Prologo
La musica pulsava cupa tra le pareti del club Devil’s Den, ma qui dietro, nel mio attico privato, c’erano solo calore, respiro e un abbandono sfrenato.
Mia gemette.
La sua schiena nuda sbatté con un tonfo sordo contro la morbidezza del divano di velluto, mentre le sue dita graffiavano le mie spalle larghe come se volesse scavarmi nella pelle. Quel che restava del suo vestito le pendeva intorno alla vita; il reggiseno era stato lanciato da qualche parte sul pavimento.
La mia bocca era sulla sua gola: mordevo, stuzzicavo, leccavo come se fossi affamato. E credo di esserlo stato davvero, perché l’ultima volta che avevo scopato era stato il giorno prima. Seguire il trasporto delle mie merci fino a destinazione era stato fottutamente estenuante, e sfogarsi era un requisito fondamentale in questo ambiente. Forse non per tutti, ma per me lo era.
«Cazzo, sai di peccato», ringhiai, afferrandole la mascella con una mano per forzarle la testa all’indietro ed esporre ancora di più il collo. «Ti piace farti usare, vero? Eh, troietta?»
«Sì… Dio, sì… mi piace così… tanto», piagnucolò lei, contorcendosi sotto di me. «Ti prego, non fermarti…»
Ridacchiai, un suono oscuro e crudele.
«Non ho neanche lontanamente finito con te.»
L’altra mia mano scese dal collo, le nocche sfiorarono il suo petto ansante, le dita indugiarono mentre le afferravo il seno pieno con la mia mano enorme. Le sue tette erano morbide; le tirai i capezzoli facendole male e lei gemette. La mia mano scivolò più in basso, insinuandosi tra le sue cosce. Lei sussultò bruscamente, inarcando i fianchi contro il mio palmo.
«Già fradicia», mormorai. «Fottuta piccola sporcacciona.»
All’improvviso, mi fermai subito dopo quel primo tocco sulla sua figa. Avvicinai una sedia, mi ci sedetti sopra, lontano da lei.
«Adesso fai da sola», dissi.
«Eh? Hunter, ti prego, ho bisogno del tuo grosso cazzo dentro la mia figa, non delle mie dita», supplicò disperata.
«Fai come cazzo ti dico, puttana. Apri bene le gambe e offrimi un bel teatrino, proprio come la troia che sei.»
Lei si tolse rapidamente i vestiti rimasti addosso, spalancò le gambe per offrirmi la visuale e iniziò a lavorare lentamente sul suo corpo.
Tutto era esposto al mio sguardo, ora: i suoi seni pieni, i capezzoli turgidi e rosei che puntavano dritti verso di me. La sua figa era così bagnata e pulsante, in attesa del mio tocco.
Si appoggiò allo schienale del divano e iniziò a stringersi i seni con entrambe le mani. Si pizzicò i capezzoli e lasciò andare un gemito mentre si mordeva il labbro inferiore.
«Sì, proprio così», dissi, posando la mano destra sul mio cazzo gonfio. Ero ancora vestito.
«Succhiati i capezzoli per me», ordinai.
Lei lo fece, cercando disperatamente di compiacermi.
La sua mano destra scese verso l’ombelico, e poi al suo centro. Diede un colpo al clitoride e respirò pesantemente. Continuò ad accarezzarsi la figa con le dita, gettando la testa all’indietro per il piacere.
L’altra mano era dietro la testa, aggrappata alla spalliera del divano. «Hunter… ti prego…»
Mi massaggiai brevemente l’inguine sopra i pantaloni. «Non ti fermare, cazzo… e non venire…»
Lei continuò a toccarsi, facendo ampi movimenti col corpo sul divano ed emettendo forti suoni da troia. La sua figa ora produceva un suono osceno e umido, tanto era bagnata.
Era ormai al limite del climax, cercando di non venire proprio in quel momento.
Il suo respiro si fece corto, e capii che era vicinissima.
«Non azzardarti a venire, cazzo. Lo fai solo quando lo voglio io. Sei troppo troia perché ti lasci venire così.» In fondo sono un diavolo, e trovo piacere in cose del genere.
Era sull’orlo delle lacrime. «Hunter, ti prego, lasciami…» Il suo respiro era ormai pesantissimo, superficiale e rabbioso. I suoi gemiti erano forti e imploranti.
Il suo corpo vibrò una sola volta, segnalando che non riusciva più a trattenerlo, così le strappai via la mano dalla figa.
Pura tortura.
Puro dominio. È tutto ciò che sono. Puoi prendere solo quello che ti do io.
Lei lanciò un grido di frustrazione e bisogno.
«Ti prego, lasciami venire solo questa volta», i suoi occhi erano rossi e spalancati per le lacrime imminenti.
«Non hai ancora il permesso di venire.»
Ora ero tra le sue gambe.
Le mie dita trovarono il suo centro, accarezzandolo una volta, poi due, solo per stuzzicarla. Non le diedi quello che voleva. Non ancora. Solo cerchi lenti, esasperanti, sopra il suo clitoride. A guardarla contorcersi e implorare.
Tremava sotto di me. Le sue mani si aggrapparono ai miei capelli, cercando di tirarmi giù per avere più contatto. «Ti prego, Hunter… ti prego…»
Le afferrai i polsi e glieli bloccai sopra la testa.
«Non mettermi fretta», la avvertii, con voce bassa e pericolosa. «Mi piace guardarti mentre ti dimeni.»
E lei si contorse eccome.
