del dovuto.

Dopo essersi rinfrescata e aver scelto con cura cosa indossare, si fermò davanti al grande specchio.

Il suo riflesso pareva composto.

Elegante.

Una principessa in ogni dettaglio.

Almeno fuori.

Sua madre aveva passato anni a insegnarle a stare dritta anche quando, dentro, tutto crollava.

Oggi, quella lezione le sembrò più importante che mai.

Un bussare interruppe i suoi pensieri.

Quando aprì la porta, la cameriera del giorno prima la salutò con un sorriso educato.

«Buongiorno, Madam.»

«Buongiorno.»

«Il Re ha chiesto la sua presenza per la colazione.»

Crema annuì.

«Arrivo tra poco.»

La cameriera si scostò.

Crema la seguì al piano di sotto.

Appena entrò nella sala da pranzo, rallentò il passo.

Il Re era già seduto.

Anche Giovan.

Ma nessuno dei due la sorprese.

Fu la terza persona a farlo.

Janine.

Per un secondo Crema credette di essersi sbagliata.

Ma no.

Sua cugina sedeva comodamente a tavola, come se fosse il suo posto.

Una sensazione strana le serrò il petto.

Confusione.

Sospetto.

Inquietudine.

In silenzio prese un posto libero.

Nessuno parlò subito.

Il silenzio si allungò.

Poi il Re sorrise.

«Immagino che ti stia chiedendo perché Janine sia qui.»

Crema alzò lo sguardo.

Il Re sembrava compiaciuto di sé.

«Da oggi Janine ti assisterà.»

Quelle parole le caddero addosso come un secchio d’acqua gelida.

Crema batté le palpebre.

Di certo aveva capito male.

Assisterla?

Perché Janine?

Proprio lei.

Dall’altra parte del tavolo, Janine abbassò lo sguardo con modestia.

La recita era quasi impressionante.

«Grazie per aver scelto me, Maestà,» disse Janine con voce zuccherosa.

«Conosco mia cugina meglio di chiunque altro. Prometto di servirla fedelmente e di renderLa fiero.»

Il Re annuì, soddisfatto.

«Sono lieto di sentirlo.»

Poi l’espressione gli si fece seria.

«Ricorda qual è il tuo posto. Ora sei responsabile di assistere mia nuora. Mi aspetto eccellenza.»

«Certo, Maestà.»

Il sorriso di Janine non vacillò.

Neppure per un istante.

Crema la fissò.

C’era qualcosa che non andava.

Molto, molto.

E, a giudicare dallo sguardo di Giovan, lo sapeva anche lui.

I loro occhi si incrociarono per un istante.

Per la prima volta quella mattina, notò qualcosa di strano.

Lui non era sorpreso.

E non era nemmeno contento.

Osservava.

Quasi stesse aspettando di vedere come avrebbe reagito lei.

La stava mettendo alla prova.

Il pensiero la inquietò ancora di più.

La colazione proseguì.

La conversazione andò avanti.

Ma Crema ne colse a malapena una parola.

Le domande continuavano ad accumularsi nella sua mente.

Quando finalmente il pasto finì, tornò nella sua stanza senza protestare.

Aveva bisogno di tempo per pensare.

Tempo per respirare.

Tempo per capire che gioco si stesse giocando intorno a lei.

Dei passi la seguirono.

Non aveva bisogno di voltarsi per sapere chi fosse.

Janine entrò nella stanza pochi istanti dopo.

La porta scattò, chiudendosi.

Il silenzio riempì lo spazio.

Poi Janine sorrise.

Dolce.

Cordiale.

Completamente falso.

«Grazie per avermi permesso di diventare la tua assistente.»

Crema rimase in silenzio.

Janine intrecciò le mani.

«Prometto che non ti deluderò.»

Il sorriso si allargò.

«E non hai motivo di preoccuparti.»

Qualcosa, nel suo tono, fece contrarre lo stomaco a Crema.

«Sono qui per servire il palazzo.»

Una pausa.

«E per seguire i miei sogni.»

I suoi occhi scintillarono.

Freddi.

Calcolatori.

«Prince Giovan non fa più parte di quei sogni.»

All’improvviso la stanza parve rimpicciolire.

Janine fece un altro passo avanti.

«Quindi credimi quando ti dico questo.»

Il suo sorriso non vacillò mai.

«Non sono tua nemica.»

Per qualche motivo, quelle parole spaventarono Crema molto più di qualunque minaccia avrebbe mai potuto.

Crema ascoltò in silenzio.

Non rispose subito.

Le pareti del palazzo avevano orecchie.

Era una cosa che aveva già imparato.

Ogni parola contava.

Ogni errore poteva diventare un’arma.

Quando infine parlò, la sua voce restò calma.

Quasi troppo calma.

«Janine, ti conosco meglio di chiunque altro.»

Il sorriso sul volto di Janine vacillò per un attimo, il più breve possibile.

Crema lo notò.

«So che non fai mai nulla senza un motivo.»

I suoi occhi rimasero fissi su sua cugina.

Fermi.

Incrollabili.

«Qualunque cosa tu stia preparando, fai attenzione.»