Le baciai il petto scendendo verso il basso, la lingua che disegnava cerchi su un capezzolo, poi sull'altro, succhiando quel tanto che bastava per farle gridare di piacere. Poi la mia mano scivolò più giù, un dito che tracciava movimenti circolari sul suo clitoride.
Affondai due delle mie grosse dita dentro di lei e lei ansimò, scattando con i fianchi in avanti.
«Oh, cazzo…»
«Ti piace, vero?» ringhiai, stantuffando lento e profondo, incurvando le dita nel modo giusto.
«S-sì!»
«Dillo.»
«Mi piace da morire! Adoro quando mi scopi con le dita!»
«Brava ragazza.» Aggiunsi un terzo dito.
Lei urlò.
«Più forte,» dissi, mordendole il seno sinistro abbastanza forte da lasciare un segno, mentre infilavo un quarto dito nella sua figa. «Fatti sentire da tutto il dannato palazzo.»
I gemiti di Mia echeggiarono tra le pareti mentre la mia mano si muoveva più veloce e implacabile. Il suo corpo si contorceva, gli occhi rovesciati all'indietro, le gambe che tremavano attorno alla mia vita.
E proprio quando stava per venire, vicinissima…
Mi fermai.
«No…» gridò lei. «Perché…? Ti prego…»
«Perché non ho ancora finito di torturarti.»
Mi alzai, trascinandola bruscamente verso il bordo del divano. Mi slacciai la cintura con scatti lenti e deliberati, gli occhi scuri di fame. Il mio cazzo premeva contro i pantaloni, grosso, pulsante e teso.
Lo accarezzai una volta. Due. Poi le afferrai i capelli.
«Apri la bocca.»
Lei obbedì.
Scivolai dentro in profondità, gemendo basso mentre le sue labbra mi avvolgevano. «Ecco, puttana. Prendilo tutto, ogni fottuto centimetro, mandalo giù,» grugnii.
Afferrandole la nuca, la costrinsi ad accogliermi tutto. Lei ebbe un conato, ma non riuscii a preoccuparmene. Le scopai la bocca in profondità e velocemente.
Mia ebbe violenti conati, ma non mollai la presa.
«Sei venuta nel mio club per questo, vero? Per farti usare da qualcuno a cui non frega un cazzo di te.»
Lei annuì, con la saliva che le colava lungo il mento.
«Dio, sei patetica,» mormorai, spingendo sempre più a fondo. «E mi piace da impazzire.»
Dopo qualche altro secondo, mi sfilai, lasciandola boccheggiante.
«Girati,» ordinai.
Mia si affrettò a obbedire, le mani aggrappate allo schienale del divano, il culo inarcato perfettamente per me. Mi posizionai dietro di lei, una mano che le stringeva il fianco, l'altra che scorreva lungo la sua spina dorsale.
Era fradicia, e la sua figa rosa era aperta per me.
Aprii rapidamente il cassetto del tavolo proprio accanto al divano e tirai fuori un preservativo, che indossai in fretta.
Allineai il mio cazzo pulsante alla sua figa accogliente e mi scagliai dentro di lei senza preavviso con una spinta potente.
Mia urlò per il dolore e cercò di allontanarsi, ma non riuscì a sopraffare la mia presa sul suo fianco. Uscii e spinsi di nuovo dentro con forza inalterata; si sentiva il rumore della pelle che sbatteva contro la pelle.
«Cazzo, sì,» grugnii, dando colpi secchi di bacino. «È questo che volevi, no? Essere scopata come un giocattolo?»
«Sì… oh Dio, sì!»
La martellai senza pietà, ogni spinta più forte della precedente. Le sue grida si fecero più acute, più selvagge. Le afferrai i capelli, tirandole la testa all'indietro e scopandola più a fondo.
Si stava disfando. Tremava.
E poi.
Crollò.
«Ah… sì… Sì, ti prego non fermarti.»
Il suo orgasmo arrivò come un tuono, il corpo che vibrava per la dolcezza di ciò che aveva appena provato, urlando il mio nome, le gambe tremanti. Ma io non mi fermai.
Continuai per minuti. Non mi accontento facilmente.
«Non ce la faccio più,» gridò, dopo lunghi minuti in cui le stavo martellando la figa con il mio cazzo.
«Oh sta' zitta, prenderai tutto quello che ti do, troia.»
Continuai a sfondarla senza sosta finché non trovai sollievo con un grugnito selvaggio, riversandomi nel profondo di lei, le unghie conficcate nei suoi fianchi.
Quando il mio orgasmo si fu placato, mi sfilai dalla sua figa senza una parola e tolsi il preservativo pieno per gettarlo nel cestino.
Mia crollò sul divano, senza fiato ed esausta.
Mi tirai su la cerniera e mi voltai verso di lei.
«Tutto qui,» dissi freddamente. «Ora puoi andare.»
Lei sbatté le palpebre verso di me, scioccata. «Cosa…?»
«Sei servita allo scopo. Non aspettarti una chiamata. Non faccio il bis con le fighe troppo larghe.»
Mia rimase seduta in un silenzio attonito mentre afferravo il telefono dal tavolo.
Composi un numero.
«Tobias,» chiamai, la voce ora calma e professionale. «Prepara i ragazzi. Domani pomeriggio faremo visita alla tenuta degli Antonio.»
Riagganciai.
I miei occhi si incupirono, voltandosi verso la finestra, dove le luci della città tremolavano come il peccato.
Gli Antonio mi dovevano più che semplici soldi.
E ora che i genitori non c'erano più…
Era tempo di riscuotere in una valuta diversa.