L’avvertimento rimase sospeso fra loro.

«Non permetterò a nessuno di farmi del male di nuovo.»

Il sorriso di Janine tornò lentamente.

Dolce.

Educato.

Pericoloso.

Crema fece un passo più vicino.

Quanto bastava perché le sue parole successive colpissero nel segno.

«E sai già che cosa succede quando smetto di essere paziente.»

Per la prima volta, qualcosa di oscuro guizzò negli occhi di Janine.

Poi svanì.

Le due donne si fissarono.

Nessuna delle due disposta a distogliere lo sguardo per prima.

Nessuna delle due fidandosi dell’altra.

Crema alla fine si voltò.

Non aveva alcuna intenzione di restare oltre.

Il palazzo era già abbastanza complicato senza offrire a Janine altre occasioni per creare problemi.

Mentre si allontanava, sentiva lo sguardo di sua cugina addosso.

In attesa.

A fare calcoli.

Nel momento in cui Crema scomparve dietro l’angolo, l’espressione di Janine cambiò del tutto.

La dolcezza svanì.

Così come l’educazione.

Restò soltanto l’amarezza.

Le mani si chiusero a pugno.

L’umiliazione del giorno prima le bruciava ancora dentro.

Essere rinchiusa.

Perdersi il matrimonio.

Guardare Crema diventare una principessa.

Nulla di tutto questo le sembrava giusto.

Non dopo tutto.

Non dopo tutti gli anni passati a inseguire il futuro che credeva avrebbe dovuto essere suo.

Un sorriso lento le si allargò sul volto.

Non era finita.

Nemmeno lontanamente.

Si toccò lo stomaco.

Un’idea pericolosa aveva già messo radici.

Forse non sapeva chi fosse il padre di suo figlio.

Forse la verità non contava più.

Ciò che contava era quello che la gente credeva.

E se fosse riuscita a spingere Giovan a riconoscerla pubblicamente…

Tutto sarebbe cambiato.

Crema non avrebbe mai tollerato un’umiliazione.

Janine lo sapeva meglio di chiunque altro.

Nel momento in cui il dubbio fosse entrato in quel matrimonio, le crepe avrebbero cominciato a formarsi.

E a Janine bastava una sola crepa.

Solo una.

Determinata, si diresse verso l’ala ovest del palazzo.

Verso l’ufficio di Giovan.

Le guardie del palazzo a malapena la degnarono di uno sguardo.

Nessuno mise in dubbio la sua presenza.

Non ancora.

Quando arrivò alla porta, gettò un’occhiata lungo il corridoio.

Vuoto.

Perfetto.

Bussò piano.

«Avanti.»

La voce di Giovan arrivò attraverso la porta.

Janine entrò subito.

Poi chiuse la porta alle sue spalle.

Il clic risuonò nella stanza.

Giovan alzò lo sguardo da una pila di documenti.

Sul suo volto guizzò la sorpresa.

Svanì quasi all’istante.

La sua espressione si indurì.

«Che cosa ci fai qui?»

Janine si avvicinò lentamente.

Con cautela.

Come chi si avvicina a un animale ferito.

«Mi dispiace presentarmi così.»

Giovan non disse nulla.

La sua pazienza era già agli sgoccioli.

Janine abbassò gli occhi.

Una recita che aveva perfezionato anni prima.

«Lo sai che i genitori di Crema mi hanno chiusa a chiave ieri notte?»

Silenzio.

«Non ho nemmeno potuto partecipare al tuo matrimonio.»

Ancora niente.

Quella mancanza di reazione la irritò.

«Perché non sei venuto a cercarmi?»

Giovan si appoggiò allo schienale della sedia.

L’espressione indecifrabile.

«Credevo di contare qualcosa per te.»

Quelle parole suonarono fragili.

Quasi strazianti.

Quasi credibili.

«L’hai sposata perché tuo padre te l’ha ordinato.»

La temperatura nella stanza parve abbassarsi.

Giovan posò la penna sulla scrivania.

Piano.

Con deliberata lentezza.

«Se sei qui per questo, vattene.»

Janine si immobilizzò.

La sua voce era calma.

Fin troppo calma.

«Ho del lavoro da fare.»

Il rifiuto le fece più male di quanto si aspettasse.

Ma non aveva finito.

Non ancora.

«Giovan,»

«No.»

Il suo sguardo si alzò.

Freddo.

Tagliente.

Pericoloso.

Per la prima volta Janine si sentì davvero a disagio.

«Dimmi una cosa.»

La domanda improvvisa la colse di sorpresa.

Giovan intrecciò le dita.

La guardava.

La scrutava.

«Perché pensi che mio padre ti abbia messa accanto a Crema?»

Il cuore di Janine ebbe un sussulto.

Il sorriso sul suo viso rischiò quasi di scivolare via.

Quasi.

Giovan lo notò.

E questo la terrorizzò.

Perché lo sguardo nei suoi occhi diceva qualcosa che non si sarebbe mai aspettata.

Non era lui a essere manipolato.

Era già sospettoso.

E in qualche modo…

Sembrava che sapesse molto più di quanto lasciasse vedere a chiunque.

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